Secondo gran parte degli storici il periodo tra 1967 e 1968 negli Stati Uniti e in Europa ha segnato, con la sua rivolta giovanile (e in seguito non solo giovanile) contro alcuni valori tradizionali consolidati e con la sua ondata contestatoria che voleva portare “l’immaginazione al potere”, una svolta fondamentale nei rapporti sociali e gerarchici di una società ormai disancorata da sistemi conservatori e non più al passo con i tempi. Allo stesso modo, sempre gran parte degli storici è concorde nel ritenere che tale ventata di rinnovamento, partita come una volontà di riscrittura di regole e sistemi di relazionamento, si sia poi, nell’involuzione seguente al primo momento di euforia, trasformata in una sorta di caotico ribellismo le cui conseguenze più nefaste sono state, socialmente e nel medio-lungo termine, il disfacimento di strutture morali definite e la loro sostituzione con pseudo-valori di corto respiro, capaci unicamente di disgregare il substrato etico delle società in cui il fenomeno aveva avuto luogo.
Mutatis mutandis, anche la Chiesa cattolica ha, negli stessi anni, subito, seppur in forma più limitata e localizzata e all’interno di un corpus in cui i margini contestatori sono senza dubbio più limitati, un processo analogo, che ha avuto il suo nucleo propulsivo nei cosiddetti “teologi olandesi” e nel loro Catechismo e che ha avuto effetti di indubbia apertura verso nuovi orizzonti, ma anche, con il trascorrere del tempo, effetti catastrofici sulla sua comunità di riferimento.
Oggi, parlare del Cattolicesimo olandese nel periodo susseguente al Concilio Vaticano II suscita ancora reazioni molto differenti, che vanno dal pieno consenso al più profondo orrore, tra i Cattolici di tutto il mondo: coloro che a lungo hanno considerato il Concilio Vaticano II solo come un trampolino di lancio per lo sviluppo di un coraggioso e radicale mutamento di direzione della Chiesa, vedono ancora nell’esperienza olandese la scintilla che avrebbe potuto innescare il processo di tale cambiamento, mentre i cattolici più ortodossi vedono in ciò che è accaduto in Olanda qualcosa di non così dissimile da una seconda Riforma.
Indubbiamente, dati alla mano, il risultato dell’ “ondata di rinnovamento”, comunque la si pensi, è stato, come si accennava, piuttosto nefasto per la comunità olandese.
Nel corso del 1950, i Paesi Bassi possedevano il più alto rapporto di sacerdoti e religiosi rispetto alla popolazione cattolica di qualsiasi altro Paese europeo, di domenica il tasso di partecipazione alla Messa era tra i più alti al mondo (e, ancora nel 1967, si parlava di una partecipazione alle Funzioni del 63% dei credenti, con picchi dell’84% per cento nelle zone rurali) e l’impegno missionario della Chiesa olandese prima del Concilio Vaticano II era senza paragoni, con il 2% dei Cattolici del mondo che forniva l’11% dei sacerdoti missionari.
Ebbene, nei dieci-quindici anni successivi all’edizione del “Catechismo olandese” la situazione è precipitata, passando, ad esempio, dalle 318 Ordinazioni del 1960 alle 16 del 1977 (con un crollo molto maggiore rispetto ai vicini Belgio e Germania Ovest), con una partecipazione alla Messa che è scesa a meno del 20% dei Cattolici e con 4.300 Suore e Frati e 2000 Sacerdote secolari che hanno lasciato la vita religiosa tra 1968 e 1984 (cioè il triplo della media mondiale).
Dal 1980, poi, la Chiesa in Olanda è, per molti versi, in una condizione di scisma “de facto”, con il Papato e il Vaticano, visti con malcelata ostilità e disprezzo da una grande percentuale di coloro che sono nominalmente cattolici e con la Dottrina cattolica e gli Insegnamenti magistrali ampiamente respinti anche da una parte notevole del Clero.
Da cosa deriva questo fenomeno devastante di disgregazione dell’identità cattolica nei Paesi Bassi?
In uno degli studi più approfonditi del fenomeno, Documentation on Dutch Catholicism On the Eve of the Papal Visit, il sociologo e teologo gesuita Padre Jan Bots parla di un processo di “polarizzazione” dovuto alla creazione di due distinte Istituzioni cattoliche, entrambe tendenti ad isolare i fedeli da “pluralismo universalistico” e il cui successo, paradossalmente, starebbe proprio nella precedente capacità della Chiesa olandese di mantenere un forte grado di coesione interna tra i credenti e di indottrinarli rapidamente: non a caso la Chiesa dei Paesi Bassi, già dal 1950, possedeva il suo giornali, radio, televisioni, riviste, università, scuole, sindacati e, altrettanto non a caso, nel 1955, per esempio, il 97% degli adulti cattolici erano abbonati a pubblicazioni periodiche a sfondo religioso.
Ebbene, proprio questa Chiesa così affiatata, così lontana, per almeno un paio di generazioni da quelle tendenze secolarizzanti che serpeggiavano in tutta Europa e così poco prona alla messa in discussione o alla critica nei confronti dei suoi ranghi ecclesiastici, sarebbero stata soggetta a profondi mutamenti sociali ed economici dopo il Concilio Vaticano II.
Sarebbe, però, errato ritenere il Concilio causa di quanto avvenne in seguito: in realtà, i prodromi del cambiamento esistevano già precedentemente.
In primo luogo, una “ottica nuova” stava emergendo già a seguito di contatti più stretti con le altre Religioni e ideologie durante la II guerra mondiale, nel quadro della lotta contro un nemico comune, e ciò non poteva che portare ad un mutamento della mentalità, soprattutto tra gli intellettuali che chiedevano una maggiore cooperazione tra tutti i gruppi religiosi olandesi per ricostruire il Paese dopo la guerra.
Inoltre, il periodo successivo alla II guerra mondiale aveva visto una crescita drammatica del livello di prosperità economica con i Cattolici che, relativamente parlando, ne erano stati, per tutta una serie di fattori contingenti, i maggiori beneficiari. Con un maggiore benessere, si era sviluppata anche una massiccia estensione del regime di previdenza sociale, che, dal 1960 in poi, aveva contribuito ad un indebolimento dei legami tra generazioni, consentendo una maggiore autonomia per i giovani.
Come risultato di tutti questi cambiamenti, era emersa nei Paesi Bassi una classe di nuovi ricchi cattolici, più vicini alla mentalità materialista e propensi all’aggiornamento di tutto ciò che esisteva, compresa la loro Chiesa: insomma, stava progressivamente sviluppandosi una ideologia dominante di “emancipazione dal vecchio”, che, quasi inevitabilmente, portava alla voglia di creare una “nuova Chiesa”. Così, dal 1960, i mass-media olandesi, inclusi quelli cattolici, cominciano a far pressione sui Membri della Chiesa per lo sviluppo di “stili di vita alternativi”, con richieste per l’accettazione della contraccezione, dell’eutanasia, dell’omosessualità e dell’aborto volontario.
Un tempo al riparo dalle tendenze di rinnovamento, i Cattolici olandesi si ritrovano, in questo modo, esposti ad una “massiccia secolarizzazione interna”, in un processo accelerato dalla tradizionale tendenza olandese alla sottomissione all’autorità: in sostanza, gran parte dei Cattolici olandesi non hanno fatto altro che spostare la loro lealtà dal Papato ad una nuova classe di ideologi locali.
E’ in questo quadro che, lungo tutti gli anni ‘60, durante e dopo il Concilio Vaticano II, giornali cattolici, riviste, radio, televisione e una miriade di organizzazioni vicine alla Chiesa divengono custodi della nuova ideologia religiosa che, come dimostra la nascita di più di 15.000 “gruppi sociali di studio” in quel periodo, include la possibilità di discutere ogni possibile argomento religioso: dalla Risurrezione, alla divinità di Cristo, dal sacerdozio al papato e alla Transustanziazione.
Ecco, allora, che l’incarnazione più aperta e “popolare” di questa nuova tendenza diventa il cosiddetto “Catechismo olandese”, pubblicato nel 1966, che emana tutto l’ottimismo fiducioso di quello che avrebbe dovuto trasformarsi un nuovo umanesimo ecclesiastico, con la sua visione della razza umana come essenzialmente buona, le sue concessioni nei confronti del “mondo”, l’“amore” che sostituisce la “legge”, il “pasto comunitario” che sostituisce il sacrificio della Messa e i sentimenti esperienziali che sostituiscono le Verità dottrinali.
A presiedere questo processo di rinnovamento è l’eminenza grigia della Chiesa olandese, da molti considerato l’interprete ufficiale dello “spirito” del Concilio Vaticano II, il Cardinale domenicano belga Edward Schillebeeckx.
Formatosi dal 1945 al 1947 nel centro domenicano di “Le Saulchoir”, nei pressi di Parigi, sotto la guida di Marie-Dominique Chenu e Yves Congar, nel 1958 Schillebeeckx era stato nominato professore di teologia dogmatica e storia della teologia all’Università Cattolica di Nijmegen e, fin dalla sua lezione inaugurale, aveva cominciato a portare i teologi olandesi verso la “Nouvelle Théologie”. Durante il Concilio Vaticano II, i suoi articoli avevano avuto una notevole influenza su numerose “propositiones” delle Costituzioni, dandogli un potere ben superiore a quello di molti “periti”, nonostante il Clero olandese gli avesse impedito di assumere quel ruolo e, nel 1965, era stato tra i fondatori della nuova rivista teologica “Concilium”, con cui aveva strenuamente promosso una riflessione in senso progressista sul destino della Chiesa
In seguito, tra gli anni sessanta e settanta, il “paladino della nuova riforma”, come alcuni lo definiranno, si dedicherà soprattutto all’esegesi, confrontandosi con temi quali il ruolo dei presbiteri e l’obbligo del celibato ecclesiastico e scrivendo testi di larghissimo seguito che, però, faranno sì che, per la loro “teologia della prassi” considerata troppo vicina alla teoria marxista e alla teologia della liberazione, la Congregazione per la Dottrina della Fede lo accusi di deviazioni eretiche (tanto che il Cardinale dovrà presentarsi a Roma per discolparsi addirittura dall’accusa di aver negato la resurrezione di Cristo”, accusa dalla quale, comunque, dopo una reprimenda ufficiale, verrà scagionato).
L’opera per la quale, in ogni caso, Schillebeeckx diventa più famoso (o, negli ambienti conservatori, famigerato) è proprio il De Nieuwe Katechismus del 1966, di cui è, senza dubbio, il principale ispiratore e in cui la Santa Sede immediatamente ravvisa affermazioni a dir poco ambigue sul peccato, la Redenzione, l’Eucarestia, la verginità della Madonna, il ruolo della Chiesa e del Papa: insomma, su quasi tutti i punti essenziali della Fede cattolica.
La reazione vaticana non si fa attendere e, già a fine 1966, la Sede Apostolica, pur ritenendo il Catechismo, come chiaramente espresso dal documento finale della “Commissione cardinalizia sul Nuovo Catechismo” nel 1968, “contrassegnato da qualità eccezionali”, non può far a meno di rinvenirvi “opinioni nuove” che “hanno turbato non pochi fedeli” e decide di nominare una commissione d’indagine formata da tre teologi curiali (accusa) e da tre teologi olandesi (difesa).
Nell’aprile 1967 si arriva ad una prima richiesta dei teologi curiali di modificare sostanzialmente alcuni passi volutamente ambigui riguardanti il concepimento verginale di Gesù Cristo, l’esistenza degli angeli ed il carattere sacrificale dell’atto redentivo di Cristo per la remissione dei peccati e per riconciliare uomini con il Padre, ma i teologi olandesi continuano a difendere il testo nella versione pubblicata.
A questo punto, nel giugno 1967, Papa Paolo VI chiede ad una commissione di sei Cardinali (Frings, Lefebvre, Jaeger, Florit, Browne e Journet) di esaminare la questione e di esprimere il loro parere sul Catechismo. La Commissione completa il suo incarico nel febbraio 1968, presentando i risultati presso la Santa Sede quando, però, il testo era già stato tradotto e pubblicato in inglese, francese e tedesco, insomma, quando il pubblico ha già preso ampiamente visione in tutto il mondo della contrapposizione tra la posizione “progressista” olandese e quella “conservatrice” vaticana.
Le critiche cardinalizie al Nuovo Catechismo si concentrano su dieci punti fondamentali:
1) la mancata specificazione della creazione divina degli Angeli e delle anime spirituali degli uomini;
2) le ambiguità nelle affermazioni riguardanti la “caduta” con Adamo che potrebbero far intendere che il peccato originale si ingeneri unicamente nel contatto con la società umana corrotta dal peccato;
3) la visione del concepimento virginale di Gesù come simbolico e significante solo la gratuità del dono divino;
4) la concezione della redenzione umana, non apertamente espressa come frutto unicamente del sacrificio di Cristo;
5) l’interpretazione della Messa come agape eucaristica comunitaria, non specificando il suo significato come riproposizione del sacrificio di Gesù tramite il Celebrante;
6) la mancata specificazione della reale transustanziazione eucaristica del pane e del vino;
7) la non chiara riaffermazione del carattere di infallibilità della Chiesa, apparentemente sostituito dalla capacità di concettualizzazione del pensiero umano;
8) la quasi totale indistinzione tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune dei fedeli e la scarsa sottolineatura del magistero vescovile, concesso dal Santo Padre e non dall’approvazione del credenti;
9) la confusione dovuta a scarsa specificazione tra fenomeni miracolosi frutto della potenza divina e fenomeni naturali del mondo creato;
10) numerosi punti della teologia morale, resi con notevole ambiguità, in particolare per quanto riguarda gli aspetti salienti della morale coniugale.
Tutte queste critiche, però, vengono clamorosamente contestate da una parte maggioritaria dell’establishment cattolico olandese, con alla testa non tanto il Cardinal Schillebeeckx, quanto il Cardinale Arcivescovo di Utrecht, Bernard Jan Alfrink (1900-1987), altro esponente di punta del progressismo cattolico internazionale e principale difensore del controverso Nuovo catechismo.
L’insuccesso del dialogo si rivelerà all’inizio di gennaio del 1969, con la cosiddetta “Dichiarazione d’indipendenza” di Noordwijkerhout, la città sul Mare del Nord in cui si riuniscono i 109 membri del Consiglio Pastorale Olandese (organismo creato nel 1967 che comprende rappresentanti dei Vescovi, dei Sacerdoti e dei fedeli) : con il voto favorevole dei nove vescovi che ne fanno parte, il Consiglio invita i fedeli olandesi a rifiutare l’insegnamento della Humanae Vitae e, pur con l’astensione dei Vescovi, si schiera a favore del Nuovo Catechismo senza le correzioni suggerite da Roma, chiedendo anche che la Chiesa rimanga aperta a “nuovi approcci radicali” su temi morali quali rapporti prematrimoniali, unioni omosessuali, aborto ed eutanasia.
Nel giro di pochi mesi, sviluppa una sorta di “magistero parallelo” dei singoli Sacerdoti, teologi e Vescovi su tutti i temi morali, con una specie di riedizione ecclesiastica dell’“immaginazione al potere”.
Fin qui, da parte di molti Cattolici, si potrebbe parlare di una salutare ondata di dissenso che, con una mediazione tra le parti, avrebbe potuto portare la Chiesa verso una maggiore aderenza ai tempi presenti.
Lasciando anche da parte alcuni dati storico-teologici che certamente i conservatori ritengono di non secondaria importanza (il fatto, ad esempio, che la Chiesa non sia dichiaratamente una “democrazia” popolare ma si configuri come l’enunciatrice di valori eterni rappresentati dal Magistero e che, per questo, il suo orizzonte valoriale e dottrinale sia ontologicamente intangibile), il fatto è che lo sviluppo successivo delle vicende olandesi legate al Nuovo Catechismo ha oggettivamente mostrato come una totale “creatività” in ambito religioso possa condurre ad una piena anarchia e al fronteggiarsi di mille voci diverse e spesso contrastanti.
Alcuni elementi saranno sufficienti a chiarire la situazione:.
- l’abbandono pressoché totale della liturgia romana, cancellata da “rituali alternativi” spesso improvvisati, ha dato vita ad oltre 700 “workshop” liturgici, i cui risultati sono andati spesso notevolmente oltre i limiti della totale eresia e certamente infinitamente oltre la volontà degli estensori del Nuovo Catechismo;
- la confusione sulla morale della vita consacrata è arrivata a tal punto da portare il Provinciale dei Cappuccini olandesi, l’influente Padre P. Leenhouwers, ad offrire sostegno ai Chierici che, pur non sposandosi, vivevano rapporti sessuali all’interno del voto di castità religiosa;
- la continua insistenza dei teologi su una vita religiosa incentrata sul “diventare una persona” ha indotto molti a ritenere che il ruolo del Clero fosse unicamente quello di impegnarsi nei movimenti di pace, nei movimenti femministi e verso l’emancipazione dalle regole generali e che la “Buona Novella” evangelica dovesse essere interpretata essenzialmente solo come riscatto dalla povertà terrena e dall’oppressione.
Frutto principale del caos sviluppatosi a seguito di questi dati (e molti altri potrebbero essere citati) è stato il disorientamento dei fedeli che ha portato ad una pressoché totale estinzione della vita religiosa cattolica nei Paesi Bassi: dal 1967 alcuni Ordini religiosi non hanno avuto nessun postulante, 50 Seminari minori sono stati chiusi e i 5 Seminari maggiori del Paese sono stati trasformati in Istituti Teologici, nella maggior parte dei casi senza più alcun rapporto tra studenti e Vescovi e con un corpo insegnante in cui sono stati inseriti numerosi ex-preti sposati al fine di minare alla radice il concetto di celibato sacerdotale. Così, ad esempio, sui 331 “seminaristi” del 1973 solo 2 sono poi stati ordinati e la conseguenza è stata la necessità da parte della Chiesa olandese di fare un uso sempre più largo di pastori laici (ex-Sacerdoti secolarizzati o diplomati di Istituti di teologia), generalmente ostili nei confronti della Chiesa ufficiale e capaci di isolare i Vescovi fedeli a Roma e di propagare la loro versione del “rinnovamento” in ogni campo della vita ecclesiastica.
Al termine degli anni ’70, di conseguenza, l’Unione Pastorale, formata da Sacerdoti e laici, ha finto col formare una specie di struttura indipendente dei Vescovi dei Paesi Bassi, mentre i mass-media cattolici (ad esempio la Radio cattolica “KRO”), hanno intensificato la propaganda del “nuovo clima spirituale” a sostegno di aborto, sterilizzazione, contraccezione, eutanasia e omosessualità.
A loro volta, buona parte dei Vescovi olandesi (praticamente con le sole eccezioni dei Vescovi di Rotterdam e di Roermond) hanno assistito impotenti (o con sguardo benigno) allo svolgersi degli eventi che stavano portando la Chiesa olandese in uno stato di scisma virtuale consumato già dalla metà degli anni 1970.
Nel 1980, Papa Giovanni Paolo II ha preso in mano la situazione, ritenendo la cosiddetta “questione della Chiesa dei Paesi Bassi” una priorità nel suo programma a lungo termine di “restauro della Chiesa”.
I sette Vescovi olandesi sono stati chiamati a Roma per un Sinodo eccezionale presieduto dal Papa e volto a ricordare loro gli obblighi pastorali assunti e focalizzato in particolare sulla distinzione essenziale tra Battesimo laico e Ordinazione sacerdotale.
Il risultato immediato del Sinodo è stato, però, quello di sviluppare ulteriormente la “radicalizzazione” del contrasto, tanto da portare un numero impressionante di organismi diocesani a riunirsi per discutere delle misure per proteggere la loro “indipendenza” nei confronti della Curia e per boicottare le decisioni del Sinodo, mentre il Consiglio Pastorale e l’Assemblea dei Superiori Maggiori della Diocesi di Den Bosch ha addirittura respinto formalmente le “decisioni gerarchiche” sinodali.
Nel 1983, il Papa ha deciso di seguire un’altra strada, appuntando prelati comprovatamente fedeli a Roma come Vescovi di Haarlem, Den Bosch e Utrecht, ma, in realtà, la presenza di forte componente pro-vaticano nelle gerarchie dei Paesi Bassi ha avuto soltanto un effetto marginale sulla ben radicata struttura della “nuova Chiesa”: la minoranza di “commissari” cattolici pro-Vaticano è stata ben presto esiliata in una sorta di “ghetto spirituale” e bollata come conservatrice, rigida, intollerante, estremista e dogmatica, con una influenza che, di fatto, risulta praticamente nulla.
La situazione, negli ultimi vent’anni, è solo parzialmente cambiata, con una crescita sì della componente che potremmo definire “ortodossa” (per lo più grazie all’opera dell’ Ordine Benedettino, che ha riaperto alcuni suoi Conventi prima abbandonati, e all’Ordinazione di numerosi Sacerdoti provenienti dal Seminario maggiore di Roermond, ritornato sotto il pieno controllo vaticano), ma con una maggioranza degli ormai scarsi fedeli olandesi che rimane strettamente legata alle concezioni sviluppatesi come emanazioni (spesso non volute) del Nuovo Catechismo.
Come si diceva all’inizio del presente scritto, è peculiare il modo in cui un patrimonio di rinnovamento e di riposizionamento che aveva la sua origine nel dettato concilare si sia andato perdendo in mille rivoli contrastanti, spesso senza senso e certamente negativi per la vita della Chiesa.
La domanda che ci possiamo porre oggi è solo una: non sarebbe stato meglio da parte di entrambe le parti in causa sviluppare un dialogo di mediazione tra le istanze che, da un lato, avrebbe portato alla moderazione della istanze più estremistiche e, dall’altro, non avrebbe lasciato i Cattolici olandesi per troppo tempo senza una guida certa di riferimento?
Bibliografia:
- AA.VV., Catholic Faith For Adults (Authorized Edition of the “Dutch Catechism”) – A New Catechism, Herder and Herder 1967
- AA.VV., Declaration of the Commission of Cardinals on the “New Catechism”, Ed. Vaticana 1968
- J. Bots, Documentation on Dutch Catholicism On the Eve of the Papal Visit, Human Life International 1985
- J.A. Coleman, Evolution of Dutch Catholicism, 1958-1974, University of California Press 1979
- B. L. Marthaler, Introducing the Catechism of the Catholic Church: Traditional Themes and Contemporary Issues, Paulist Press 1994
- R.P. Mcbrien, The Church: The Evolution of Catholicism, HarperOne 2009
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