Il tema escatologico è presente non solo nelle religioni considerate “tradizionali” ma anche in tutte quelle esperienze spirituali, spesso frettolosamente definite come “primitive”, riscontrabili in tribù africane o nativo-americane. Tali sistemi, a differenza di quanto a lungo ritenuto da numerosi studiosi, sono, in realtà, tutt’altro che semplicistici, rivelando, al contrario, un profondissimo grado di elaborazione teorica e di strutturazione formale.

Per quanto riguarda più precisamente la spiritualità degli indiani americani, va subito detto che i loro assetti religioso-spirituali si presentano come di notevole complessità e fortemente variegati, dal momento che ciascuna delle centinaia di tribù presenti nell’area dell’emisfero settentrionale ha sviluppato un suo sistema distinto di credenze e pratiche religiose [1].

In via di estrema generalizzazione, comunque, possiamo affermare che i nativi americani venerano un ampia gamma di spiriti, per lo più collegati a forze della natura, da cui deriva il minimo comun denominatore di un estremo rispetto per tutte le componenti del quadro naturale (dunque non solo forze divine o esseri umani, ma anche piante, animali, etc.), e che un numero considerevole di tradizioni ritiene fondamentale che ogni individuo cerchi la propria strada per essere il più utile possibile per la comunità [2].

E’ all’interno di questi tratti comuni che possiamo posizionare numerosi elementi della complessa e antichissima religione degli Hopi, le cui caratteristiche globali risultano ancora di difficile decifrazione, variando, come tipico di ogni cultura a trasmissione orale, da comunità a comunità e da villaggio a villaggio, pur mantenendo un substrato significante comune [3] e, con ogni probabilità, rappresentando solo una parte di una dottrina sacra iniziatica tramandata solo all’interno del nucleo etnico e non svelata a chiunque ne sia estraneo, tanto da far affermare all’etnologo Harold Courlander che “esiste una vera e propria reticenza nel trattate dei rituali segreti religiosi con chiunque se ne interessi” [4].

In aggiunta a ciò, risulta storicamente accertato che da sempre la cultura Hopi ha avuto tratti di marcata capacità osmotica nei confronti delle credenze straniere (ad esempio del cristianesimo, con cui sono entrati in contatto già a partire dal XVI secolo), spesso inglobate nella loro cosmologia se non in contraddizione con alcuni suoi elementi fondamentali, in particolare precedentemente alla rivolta dei Pueblo del 1680 [5].

Ciò che, comunque, possiamo conoscere del loro sistema religioso è che la maggioranza dei racconti cosmogonici ruota intorno al “Tawa”, lo Spirito del Sole che formò il “Primo Mondo” e i suoi abitatori dal “Tokpella”, lo “Spazio Infinito” [6], ordinando al suo primogenito “Sotuknang” di plasmare i nove universi che egli aveva pianificato e di dare vita alla “Donna Ragno”, una sorta di messaggera tra dio e gli uomini [7].

All’interno del processo creativo primigenio, Sotuknang diede anche vita ad altre divinità minori, tra le quali spiccano Masauwu, l’Uomo Scheletro, spirito della morte e padrone del “mondo superiore” (o “Quarto Mondo”) in cui fuggirono i buoni per scappare dalla debolezza del “Terzo Mondo” (in seguito si spiegherà il senso di questa “sequenza di mondi”), i “Kachinas”, gli dei Gemelli della Guerra, il Coyote, dio dell’inganno e la “Dea del Grano”, la “Grande Madre” dal cui ventre si svilupparono tutti gli uomini [8], così importante nella cultura Hopi da far pensare ad alcuni studiosi (per lo più del movimento femminista) che, in una società matriarcale originaria fossero lei e la Donna Ragno ad essere le divinità supreme, solo recentemente, a contatto con la “popolazione bianca”, soppiantate dalla divinità maschile Tawa [9] (il che è discutibile, dal momento che, in realtà, tutte le funzioni sacerdotali e rituali sono da sempre riservate agli uomini).

Ciò che, all’interno della religione Hopi, più risulta interessante è la cosiddetta “Teoria dei Quattro Mondi”. Secondo essa, la Terra così come la conosciamo sarebbe solo il quarto mondo ad essere abitato dalle creature di Tawa. In ciascuno dei mondi precedenti, la gente, sebbene inizialmente felice, sarebbe divenuta sempre più disobbediente e avrebbe vissuto non secondo i piani del dio supremo, dedicandosi alla promiscuità sessuale, combattendo l’uno contro l’altro e non vivendo in piena armonia. Per questo, i più obbedienti sarebbero stati condotti dalla Donna Ragno nel mondo superiore seguente, con mutamenti fisici che si sviluppavano nel corso del viaggio sia su di loro che sul mondo che stavano per abitare. In alcune versioni (in effetti maggioritarie), è anche presente l’idea di una distruzione del mondo precedente, mentre in altre, semplicemente, esso sopravvive nel caos [10].

Sul passaggio degli uomini in questo “Quarto Mondo” in cui ora ci troviamo, esistono almeno due versioni principali. Quella prevalente riporta che la Donna Ragno fece crescere un giunco cavo nel cielo fino al nuovo mondo e che gli esseri umani vi si arrampicarono fino ad emergere in una zona del Grand Canyon, mentre una seconda leggenda narra che Tawa distrusse il “Terzo Mondo” con una grande inondazione e che la Donna Ragno salvò “i giusti” facendoli galleggiare in una grande canna di bambù fino ad una piccola zona asciutta, da cui, su suggerimento sempre della Donna Ragno, partirono verso est su altre imbarcazioni di canna fino a giungere alla zona montuosa del Quarto Mondo.  In molti casi, come riporta Harold Courlander, la prima versione è raccontata ai bambini, a cui, in seguito, una volta cresciuti, si svela la seconda versione, relativa alla grande inondazione [11].

Tutte le versioni, in ogni caso, concordano sul fatto che, una volta arrivati nel Quarto Mondo, gli Hopi si divisero in gruppi (che andarono a formare i vari clan) e procedettero ad una serie di grandi migrazioni, stabilendosi occasionalmente in città in seguito abbandonate [12]. A tratti, i clan si univano in conglomerazioni più grandi, che finivano sempre per dividersi di nuovo a causa di dispute, che sono un motivo ricorrente di tutta la mitologia Hopi fin dalla partenza dal Primo Mondo.

Durante le loro migrazioni, gli Hopi si sparpagliarono per ogni dove: nell’estremo nord, in cui trovarono una “seconda porta” da cui anche altre popolazioni erano passate nel Quarto Mondo (e, verosimilmente, ciò potrebbe riferirsi al passaggio di  popoli dall’Asia all’America attraverso lo stretto di Bering), all’estremo sud (e, non a caso, molti Hopi vedono Aztechi, Maya e altri popoli centroamericani come parte di loro clan perduti, il che troverebbe effettivamente riscontro nelle similarità di alcuni aspetti religiosi, non ultimo il culto dei “kachinas”, spiriti della natura presenti in ogni dove), ma, infine, approdarono tutti all’area nord-orientale dell’Arizona [13].

Un elemento di estremo interesse all’interno del mito delle grandi migrazioni riguarda lo sviluppo di una figura molto particolare: il cosiddetto “Fratello Bianco Perduto”. Secondo il racconto relativo all’entrata nel “Quarto Mondo”, proprio durante questo passaggio un misterioso “Pahana” (“Fratello Maggiore”) avrebbe lasciato gli Hopi per partire verso est. Un giorno egli ritornerà e tutto ciò che è malvagio sarà distrutto, mentre una nuova epoca di pace inizierà per tutto il mondo [14] (il che sembra essere intimamente connesso con la storia azteca di Quetzalcoatl e altre leggende centro-americane). All’inizio del XVI secolo, appare verosimile che gli Hopi abbiano creduto che l’arrivo dei conquistadores fosse, in realtà, legata al ritorno del “profeta bianco” ma, sembra provato che già al primo contatto con gli spagnoli, si siano resi conto dell’errore [15].

Rimane, comunque, il fatto che numerosi leader tribali Hopi abbiano da sempre profetizzato che la venuta dell’uomo bianco avrebbe indicato la fine del Quarto mondo, sebbene non sia mai stato chiarito se tale fine debba essere ritenuta definitiva o solo un passaggio ad un “Quinto Mondo”.

Un altro segno comunemente ritenuto presagio dell’eschaton fin dal XVI secolo, è l’attraversamento della terra da parte di “serpenti di ferro” e “fiumi di roccia”. Sulla terra, inoltre, sarà intrecciata una specie di gigantesca tela di ragno ed i fiumi diventeranno neri [16].  Secondo una interpretazione  speculativa molto comune e particolarmente inquietante, i “serpenti di ferro” sarebbero le ferrovie, i “fiumi di roccia” le autostrade e la gigantesca tela di ragno le linee elettriche e telefoniche o addirittura al world wide web, ma tale interpretazione risulta quantomeno discutibile per la sua chiara costruzione “a posteriori” [17].

In ogni caso, tutte le profezie concordano sul fatto che tutta la volta celeste cadrà “in un grande luogo di sprofondamento” e che nei cieli si avrà un grande collasso o impatto che porterà all’apparizione di una “stella blu”, mentre la Terra diventerà una fredda landa deserta di sabbia, roccia ed acqua gelida. Allora “gli uomini bianchi combatteranno contro altre persone nelle loro terre, in particolare con quelli da cui è derivata tutta la saggezza, e ci sarà fumo nei deserti, e segni che la grande distruzione si avvicina” [18].

Molti allora moriranno, ma quelli che capiranno le profezie potranno intraprendere atti necessari ad aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza, ad esempio andando a vivere nei luoghi della gente Hopi e così saranno al sicuro.

E’ a questo punto che il Pahana tornerà a piantare i semi della saggezza nei cuori delle persone, e così potrà aprire la soglia dell’alba dell’era del Quinto Mondo (a cui, secondo alcune versioni, ne seguiranno altri tre [19]).

Non è difficile notare che, anche all’interno di una cultura così lontana da quelle che sono comunemente ritenute le culle del pensiero occidentale e orientale, ritroviamo alcuni elementi ricorrenti di tutti i sistemi escatologico-religiosi:  il “soliti” ritorno edenico (come volontà atavica di purificazione globale) e “mundus senescit” (come giustificazione “degenerativa” della presenza del male nel mondo), il tema del giudizio “riordinativo” finale (come meccanismo retributivo dei giusti e di appianamento delle contraddizioni morali) , quello dell’elemento messianico, in questo caso punto di svolta e  agente ristabilimento del corretto ordine naturale, una temporalità “para-ciclica” (o completamente ciclica nella versione in cui i mondi si susseguono) con il passaggio da un’era all’altra.

L’unico elemento di novità è rappresentato dalla identificazione del sistema edenico con la modalità di vita del popolo Hopi, ma si tratta di un elemento facilmente spiegabile ancora una volta in termini politico-psicologici se, allontanandoci da interpretazioni sensazionalistiche che tendono a vedere nelle profezie indiane segni di un futuro grande conflitto tra mondo occidentale (i bianchi che, si badi bene, erano già conosciuti dagli Hopi al momento della formulazione finale della profezia stessa e della sua stesura in forma scritta) e mondo orientale (da cui è scaturita la prima forma di civilizzazione) [20], pensiamo piuttosto che l’orgoglio etnico scaturisce inevitabilmente da una situazione di perenne contrasto inter-tribale per la conquista di pascoli e territori di caccia, portando ad una esaltazione nazionale, probabilmente poi intensificatasi proprio con il contatto con conquistatori europei fino a quel momento estranei al quadro bellicoso precedente.

 

Note:

[1]K. Nerburn, The Wisdom of the Native Americans, New World Library 1999, p. 8

[2] Ivi, passim

[3] C.Vecsey, The Emergence of the Hopi People, in “American Indian Quarterly”, vol. 7, no. 3, 1983, pp.70 ss.

[4] H.Courlander, The Fourth World of the Hopis: The Epic Story of the Hopi Indians as Preserved in their Legends and Traditions, University of New Mexico Press 1987, p.201

[5] J. e S.Page, Hopi, Rio Nuevo Publishers 2009, p.21

[6] H.Courlander, Citato, p.17

[7] F. Waters, The Book of the Hopi, Penguin Books 1963, p.30.

[8] D. Wall, V.Masayesva, People of the Corn: Teachings in Hopi Traditional Agriculture, Spirituality, and Sustainability, “American Indian Quarterly” vol. 28, no. 3, 2004, pp. 435-453

[9] Così, ad esempio, in P.Gunn Allen, The Sacred Hoop, Beacon Press 1992, p.19

[10] J.D. Loftin, Religion and Hopi Life, Indiana University Press 2003, pp. 88-91

[11] H.Courlander, Citato, p.205

[12] Ivi, p.35

[13] J.D. Loftin, Citato, pp. 93 ss.

[14] H.Courlander, Citato, p.31

[15] R.Friday Locke, The Book of the Navajo, Hollaway House 2001, pp.139-140.

[16] J.D. Loftin, Citato, pp. 98-99

[17] Ivi, p. 103

[18] A.W. Geertz, The Invention of Prophecy: Continuity and Meaning in Hopi Indian Religion, University of California Press 1994, p. 114

[19] Ivi, pp.11-12

[20] Ad esempio in K.Kaltreider, American Indian Prophecies, Hay House 1997, pp. 79-91

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