1) Oviedo
Nella Cattedrale di Oviedo, nel nord della Spagna, si trova uno scrigno d’argento contenente un Sudario che si ritiene essere quello che Pietro trovò piegato nel Santo Sepolcro, il Sudario che era stato posto sul capo di Gesù1.
Il Sudario è visibile solo per tre giorni all’anno, sempre gli stessi ormai da secoli: il Venerdì Santo e il primo e l’ultimo giorno del Giubileo della Santa Croce, cioè il 14 settembre (la festa della Santa Croce) e il 21 settembre (festa di S. Matteo).
Per quanto riguarda l’aspetto, il panno è di lino con trama a taffettà, con dimensioni di circa cm 53 per 86 e figura rettangolare, solo parzialmente regolare. All’origine doveva essere bianco, ma ora è ingiallito, macchiato, e sgualcito2.
I soli segni visibili ad occhio nudo sono delle macchie marroncino chiaro di varia intensità.
Al microscopio è, però, possibile vedere macchie più confuse, granelli di polline e tracce di aloe e mirra che, studiati tra la fine degli anni ‘60 e l’inizio degli anni ‘70 dal biologo ed esperto forense Max Frei3, risultano compatibili con l’ambiente palestinese del I secolo.
2) Una storia lineare
Rispetto a quella della Sindone la storia del Sudario di Oviedo è meglio documentata e molto più chiara4, soprattutto grazie alle opere storiche di Pelagio, vescovo a Oviedo nel XII secolo, che ha ricostruito l’itinerario del Sudario dalla Palestina attraverso il Nord Africa fino in Spagna, e ai numerosi altri documenti ed attestano che la reliquia è sempre rimasta in Spagna a partire dal VII secolo.
Sulla base di tali testi, la tradizione vuole che dopo aver trovato il Sudario nella tomba, S. Pietro lo prendesse in custodia, forse utilizzandolo come mezzo di guarigione durante le preghiere. Successivamente il panno fu nascosto in una grotta per proteggerlo e, più tardi ancora, riposto in uno scrigno d’argento con altri reperti e venerato dai primi cristiani. Questo “scrigno sacro” restò a Gerusalemme, o almeno in Palestina, per quasi seicento anni. Quando la Città Santa fu invasa dai persiani di Cosroe II Parviz nel 614 d.C., i cristiani si diedero alla fuga portando lo scrigno ad Alessandria, quindi nel Nord Africa e infine in Spagna, giungendo a Cartagena. Da lì fu portato a Siviglia e consegnato a S. Isidoro, quindi, poco dopo la sua morte, trasferito a Toledo.
A questo punto, comincia la storia documentale del Sudario.
Nel 711 i mori invasero la Spagna, devastando in breve tempo tutto il territorio.
I cristiani in fuga portarono ciò che essi chiamavano l’Arca Santa (lo scrigno sacro) al sicuro verso nord, sulle montagne asturiane, nascondendolo in un eremitaggio sul Monsacro, una montagna a 10 chilometri da Oviedo. Nel 840 il re Alfonso II lo fece trasportare da Monsacro alla “Camara Santa” (la Camera Sacra), una cappella appositamente costruita per salvaguardare lo scrigno e i reperti in esso contenuti. Nel corso degli anni, i vari re asturiani che si succedettero donarono alla cappella numerosi altri reperti e oggetti preziosi e il 13 marzo 1075 l’Arca Santa fu ufficialmente aperta alla presenza di re Alfonso VI, sua sorella, alcuni vescovi e, forse, di El Cid, il leggendario eroe militare spagnolo. A questo punto fu fatto un inventario del contenuto dello scrigno, del quale resta una copia risalente al XIII secolo conservata negli archivi della Cattedrale di Oviedo.
Successivamente Alfonso VI fece rivestire d’argento lo scrigno di legno, facendo poi incidere in latino sul margine attorno al coperchio l’elenco delle principali reliquie custodite all’interno. In quell’elenco si legge chiaramente: «Del Sepolcro del Signore e del Suo Sudario e del Suo Santissimo Sangue». É interessante il fatto che il re fece apporre sul rivestimento d’argento anche la data nella quale si condusse a termine l’operazione: anno 1113 e questa nota costituisce la più antica datazione certa sull’Arca Santa di cui si dispone oggi.
In seguito alla dichiarazione ufficiale del re sulle reliquie custodite nel Sacro Scrigno, Oviedo divenne un’importante meta per i pellegrini sulla strada per Santiago de Compostela. Nel XIV secolo, quando fu eretta la grande cattedrale gotica di San Salvador di Oviedo, la Camara Santa fu inglobata al suo interno e lì rimase anche lo scrigno chiuso, con i pellegrini che dovevano accontentarsi di vedere il contenitore ma non il contenuto.
L’Arca non fu riaperta finché il vescovo Diego Aponte de Quiñones (l585-1598) effettuò una nuova ricognizione delle reliquie.
A metà del XVIII secolo, quando Filippo II commissionò un inventario delle reliquie di Oviedo, lo scrigno venne nuovamente aperto ufficialmente e i suoi preziosi contenuti visionati.
Qualche tempo dopo, ebbe inizio la tradizione di esporre pubblicamente il Sudario nella cattedrale, nelle tre date sopra menzionate.
3) Gli studi del C.E.S.
Per più di due secoli nessuno pensò di mettere in dubbio la veridicità storica del Sudario né di analizzarlo più a fondo.
Solo nel 1965 il sacerdote italiano e studioso della Sindone, padre Giulio Ricci, intraprese uno studio scientifico del telo, soprattutto per cercare di stabilirne il legame con la Sindone di Torino. Ne derivarono altre ricerche che, alla fine degli anni Ottanta, portarono alla fondazione del Centro Spagnolo di Sindonologia (CES), autore delle analisi più approfondite e delle scoperte più interessanti sulla reliquia.
Cosa rivela il Sudario di Oviedo?
Utilizzando gli strumenti della moderna medicina legale, gli scienziati del CES sono riusciti a comprendere molto di questo piccolo pezzo di stoffa: l’età, il percorso seguito per giungere in Spagna (che risulta pienamente coerente con la leggenda tradizionale), la causa della morte della persona di cui aveva coperto il volto, il fatto che è stata avvolto e successivamente riavvolta per due volte attorno al capo del cadavere.
Grazie all’analisi ematica5, sappiamo che il panno era stato posto sul viso di un defunto di sesso maschile, ripiegato, ma non nel mezzo, e appuntato dietro alla testa. Il panno non era stato avvolto interamente attorno alla testa perché la guancia destra era quasi appoggiata sulla spalla destra, il che potrebbe far pensare ad un corpo ancora sulla croce.
Questa ipotesi potrebbe essere suffragata da una quadruplice serie di macchie (macchie speculari su entrambi i lati del panno ripiegato) composte da una parte di sangue e da sei parti di liquido edematico polmonare, una sostanza che si accumula nei polmoni quando una persona crocefissa muore per asfissia e che, se il corpo viene mosso o scosso, può fuoriuscire dalle narici. Alcune macchie risultano essere sovrapposte ad altre, i cui margini restano chiaramente individuabili, a significare che la prima macchia era già asciutta quando si è formata quella successiva, e molte sono a forma di dita, chiaramente disposte nella parte attorno alla bocca e al naso. Sono state individuate sei posizioni diverse di varie dita della mano sinistra, probabilmente determinate da qualcuno che stava cercando di arrestare il flusso di sangue dal naso dopo che il panno era stato avvolto sulla testa della vittima.
La disposizione e la successione delle macchie suggeriscono una probabile cronologia dei fatti6. Il cadavere deve essere rimasto sulla croce per circa un’ora dopo la morte, con il braccio destro piegato in alto e la testa inclinata in avanti, riversa sulla destra. Il corpo, con il capo ancora piegato verso destra, è poi stato spostato e adagiato in posizione orizzontale sul fianco destro per circa 45 minuti. Quindi è stato spostato di nuovo, mentre qualcuno cercava di arginare con la mano il flusso di liquido che fuoriusciva dal naso. Infine è stato disteso supino.
Oltre alle macchie di liquido edematico, ve ne sono di altri tipi, tra cui puntini di sangue causati da piccoli corpi appuntiti, che potrebbero essere stati spine.
4) Sudario e Sindone
Come detto, lo studio del Sudario di Oviedo, oltre a rappresentare una interessantissima sfida per la scienza, ha una indubbia importanza anche come possibile parametro di autenticità della Sindone: se i dati scientifici sui due paramenti funebri riuscissero dimostrare che entrambi sono stati in contatto con lo stesso uomo, probabilmente il discorso sul Telo di Torino verrebbe clamorosamente riaperto.
Effettivamente, alcuni dati sembrerebbero “quadrare” perfettamente7. Ad esempio, il sangue su entrambi i teli appartiene allo stesso gruppo, l’AB (comunque molto comune in Medio Oriente) e la posizione delle macchie sul Sudario mostra una certa corrispondenza con quelle della Sindone (circa 70 macchie con buona possibilità di corrispondenza nella zona del volto, anche se il riconoscimento è reso disagevole dal fatto che, sul Sudario, eventualmente messo sul viso prima del telo funebre, il sangue risulta molto più fluido e, conseguentemente, con contorni meno netti e delineati)8.
Insomma, di fronte ad un telo i cui dati palinologici (cioè relativi all’esame dei pollini e delle microtracce) risultano compatibili con la Palestina del I secolo, i cui dati ematici e, forse, morfologici corrispondono con quelli sindonici, la tentazione di avvalorare la tesi del Sudario del Cristo risulta senza dubbio forte.
Però, in questo come in ogni altro caso di presunta acheropitia, è necessario applicare i giusti elementi di cautela storica.
5) Dubbi
Premettendo che, fondamentalmente, non possiamo in nessun caso parlare di reale acheropitia miracolosa, non essendoci nulla di straordinario nel delinearsi di tratti umani su un lino a contatto con un volto insanguinato, va subito detto che anche sul Sudario di Oviedo sono stati effettuati, esattamente come sulla Sindone, rilevazioni per la datazione con il C14 e che, anche in questo caso, gli esiti sono stati assolutamente deludenti per i sostenitori della tesi leggendaria: il Carbonio 14 ha, infatti, datato il Sudario come risalente solo al 680 circa, data, per altro, compatibile con le prime testimonianze storiche documentate dell’esistenza del Sudario in Europa9.
Anche, comunque, lasciando da parte questi esiti che, non accettati da molti per quanto riguarda la Sindone, possono essere allo stesso modo discutibili (forse più per ragioni di fede che per reali motivazioni scientifiche) per quanto riguarda il Sudario di Oviedo, è obbligo per il ricercatore riflettere sugli altri dati a nostra disposizione.
Se anche, infatti, anteponessimo i risultati palinologici a quelli del radiocarbonio, potremmo solo affermare di essere davanti al sudario di un uomo mediorientale morto per soffocamento (forse dovuto a crocifissione) durante il periodo di dominazione romana della Giudea, in un periodo, cioè, in cui esecuzioni sommarie e crocifissioni erano all’ordine del giorno. Che i dati relativi al gruppo sanguineo e alcuni rilievi morfologico-antropometrici corrispondano tra Sudario e Sindone è ininfluente: come detto il gruppo AB ha una frequenza elevatissima tra la popolazione mediorientale (circa il 38% degli abitanti nell’area compresa tra Siria e Arabia Saudita10) e gli elementi antropometrici sono talmente vaghi nel Sudario che, al massimo, già sbilanciandoci fortemente, potremmo affermare che in entrambi i casi ci troviamo di fronte ad un uomo di origine semitica violentemente percosso prima della morte.
Se a questi elementi aggiungiamo la notoria “caccia alle reliquie della crocifissione” (quella stessa caccia che ha portato, nell’Europa Occidentale tra alto e basso medioevo, qualcosa come 7980 “legni della Croce”, fra cui 6 interi “bracci della Croce”)11 avvenuta nel periodo di affermazione del cristianesimo, è ovvio che, dal punto di vista storico, fino a prova contraria, il Sudario di Oviedo risulti unicamente un’ interessante e antico oggetto di studio o, se si vuole, un simbolo di culto, ma sicuramente non una reliquia dall’origine storica provata.
Se poi si volesse, come parrebbe ovvio sulla base di ogni riscontro con campioni di controllo, dare per veritiero il risultato della datazione al radiocarbonio, allora non potremmo fare altro che affermare di trovarci (ancora una volta?!) di fronte ad un’abile contraffazione del VII secolo, probabilmente elaborata in Medio Oriente (sia per il materiale del telo che per l’analisi dei pollini) e volta unicamente ad assicurare ingenti guadagni nel fiorente mercato di reliquie medioevale.
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