Letteralmente il termine greco “Eschaton”, essendo la forma neutra della parola “eschatos” (fine), significa semplicemente “ciò che sta al termine”, qualunque sia il contesto di riferimento a cui ci si indirizza.
Nel corso del tempo e, in particolare, in periodi relativamente più recenti, il sostantivo “eschaton” ha assunto un significato più preciso e determinato, venendo a specificare la fine di tutto, il destino finale del mondo.
Sullo studio di questo particolare aspetto del “piano cosmico”, è sorta addirittura una specifica branca della filosofia e della teologia, che prende il nome di “escatologia” (da “eschaton” – “ultime cose” + “logos” – “studio”), la cui definizione più generale risulta, conseguentemente, essere: “lo studio che riguarda gli eventi finali della storia del mondo e del genere umano” [1]
Come indicazione preliminare, è subito possibile specificare che l’escatologia può essere suddivisa, a seconda dell’oggetto di studio, nei due sotto-indirizzi dell’escatologia personale e individuale e dell’escatologia universale.
Il primo, che di norma scaturisce dalle dottrine relativa all’immortalità umana o alla sopravvivenza in qualche forma dopo la morte, cerca di risolvere il problema del destino o della condizione, temporanea o eterna, dell’anima umana e di quale sia il legame di dipendenza tra condizione futura e vita presente.
Il secondo, invece, trasferisce la ricerca su un piano più ampio, indirizzato a inferire quale possa essere il destino di tutta l’umanità alla “fine dei tempi”, cioè nel momento in cui si avrà quella che comunemente viene chiamata “fine del mondo” e quali segni precederanno e accompagneranno tale evento.
In entrambi i casi, siamo, ovviamente, nel campo della pura speculazione teologica su quelle che, a seconda del nucleo culturale o religioso di riferimento, definiamo “profezie” o “insegnamenti divini”.
Tali elementi sono variamente presenti in quasi tutte le forme di spiritualità, sia del passato che ancora esistenti, e la ragione di ciò è facilmente comprensibile.
Come affermato dallo storico della cultura Paul Boyer [2], si tratta di un meccanismo archetipico di regolazione e ordinamento retributivo del caos che risulta “particolarmente importante a livello psicologico perché l’idea di una mancanza di senso ultimo è assolutamente spaventosa per l’uomo. Per questo le società umane hanno sempre tentato di creare qualche forma di quadro di riferimento, per dare alla storia e alle nostre vite personali un qualunque significato”.
E’ chiara, in questo assunto, l’influenza della psicologia dell’ “inconscio collettivo” di stampo junghiano [3]. D’altro canto, risulta certamente valida anche l’interpretazione, sempre di matrice fortemente junghiana (e, in realtà, non così radicalmente differente da quella di Boyer, ma, semplicemente, rappresentante il processo più in dettaglio), data da Drewermann allo stesso fenomeno.
Secondo Drewermann, ogni sistema escatologico risulterebbe unicamente come un modello di interpretazione della storia nel suo insieme che si strutturerebbe, dal punto di vista psicologico, come una serie di movimenti regressivi, totalmente animati dalla nostalgia di un paradiso perduto e scaturenti da una “delusione” provocata dalla storia reale.
In questo quadro, tali movimenti non sarebbero che messaggi del profondo, sequenze di immagini e ricordi del “tempo iniziale” per attualizzare il tempo finale, liquidazioni radicali del passato in favore dell’avvento di un tempo del tutto nuovo [4].
Qualora, poi, l’angoscia del reale toccasse vertici più estremi, lo sviluppo della visione escatologica non potrebbe, sempre secondo Drewermann, che incanalarsi verso costruzioni apocalittiche, con un passaggio dal un livello di “nevrosi” che, conoscendo la realtà storica, vuole rompere con il passato per sostituirlo con un altro ordine del mondo, ad un livello di “psicosi” che nega l’intera struttura della realtà, il cui ordine è insopportabile e che si vorrebbe vedere distrutto [5].
Dunque, unendo i punti, il pensiero escatologico risulterebbe una sorta di meccanismo archetipico di ordinamento del reale, che nega il caos della “mancanza radicale di senso”, creando un sistema fantasmatico di ritorno edenico o, nei casi di culture sviluppatesi in periodi particolarmente conflittuali, attraverso visioni di un eschaton apocalittico. Quest’ultima rappresentazione, tra l’altro, si inserisce perfettamente nella teorizzazione di Molcher [6], che afferma: “tutto si riduce ad una questione di potere. Quando vivi in periodo di particolare scontento o guerra o carestia, o, in generale, in periodi negativi, risulta naturale lo sviluppo di idee e predicazioni apocalittiche. E’ un modo, per la gente, di controllare come funziona il loro mondo.”
Insomma, il nucleo fondante di qualunque sistema apocalittico o, in ultima analisi, di qualunque sistema escatologico è, in fondo, solo la necessità di un controllo dello stress psicologico determinato dall’entropia che sembra governare il mondo reale.
Dal momento che tale entropia risulta, a vari livelli, essere una costante storica pressoché ineludibile, diventa chiara la motivazione dell’assunzione di tali meccanismi di difesa da parte di popolazioni presenti a qualunque latitudine e in qualunque momento dell’evoluzione umana.
Il meccanismo, di per sé, è pressoché costante e sviluppato in tre fasi:
1) nostalgia edenica;
2) tentativo ordinativo attraverso una spiegazione del dolore e del male che rappresentano il vissuto quotidiano;
3) in alcuni casi, a seconda del quadro culturale di riferimento, superamento di tale vissuto attraverso la speranza palingenetica legata al concetto dell’eterno ritorno e della ciclicità dei tempi o di un giudizio finale che ristabilisca i parametri etico-morali perduti.
La presenza del terzo momento, di reintegrazione dell’orizzonte valoriale, è normalmente dipendente dallo sviluppo di una concezione del tempo lineare o ciclica. Come ben spiega Mircea Eliade (nello specifico riguardo alla ciclicità della cultura induista), infatti:
“Il significato acquisito dalla «storia» nel quadro delle diverse civiltà arcaiche non ci è mai rivelato così chiaramente come nella teoria del «grande tempo», cioè dei grandi cicli cosmici, che abbiamo segnalato di passaggio nel precedente capitolo. Dobbiamo riparlarne, poiché proprio in questo caso si precisano per la prima volta due orientamenti distinti: l’uno tradizionale, presentito (senza mai essere stato formulato con chiarezza) in tutte le culture «primitive», quello del tempo ciclico che si rigenera periodicamente ad infìnitum; l’altro, «moderno», del tempo finito, frammento (sebbene se ciclico anch’esso) tra due infiniti atemporali. Quasi ovunque queste teorie del «grande tempo» si ritrovano in unione al mito delle età successive, poiché l’«età dell’oro» si trova sempre all’inizio del ciclo, vicino all’illud tempus paradigmatico. Nelle due dottrine – quella del tempo ciclico infinito e quella del tempo ciclico limitato – questa età dell’oro è recuperabile, in altri termini, è ripetibile per un’infinità di volte nella prima dottrina, una sola volta nell’altra.” [7]
Ovviamente, la specificazione delle modalità di attuazione di tale azione difensiva risulta fortemente variabile a seconda del sistema socio-politico di riferimento.
Così, in linea generale, laddove esiste una forte unione (se non una identità) tra potere politico e potere religioso (dagli Assiri agli Egizi o ai Romani, solo per concentrarsi sul mondo antico) il tema escatologico viene, di norma, sottaciuto o visto come già superato, dal momento che una finitezza dell’universo implicherebbe anche una finitezza dell’ordine gerarchico divinizzato esistente, mentre dove tale unione non è così marcata o, addirittura, esiste una situazione dicotomica tra gerarchia religiosa e gerarchia politica (ad esempio, sempre nel mondo antico, tra i Celti o i Maya) il tema è molto insistito, fino addirittura all’ossessività, rappresentando una leva di potere molto forte nelle mani della prima nei confronti della seconda [8].
Resta, comunque, che, anche tra le popolazioni meno “civilizzate”, la praticamente totale universalità (fatte salve solo rarissime eccezioni, per altro, ad una osservazione più puntuale, comunque riconducibili a particolari sistemi di pensiero che si configurano come para-religiosi) della presenza di credenze spirituali che includono sistemi escatologici di esistenza dopo la morte sia un dato generalmente ammesso dalla grande maggioranza dei moderni antropologi [9].
Generalmente, all’interno delle popolazioni più primitive, la purezza delle credenze escatologiche varia a seconda della chiarezza dell’idea di “divino” e di “standard morale” prevalente. Così, dal punto di vista dell’eschaton personale, per alcune popolazioni, come, ad esempio, i “Nicaraguas”, una vita dopo la morte è concessa solo ai “buoni”, mentre per i malvagi si prospetta la totale estinzione, per altre, come i “Tonga”, la possibilità di sopravvivere alla morte dipende dal rango sociale, mentre per alcune tribù della Groenlandia o di Papua, si prospetta la possibilità di una “seconda morte” nell’aldilà o nel viaggio che conduce all’aldilà, qualora non si seguano alcune norme rituali codificate.
Anche l’“altro mondo” risulta variamente dislocato, sulla Terra, nei cieli, sul sole o sulla luna e, più comunemente, sottoterra, ma, in ogni caso, il dato che con maggior frequenza emerge, è la visione dell’aldilà come di un luogo in cui tutti gli attributi positivi della vita umana vengono amplificati all’ennesima potenza, sviluppando così un sistema di vita perfetto per gli eletti (che non sempre corrispondono ai meritevoli secondo un sistema retributivo morale) [10].
Se le variazioni riguardanti l’eschaton personale sono numerosissime, molto maggiore è il numero delle varianti apparenti intercorrenti nelle visioni dell’eschaton universale, proprio in relazione alla strettissima dipendenza di questa dottrina “collettiva” dai sistemi culturali di riferimento delle diverse popolazioni e alla loro storia evolutiva, seppur, nella stragrande maggioranza dei casi, tutte queste varianti siano riconducibili ai meccanismi di fondo descritti.
In questo senso si pone la necessità di un’analisi particolareggiata, sia diacronica che sincronica, delle diverse specificazioni che l’idea escatologica universale assume nei vari culti religiosi di popoli del passato e del presente: al di la dell’indiscutibile interesse e, a tratti, della poesia di alcune immaginifiche soluzioni escatologiche, lo studio, almeno generale, della eschaton così come definito nelle sue varie declinazioni etnico-religiose può realmente divenire chiave di volta per la comprensione proprio dell’assetto socio-storico e culturale di genti diversissime tra loro, ma unite da comuni necessità psicologiche e morali.
Se, dunque, la conoscenza delle culture altre può condurre ad una maggior flessibilità mentale e apertura verso la diversità, la comprensione di quanto, in fin dei conti, tale diversità non sia mai così sostanzialmente radicale si delinea come una funzione non solo meramente “conoscitiva”ma anche eticamente connotata.
E’ unicamente su questa linea e non in vani e vaghi tentativi di previsioni del futuribile o di divagazioni misticheggianti legate a questa o quella moda cultura che uno studio escatologico comparativo può assumere significato per il singolo e l’intera società.
Note:
[1] Definizione da AA.VV., Merriam-Webster Dictionary, Merriam Webster 2006, p.1207
[2] P.S.Boyer, When Time Shall Be No More: Prophecy Belief in Modern American Culture, Belknap Press 1994, pp.24 ss.
[3] Vd. in particolare C.G. Jung, La Vita Simbolica, Bollati Boringhieri 1999, passim
[4] Cfr. M. Diana, Angoscia e Libertà. Psicologia del Profondo e Religione nell’Opera di Eugen Drewermann, Centro Scientifico Editore 2002, pp.158-159
[5] Ivi, pp. 161-162
[6] M.Molcher, A Very English Apocalypse, in “The End Is Nigh”,N.2, 2005
[7] M.Eliade, Myth of the Eternal Return: Cosmos and History, Princeton University Press 2005, pp.22-23
[8] R. K. Bultmann, History and Eschatology: the Presence of Eternity, Gifford 1962, passim
[9] J.Waardenburg, Classical Approaches to the Study of Religion: Aims, Methods, and Theories of Research, Walter de Gruyter 1999, p.22-24
[10] AA.VV., The Catholic Encyclopedia, New Advent 1917-2006, voce: “Eschatology”
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