Da qualche tempo le librerie sono piene di testi, laici o di chiara impronta religiosa (addirittura papale), riguardanti la figura storica di Gesà di Nazareth.
Non si tratta certamente di un fenomeno nuovo: lasciando anche da parte tentativi pre-illuministici chiaramente improntati ad una visione agiografica e pamphlet illuministici chiaramente negazionisti e redatti sull’onda dell’ultra-razionalismo imperante, è almeno dalla metà del XIX secolo che storici e critici di ogni genere e di ogni schieramento (e tra essi è impossibile non ricordare figure del calibro di Bauer, Renan, Ricciotti, Bultmann o Schweitzer, oltre agli autori della cosiddetta “terza ricerca”) si sono impegnati nella ricerca oggettiva dei fondamenti storici della fede cristiana.
Eppure, raramente si è vista una fioritura editoriale su questo soggetto paragonabile a quella che stiamo vivendo da pochi anni a questa parte.
Di fronte ad essa, però, è lecito chiedersi quali siano i presupposti storico-teologici e ideologici su cui si fonda. Insomma, la domanda che ogni studioso (ma, probabilmente, anche ogni lettore interessato a questi argomenti) dovrebbe porsi è semplicemente: “E’ possibile che una ricerca scientifico-storica sul Cristo possa contribuire allo sviluppo della conoscenza e, eventualmente, della fede del singolo? E’ possibile che una tale ricerca, sulla base dei dati in nostro possesso, possa portare a qualche frutto?”
Per tentare di rispondere a questi quesiti, dobbiamo partire da un presupposto fondamentale: la Bibbia, nella sua interezza, non è un libro storico ma un libro di fede.
Questo dato di fatto, così ovvio, non dovrebbe stupire né creare imbarazzo a nessuno: sebbene non molti decenni siano trascorsi dalle polemiche sul darwinismo, i tempi dei processi galileiani risultano così lontani da aver portato persino a scuse ufficiali per le persecuzioni perpetrate dalla Chiesa contro coloro che si opponevano ad ingerenze teologiche in campi scientifici1.
Eppure, ancora oggi, la netta distinzione tra scienza (scienza storica inclusa) e fede non sembra essere argomento gradito da parte di molti che si dichiarano cristiani.
Quando poi l’oggetto di discussione si avvicina troppo a campi che alcuni ritengono essere ancora appannaggio esclusivo del clero (in particolare di un clero, che non è certamente la maggioranza, che tende a deformare inutilmente la realtà per fare aderire verità storica a verità di fede) o di studiosi di parte pronti alla manipolazione di dati oggettivi per incastrarli, quasi come in un letto di Procuste, all’interno di tesi preordinate, la situazione si fa piuttosto incandescente.
Si finisce così per trovarsi di fronte a situazioni paradossali quali la minimizzazione della barbarie inquisitoriale2 o la mancata pubblicazione completa, a tutt’oggi, del contenuto dei Rotoli del Mar Morto, scoperti nel 1947, di cui alcune parti sono ancora sotto esame da parte della Commissione Internazionale, eterodiretta dall’École Biblique3 dopo sessant’anni dal loro rinvenimento.
Le ragioni dell’assunzione, da parte di alcuni (lo si ripete, fortunatamente una minoranza) di posizioni del genere può, in realtà, essere piuttosto comprensibile, in un’ottica, però, fortemente connotata da errori logici ed interpretativi di fondo.
In sostanza, troppe volte, anche in periodi recenti, la presunta inattendibilità (e qui è il maggiore errore: quale attendibilità si dovrebbe richiedere ad un testo che è, per comune accezione, non una cronaca, ma un lungo percorso di fede?) della Bibbia è stata presa a pretesto per un attacco al Credo cattolico nel suo insieme. Conseguentemente, ciò ha provocato una sorta di riarroccamento da parte di alcune fazioni cristiane verso posizioni difensive ed esclusiviste che erano già state proprie, per ragioni storico-politiche, delle diverse comunità ecclesiali in periodi precedenti.
Questo progressivo innalzamento di trincee da parte di entrambe le fazioni (accusatori e difensori della veridicità evangelica) assomiglia però ad un cane che si morde la coda: il solo risultato che provoca è un incancrenirsi delle posizioni che non porta a nulla di positivo.
Ciò che occorre è un rovesciamento radicale della prospettiva da parte di tutti, in due sensi distinti: da un lato, verso una ricerca che sia davvero aperta e senza tesi precostituite o tentativi di dimostrazione di questo o quell’assunto, dall’altro un approccio completamente diverso alle fonti, non teso a sottolineare gli “errori”, l’inattendibilità o i presunti infingimenti dei testi su cui si fonda la fede, ma, al contrario, teso alla disamina oggettiva dei fatti, alla loro interpretazione ed al loro setaccio per cogliere quanto di reale ed utile si può da essi cogliere per avere una ricostruzione oggettiva della storia del cristianesimo.
Resta la domanda sull’utilità di una conoscenza storica di fatti che, come detto, in realtà concernono campi, come quelli della fede del singolo, ben poco dipendenti da considerazioni storico-scientifiche.
A tale quesito si possono fornire almeno tre livelli di risposte.
Un primo livello, che potremmo definire culturale, riguarda la carenza di conoscenze storiche relative alla nascita e allo sviluppo della fede.
Il cristianesimo è la prima religione del mondo: circa un terzo della popolazione del globo (2.1 miliardi di persone nel 20054) si professa cristiano. A questo enorme numero vanno aggiunti 1.3 miliardi di islamici (21% della popolazione mondiale) che vedono nel Cristo l’ultimo profeta prima di Maometto. Il mondo occidentale computa addirittura il tempo in un prima e dopo la nascita di Gesù e, fondamentalmente, pressoché tutta la cultura occidentale è fondata su una struttura sociale e filosofica che si rifà al cristianesimo5.
Eppure, pur avendo la maggior parte dei cristiani una discreta conoscenza di Gesù Cristo e delle sue Opere, di Yeshua, dell’uomo storico che presumibilmente ha fondato il più grande movimento religioso, culturale, sociale e filosofico della storia del genere umano, si sa pochissimo.
E’ una situazione paradossale, che non ha eguali in nessun altro campo.
Dal punto di vista religioso, sappiamo molto di più non solo di Muhammad, il che, parlando di un periodo storico più recente (tra il VI ed il VII secolo) potrebbe anche essere normale, ma persino di Siddharta Gothama, il Buddha, nato e vissuto ben quattro secoli prima di Yeshua.
Non tanto, dunque, dal punto di vista religioso, quanto dal punto di vista culturale è impossibile non avvertire una carenza, una lacuna in quello che dovrebbe risultare un elemento di base nelle conoscenze non di ogni cristiano, ma, quantomeno, di ogni occidentale in generale.
Ciò che risulta più grave, e passiamo così alla seconda ragione per cui una analisi storica sulla figura di Yeshua appare necessaria, è che tale lacuna ben si presta, ovviamente, ad essere colmata con ogni genere di supposizione e di invenzione da parte di chi (involontariamente e, purtroppo, più spesso volontariamente), pur senza nessuna prova storica o con serie di congetture spesso prive di fondamento ed autoreferenziali, formula teorie e trae conclusioni che, presentate come verità assolute, invece di chiarire le idee di chi è interessato a sviluppare una seria conoscenza sull’argomento, finiscono per confondere le menti, creare dubbi (ottima cosa, se poggiata su fondamenta reali, pessima cosa se basata sul nulla, su paradossali “voci di corridoio” o su puro pettegolezzo storico-tradizionale) e portare ad un indifferentismo o ad un relativismo che, come è possibile osservare quotidianamente, non pare avere risultati particolarmente positivi né sul singolo né, conseguentemente, sul sociale.
Ultimamente, poi, si è giunti, in questo senso, a posizioni parossistiche laddove le “verità” asserite da romanzi che si dichiarano apertamente tali (dunque parto di fantasia) sono state, nella maggior parte dei casi in buona fede, accolte come elementi storici inoppugnabili, provocando discussioni e dibattiti che, se da un lato hanno avuto il merito di far puntare l’attenzione su argomenti prima accantonati, dall’altro hanno provocato solo sconcerto ed ulteriore radicalizzazione delle parti in causa.
Proprio da questa radicalizzazione parte il terzo livello di ragioni per compiere una ricognizione storica sull’uomo Yeshua.
Ad ogni radicalizzazione di pensiero corrisponde, di necessità, lo sviluppo di fondamentalismi nocivi per qualunque istanza supportata e, soprattutto la perdita di una visione critica oggettiva capace di interpretare i fatti scientificamente nella loro giusta ottica.
Un esempio, per alcuni versi esterno rispetto alla ricerca storica su Gesù, ma ad essa strettamente correlato, potrà chiarire meglio questo concetto.
Prendiamo, uno dei più famosi passi dell’Antico Testamento, quel capitolo 14 dell’Esodo6 in cui Dio dimostra la sua potenza e la sua benevolenza per Israele salvando gli Ebrei dagli inseguitori egiziani. Soffermiamoci sul versetto seguente:
“Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore, durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto; le acque si divisero.”7
Credere che gli avvenimenti siano accaduti esattamente come narrato, cosa che alcuni fondamentalisti continuano a sostenere8, può avere senso forse solo in un’ottica di fede, ma sicuramente pone numerosi dubbi in un’ottica laica di oggettività storica.
La risposta dell’opposto fondamentalismo anti-biblico è altrettanto semplicistica: se oggettivamente quanto narrato non ha alcun senso secondo l’esperienza comune, se ne deduce che chiaramente il passo in questione è falso, puro frutto di fantasia e che, conseguentemente, tutto il racconto biblico è semplicemente una sorta di leggenda, magari creata da classi dominanti per sottomettere il popolo ignorante9.
Entrambe le interpretazioni non tengono conto del fattore fondamentale che si è già avuto modo di citare: la Bibbia non è un documento storico, non ha mai voluto esserlo! Così come è privo di senso dimenticare questo elemento affermando una assoluta storicità del racconto, è, altresì, altrettanto inutile basarsi sull’ovvio, prendendo spunto da esso per negare ogni realtà a tale racconto. Qual’è allora il giusto atteggiamento da tenere? Probabilmente, un atteggiamento critico ma aperto ad ogni possibilità: quello stesso atteggiamento che, sempre a proposito dell’esempio che abbiamo scelto, ha permesso a Graham Phillips10, dopo molti anni di ricerche che si sono avvalse di contributi dall’archeologia, dalla papirologia, dalla storia, dalla fisica e dall’oceanografia, di provare senza ombra di dubbio che, effettivamente, intorno all’anno 1135 a.C., in conseguenza di una immane eruzione che sprofondò l’isola di Thera e che, tra l’altro, praticamente distrusse la civiltà minoica e che spiegherebbe le cosiddette “piaghe d’Egitto”, effettivamente, per un effetto simile a quello dei vasi comunicanti, la zona in cui logicamente gli Ebrei dovevano essere passati per muoversi dalla terra dei faraoni verso Canaan (il lago detto Mar delle Canne, poi erroneamente tradotto e confuso con il Mar Rosso) doveva aver subito una inconsueto fenomeno di prosciugamento e successivo ingrossamento delle acque il cui ciclo doveva essere durato almeno per qualche giorno.
A questo punto la prospettiva di fede può tranquillamente continuare a parlare di intervento di Dio (perché tale fenomeno, proprio nel momento del passaggio del popolo d’Israele in fuga, se non per un miracolo divino?), la prospettiva negazionista può continuare a parlare di una casualità storica (o, volendo, anche di una causalità indiretta: il cataclisma ed il conseguente disastro biologico-ambientale nell’Africa settentrionale avrebbero accelerato la fuga degli Ebrei vessati), ma non è questo che conta dal punto di vista della storia.
Ciò che conta è il metodo d’indagine: è la capacità di prendere spunto dal racconto biblico, di depurarlo dalla sovrastruttura simbolica (o mistica o leggendaria, come dir si voglia a seconda delle prospettive), di essenzializzarlo nelle sue linee costitutive reali e di analizzare gli elementi decantati che ne derivano, mettendoli al vaglio dei fatti, delle risultanze da altre fonti storiche, senza preconcetti ma con l’oggettività analitica propria della scienza storica riguardo ad ogni altro oggetto d’indagine.
Solo in questo senso, una indagine storica sulla figura del Cristo risulterà realmente e oggettivamente scientifica, presupposto essenziale per una validità della ricerca sia sul piano strettamente formale, sia, soprattutto, sul piano di una concreta utilità per la vita del singolo, indipendentemente dal suo essere credente o meno.
1Cfr. SS. Giovanni Paolo II, Discorso ai partecipanti alla sessione plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, 31 ottobre 1992
2Cfr. Giraud, Dedieu ad altri studiosi del cosiddetto revisionismo cattolico.
3Cfr. M.Baigent, R.Leigh, Il mistero del Mar Morto, Milano, Tropea, 1997, passim
4Fonte: www.adherents.com
5Cfr. B. Croce, Perchè non possiamo non dirci cristiani, Bari, Laterza, 1947, passim
6In particolare Esodo 14:21-30
7Esodo 14:21
8Ad esempio J. Armstrong, The Biblical Truth, Detroit, Armageddon Press, 2002, pgg. 128-135
9Tra i (molti) altri, cfr. R. Stood, Getting free, Austin, Almond, 1999, pgg. 78-102 e A. Storkenhauser, Misleading people: a step-by-step confutation of the Bible, Cambridge, New order Press, 2005, pgg. 43-81
10Cfr. G. Phillips, I misteri delle civiltà perdute, Milano, Sperling Paperback, 2000, 159-172
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