1) Una situazione complicata
Tentare di tratteggiare le linee storiche di sviluppo del “mito” della Veronica è certamente compito arduo: per lungo tempo, almeno fino alle prime ostensioni della Sindone, la “Veronica” è stata la reliquia più conosciuta e venerata dell’occidente cristiano, meta di pellegrinaggi e persino simbolo imperiale1 e, forse, proprio un tale livello di notorietà ha fatto sì che, nei secoli, la sua vicenda storica abbia assunto colori sbiaditi, ammantati di leggenda persino più di tutte le altre immagini considerate acheropite, a tratti misteriosi.
Da qualche anno, poi, a questo quadro già di per sé di difficile decifrazione si è aggiunta una polemica culturale tra esponenti ecclesiastici (una polemica su cui la Chiesa ufficiale non si è mai sbilanciata con alcun pronunciamento) riguardo addirittura la localizzazione stessa immagine, da alcuni ritenuta ancora presente a Roma nel Patrimonio Vaticano, da altri, come vedremo con buone ragioni storiche, localizzata in un piccolo paese della provincia di Pescara di nome Manoppello.
Prima di entrare nel vivo della questione, cominciamo a far luce sugli aspetti più “tradizionali” della leggenda di questa immagine acheropita.
Secondo la credenza popolare la Veronica sarebbe l’immagine del volto di Gesù comparsa miracolosamente sul fazzoletto di bisso con il quale una pietosa donna (il nome della reliquia deriverebbe dal suo: Veronica in latino o Bernike in greco), asciugò il volto di Gesù mentre saliva sul Calvario2.
Dopo la morte di Gesù, la donna sarebbe venuta a Roma, portando con sé la sacra reliquia. Alcuni testi apocrifi come la Vindicta Salvatoris3, dicono che il funzionario romano Volusiano sequestrò con la violenza il telo alla donna e lo portò a Tiberio, il quale appena lo vide guarì dalla lebbra (per altro, un Tiberio lebbroso non è mai stato riportato da alcuna fonte): Veronica abbandonò ogni cosa in Palestina e seguì il suo telo a Roma. Riavutolo, lo tenne con sé e prima di morire lo consegnò a papa s. Clemente.
Già a questo livello “leggendario” sorgono i primi problemi. É ovvio che il racconto nasce da una devozione già esistente nei riguardi della reliquia4, intorno alla quale viene costruita una sorta di “parabola” di cui, ovviamente, non esiste traccia nei Testi Sacri. In essa viene forzatamente inclusa la figura di una donna che alcuni hanno voluto riconoscere nella evangelica emorroissa ricordata nel Vangelo di Matteo5, colei che, fattasi strada in mezzo alla calca al passaggio di Gesù per implorare la propria guarigione, riuscì a toccargli il lembo del mantello e guarì all’istante.
L’inclusione doveva essere evidente “ab initio” e anche per questo, nei secoli successivi, la Veronica deve avere avuto un culto a fasi alterne, se non figura negli antichi martirologi, né in quelli medioevali ma solo in qualche secondario martirologio è citata al 4 febbraio6.
Gervasius Tilberiensis, tra il 1212 e il 1214, arriva addirittura, con operazione filologica quasi impensabile in epoca medioevale, ad azzardare la non esistenza di un personaggio storico di nome Veronica e a formulare un’ipotesi secondo la quale il suo nome sarebbe nato solo da un’anomala trasposizione linguistica (un misto di latino e greco) di “vera ikona”, cioè di vera immagine7.
Gregorio XIII nel 1582, cancella, infine, completamente il nome della santa dal martirologio, anche se essa continua ad avere una devozione popolare, che è rimasta fino a oggi nella pratica della Via Crucis alla sesta stazione.
Una santa quasi certamente inesistente, dunque, ma una reliquia vera, attestata a Roma forse già dal l’VIII secolo e sicuramente dal XII secolo, una reliquia ricordata come antica addirittura da Dante nella sua Divina Commedia8:
«Qual è colui che forse di Croazia,
viene e a veder la Veronica nostra,
che per l’antica fama non si sazia,
ma dice nel pensier,
fin che si mostra:
Signor mio Gesù Cristo,
Dio verace
or fu fatta la sembianza vostra?»
Qual’era, dunque, la storia reale di questa icona?
2) Una ipotesi di storia
Pur nella già ricordata difficoltà di tracciare linee storiche precise, i documenti in nostro possesso ci permettono, comunque, di azzardare una ipotesi cronologica che, parzialmente leggendaria nei suoi esordi, si appoggia, con il procedere dei secoli, sempre più a prove documentali9.
Molto probabilmente il velo della Veronica un tempo era conosciuto nell’Impero Romano d’Oriente come l’“Immagine di Camulia”, da sempre ritenuta acheropita e originaria della piccola città di Kamulia, o Kamuliane, in Cappadocia. Tale immagine venne traslata da Cesarea, capitale della regione, a Costantinopoli nel 574 e in breve la “Camuliana” (o “Camulia”) divenne un palladio, immagine protettrice della capitale che garantiva vittoria agli eserciti imperiali. É possibile che la reliquia venisse accolta con entusiasmo a Bisanzio per sostituire il Labarum di Costantino I, andato perduto durante il regno di Giuliano l’Apostata, anche se le caratteristiche di questa insegna sono a noi tuttora ignote.
Sicuramente la Camulia viene segnalata in Africa nella battaglia di Costantina, del 581, in quella sul fiume Arzaman, del 586, e in molti altri episodi bellici. L’imperatore Eraclio (575-641) in partenza per una campagna in Persia, nel 622, stringe in mano uno stendardo sul quale è ricamata proprio l’immagine di Camulia e ancora nel 626, durante l’assedio di Costantinopoli da parte degli àvari, la santa immagine viene esposta sulle mura a difesa della città.
Un giorno, però, l’immagine sparisce per non ricomparire più a Costantinopoli. Potrebbe esser andata distrutta in battaglia, ma l’ipotesi più ragionevole è che sia stata inviata segretamente a Roma.
Nella Vita di Germano I, patriarca di Costantinopoli all’inizio dell’VIII secolo, questo invio a Roma è narrato con tratti leggendari, pretendendo che il vescovo, durante il periodo dell’iconoclastia, abbia messo in salvo l’acheropita gettandola in mare e che questa sia miracolosamente giunta al largo di Ostia per essere ripescata e portata a Roma. Nella realtà dei fatti, però, sono noti altri documenti che sembrano confermare la sostanza dell’avvenimento, cioè l’invio della reliquia a Roma negli anni che intercorrono fra il primo e il secondo regno di Giustiniano II, dal 695 al 705.
Naturalmente la Camuliana, messa in salvo a Roma, rimaneva ancora proprietà del Patriarcato di Costantinopoli e non poteva essere assunta come protettrice di una città ove probabilmente era stata inviata in via temporanea, con il tacito accordo che venisse restituita quando fosse cessata la persecuzione delle immagini.
Forse per questo la Veronica-Camuliana, mai restituita, viene mostrata pubblicamente solo dopo il definitivo declino della potenza di Bisanzio, cioè dopo la caduta di Costantinopoli del 1204.
Comunque stessero le cose, storicamente, da questo momento in poi, le attestazioni dell’icona acheropita del Cristo a Roma si susseguono incessantemente.
Nel 1208 Papa Innocenzo III stabilì, con apposita bolla, che l’“effigies Christi” venisse portata in processione, dentro un prezioso reliquiario, nella prima domenica dopo l’Epifania, fino all’ospedale di Santo Spirito, e concesse un’indulgenza a chi pregava dinanzi «alla preziosa immagine che i fedeli chiamano la Veronica»10. Niccolò IV nel 1289 aggiunse un’altra corposa indulgenza e altre ancora progressivamente si accumulano. Si moltiplicarono anche le ostensioni del velo: Clemente VI ne autorizzò ben dodici negli anni del suo pontificato (1342-1352). La “Veronica” veniva però sempre contemplata da lontano: solo il papa e i canonici vaticani potevano avere un contatto ravvicinato con essa e per permettere all’imperatore Federico III di vederla da vicino, nel 1452 si dovette nominarlo canonico onorario.
Due eventi, la demolizione della basilica costantiniana nel 1506 e il sacco di Roma nel 1527 fecero temere che la “Veronica” fosse andata perduta in quei frangenti. Durante la demolizione della vecchia Basilica, però, la Veronica (insieme alla punta della lancia di Longino e al capo di sant’Andrea), di notte (26 gennaio 1506) e in forma privata, fu messa al sicuro negli ambienti dell’archivio capitolare, chiusa in una cassa di ferro con triplice serratura e protetta da un muro e, grazie a questi accorgimenti, come confermato da alcuni testi, è certa la presenza della reliquia in San Pietro negli anni immediatamente seguenti il sacco11.
Nella nuova Basilica, la “Veronica”, racchiusa in una triplice teca di argento e protetta da una reticella a velo («crivellotto»), venne collocata solennemente il 21 marzo 1606, martedì santo, alle otto di sera12, in una nicchia ricavata all’interno del pilone della cupola detto, appunto, “della Veronica”.
3) L’enigma
É proprio un evento del XVII secolo, la presunta “perdita” dell’icona, che ha aperto, da qualche anno, una disputa storica interna alla chiesa sulla presenza dell’immagine.
Diamo una scorsa ai termini della questione.
Nel 1978 suor Blandina Paschalis Schloemer, un’esperta iconografa, come risultato di alcune ricerche ed indagini, affermò che il volto raffigurato in una icona di Manoppello e quello ritratto dalla Sacra Sindone di Torino, sono esattamente sovrapponibili. I tratti sarebbero infatti gli stessi: viso ovale leggermente rotondo e asimmetrico, capelli lunghi, un ciuffo di capelli sopra la fronte, la bocca leggermente aperta, lo sguardo rivolto verso l’alto.
Questa ipotesi richiamò sull’immagine del piccolo paesino abruzzese l’attenzione di padre Heinrich Pfeiffer, S.J., docente di Storia dell’Arte nella Pontificia Università Gregoriana, direttore, presso la stessa, del Corso Superiore per i Beni Culturali della Chiesa e membro della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa.
Questo eminente ricercatore, dopo anni di studio, ha concluso che l’icona di Manoppello altro non sarebbe che la Veronica di Roma, rubata dopo l’Anno Santo 1600 e successivamente venduta ai francescani del paese pescarese, sostituita a Roma da una normalissima icona tardo-bizantina13.
Questa teoria, però, da subito si è attirata gli strali di alcuni esponenti della Chiesa romana, primo fra tutti Mons. Dario Rezza, canonico di San Pietro.
Mons. Rezza ritiene quella di Manoppello una banale copia ed è convinto che l’originale sia ancora presente nella Basilica romana. Ecco le sue parole: «Oggi la reliquia, con la quale si benedicono dall’alto della loggia del pilone i devoti nella quinta domenica di Quaresima, si presenta racchiusa in un’antica custodia d’argento, alta cm 63 e larga cm 52, arricchita, nel 1845 dal cardinale arciprete Mario Mattei, di un ulteriore ornamento con pietre preziose. Lo spazio visibile all’interno, protetto da un vetro e da una rete finissima in argento, misura cm 32 in altezza e cm 21 in larghezza: in esso una lastra dorata, fissata con chiodi, delimita, disegnandone il profilo, i contorni di un volto umano di cm 25×13. Vi si riescono a distinguere, su un fondo scuro, delle macchie di colore bruno, all’altezza di quella che può essere ritenuta la fronte, interpretabili quali segni di capigliatura e, in basso, tre macchie a punta dello stesso colore, che possono essere identificate con la barba. La copia della chiesa del Gesù in Roma avalla tale identificazione. Alcune ombrature al centro, con lievissimi, sottili pigmenti arancio-ambrati, non permettono di definire i lineamenti, così come appaiono invece nella copia: caratteristiche forse sbiadite e scomparse col tempo sull’originale, o frutto della immaginazione dell’autore della copia.»14
Dal punto di vista storico, comunque, la tesi del Prof. Pfeiffer risulta piuttosto convincente.
Vediamo le sue argomentazioni.
Per quanto riguarda la sparizione dell’icona da Roma, essa potrebbe essere avvenuta negli anni immediatamente successivi all’Anno Santo 1600 in relazione al trambusto legato allo spostamento del velo nella Basilica di San Pietro (1608). Alcuni dati possono confermare l’accaduto:
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stranamente, dopo un numero notevole di ostensioni e di copie dell’acheropita, Papa Paolo V nel 1616 decide di proibire tutte le copie del Velo della Veronica non eseguite da un canonico della Basilica di San Pietro;
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nel 1618 l’archivista del Vaticano Giacomo Grimaldi fa una precisa lista di tutti gli oggetti provenienti dalla vecchia Basilica di San Pietro tra cui il reliquario dove veniva custodita la Veronica, del quale scrive: «Aedituorum incuria, ut probabile est, in duas parte fessa», notando che i cristalli del reliquario erano rotti;
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nel 1629 Urbano VIII ordina che tutte le repliche della “Veronica” romana vengano bruciate. Numerose, però, sopravvivono e tutte quelle eseguite prima del 1608 mostrano un Cristo con gli occhi aperti (come a Manoppello) e non con gli occhi chiusi (come “si intuisce” siano nell’immagine di Roma).
Per altro, l’immagine romana risulta praticamente illeggibile. Scrive Pfeifer: «Sia il De Waal sia il Wilpert15, scrivono chiaramente che hanno visto la cosiddetta reliquia vaticana e non hanno potuto vedere niente altro sul pezzo di stoffa che qualche macchia brunastra. Poi, prima della sua morte, monsignor Krieg mi ha fatto ancora sapere personalmente per iscritto che non c’è nessuna immagine sulla “Veronica” di San Pietro»16. Tale elemento è confermato anche da ulteriori dati: il Cardinale Marchisano, arciprete della basilica, disse a Paul Badde del “Die Welt” che «l’immagine nel corso dei secoli si è notevolmente sbiadita»17, ma, più che sbiadita è probabile che si tratti di una semplice copia, altrimenti non si spiegherebbe come, dopo che per secoli fu impossibile condurre su di essa uno studio accurato, quando finalmente, nel 1907, Papa san Pio X concesse a monsignor Joseph Wilpert, uno dei due archeologi menzionati da Padre Pfeiffer, di compiere un’analisi dell’icona, questi individuò tracce di addirittura tre successivi restauri, assolutamente incompatibili con la natura acheropita dell’immagine e confermò che tali tracce erano tutto ciò che di visibile restasse sull’icona esaminata.
Quanto, poi, all’arrivo della Veronica in Abruzzo, esso è chiaramente registrato nei testi francescani.
Il velo di Manoppello è stato, infatti, con certezza, acquisito stabilmente dai padri cappuccini dal 1638. Ne fa fede una Relatione historica18 di padre Donato di Bomba. Questa relazione, scritta fra il 1640 circa e il 1646, è certamente leggendaria per alcuni degli episodi più lontani nel tempo, ma non mente riguardo a quelli più prossimi, addirittura confermati da atti notarili.
Secondo la Relatione historica, un giorno il dottor Giacomo Antonio Leonelli, mentre conversava con altri signori dinnanzi alla chiesa di San Nicola di Manoppello, venne avvicinato da un pellegrino «d’aspetto Religioso et molto venerando»19, che lo invitò ad appartarsi con lui in chiesa e ivi gli consegnò un involto, raccomandandogli di tenerlo molto caro. Dall’involto, subito srotolato, apparve il Volto Santo, ma il misterioso pellegrino era già scomparso né fu in alcun modo possibile rintracciarlo. Così il Velo divenne un bene della famiglia Leonelli e finì per costituire la dote di una Marzia Leonelli, andata sposa a «un soldato ed uomo d’armi»20 . Sembra che il fratello della sposa si opponesse alla consegna della reliquia e che l’uomo d’armi se ne sia impadronito con la forza ma che, una volta in possesso della reliquia, l’abbia conservata con poca cura e rispetto. In seguito, nel 1618, Marzia, per riscattare il marito in prigione a Chieti, cedette per quattro scudi il Velo al dottor Donato Antonio de Fabritiis, che, dopo il 1620, ne fece dono ai padri cappuccini giunti a Manoppello proprio in seguito a una sua sollecitazione. La Relatione historica precisa che, già prima della ratifica del passaggio di proprietà del Velo, il primo superiore dei cappuccini, padre Clemente da Castelvecchio, aveva rifilato il panno tagliando con le forbici tutti «gli stracciatelli»21 che pendevano dal consunto tessuto mentre fra Remigio di Rapino provvedeva a racchiuderlo fra due vetri entro una cornice di noce.
Sicuramente la Relatione historica, come avviene per molti testi leggendari, contiene un nocciolo di verità. Il misterioso pellegrino che consegna in segreto il velo al dottor Leonelli e subito dopo scompare, è con ogni probabilità, leggendario. Padre Pfeiffer ritiene che dietro l’acquisizione violenta della reliquia, operata dall’uomo d’armi, si nasconda una diversa acquisizione violenta, tutt’altro che leggendaria, quella avvenuta a Roma, in San Pietro o nel vicino archivio, a opera d’ignoti nei primi anni del secolo XVII. Fra l’altro, è da rilevare che, in relazione ai vetri rotti del reliquario spezzato a cui fa riferimento il Grimaldi nel 1618, sul velo di Manoppello è stato rilevato un piccolissimo frammento di vetro che potrebbe avvalorare la tesi di un furto dell’icona dopo la rottura della teca di protezione.
Insomma, nella teoria di Padre Pfeiffer tutto sembra essere chiaro e ben documentato e ciò fa, senza dubbio, propendere per una effettiva localizzazione della Veronica ai piedi della Maiella.
Ma, complessa storia a parte, cos’altro possiamo affermare del velo di Manoppello?
4) Il velo
Il Volto Santo è un velo di bisso bianco e trasparente della dimensione di 17×24 cm. Man mano che ci si avvicina all’altare il telo comincia a colorarsi sempre di più ed appare il volto di un uomo. La stoffa appare molto antica, con una superficie ruvida, ma da un momento all’altro la stessa stoffa appare come una tessitura finissima e delicatissima e totalmente trasparente, perfino splendente. Allo stesso modo, il volto umano che si può scorgere su questa stoffa appare a tratti con un intensissimo colorito e delineato con molta precisione nel disegno dei capelli e degli altri dettagli e a tratti quasi monocromo22.
Il fatto che il volto appaia e scompaia a seconda della direzione della luce fu considerato un miracolo durante il Medio Evo, ma si tratta, in realtà, di un effetto ottico cangiante tipico proprio del bisso, una sorta di seta naturale marina ottenuta da un filamento che secernono alcuni molluschi (pinna nobilis), la cui lavorazione era sviluppata nell’area mediterranea e che era considerato il tessuto più prezioso dell’antichità: è stato rinvenuto nelle tombe dei faraoni e si conosce anche dalla Bibbia, dove se ne parla come tessuto obbligatorio per il tappeto all’interno del Santissimo e per l’efod, parte del vestito del sommo sacerdote23.
Ciò che più colpisce è che il bisso non può tecnicamente essere dipinto24 ma solo immerso in porpora o limone per essere colorato. Infatti, il Prof. Donato Vittori dell’Università di Bari ha scoperto dai suoi studi fotografici ad alta definizione non solo che il velo presenta un’immagine assolutamente speculare su entrambi i lati, ma anche che sull’intero tessuto non ci sono tracce di colore: soltanto nel nero delle pupille le fibre sembrano quasi bruciacchiate, come se un calore avesse leggermente fuso i fili25.
Insomma, a prima vista sembrerebbe davvero di essere di fronte ad una icona acheropita, forse l’unica esistente che risponda perfettamente ad ogni caratteristica tradizionalmente attibuita a questo genere d’immagini.
Però, per lo storico corre l’obbligo di verificare ogni particolare alla ricerca di possibili incongruenze.
5) Perplessità
Il primo dubbio riguardante la Veronica riguarda certamente la sua datazione. Di fronte ad una reliquia di tale importanza, risulta quantomeno strano che nessun autore dei primissimi secoli abbia mai anche solo accennato al velo. Solo Eusebio, nella sua Historia ecclesastica26, racconta che a Cesarea di Filippo vi era la casa della miracolata emorroissa Bernike, forse originaria del sud della Siria, e che davanti alla porta della casa si ergeva una statua in bronzo, rappresentante una donna piegata su un ginocchio con le mani tese in atto d’implorazione, con davanti a lei la statua di un uomo in piedi, avvolto in un mantello, che tende la mano alla donna; ai suoi piedi cresceva una pianta sconosciuta elevata fino al mantello e ritenuta di efficace rimedio per ogni tipo d’infermità.
Potremmo parlare di un primo labilissimo indizio della futura evoluzione della storia di S.Veronica, ma del velo e dell’immagine acheropita, nessuna traccia.
Perché? Forse, come alcuni27 hanno sostenuto, perché in realtà la Camuliana era precedentemente conosciuta con il nome di Mandylion e dunque il telo perduto di Edessa e il velo di Manoppello sarebbero in realtà la stessa cosa? Sicuramente no: anche lasciando da parte il fatto che una simile identità non risolverebbe affatto il vuoto storico di alcuni secoli, la cronologia e la storia documentale delle due icone vietano completamente una tale supposizione.
Anche per quanto riguarda l’accostamento fatto da Suor Schloemer e accettato da Padre Pfeiffer tra Veronica di Manoppello e Sindone di Torino28, la questione appare alquanto dubbia.
In primo luogo, a differenza di quanto pensato da Suor Schloemer, le due immagini non sono affatto sovrapponibili: sebbene le dimensioni del volto e alcuni particolari coincidano, le due immagini differiscono sia per quanto riguarda l’attaccatura dei capelli che per il taglio della barba, a tal punto che alcune prove antropometrico-scientifiche29 effettuate tra le fotografie delle due reliquie hanno potuto riscontrare solo dieci punti di congruenza .
Inoltre, è fondamentale la questione degli occhi e delle ferite: nella Sindone gli occhi sono chiusi e nella Veronica aperti, il che potrebbe essere spiegato semplicemente ritenendo il velo un acheropito ottenuto precedentemente rispetto alla Sindone, quando il Cristo era ancora in vita. Il problema, però, risiede nel fatto che la figura sul velo presenta ferite uguali a quelle dell’uomo della Sindone, sebbene leggermente meno marcate, come in via di guarigione.
Al massimo, si può pensare ad un modello comune, ma, a questo punto, la domanda fondamentale diventa: un modello di cosa?
Alcuni scienziati continuano a definire la Veronica un semplice dipinto: gli occhi, le ciglia (visibili solo ad ingrandimento), le sacche lacrimali, i peli della barba, i denti sono disegnati in maniera troppo definita per non tradire la mano di un artista e maestro. Effettivamente il professor Giulio Fanti, dell’Università di Padova, che ha studiato il velo nel 2001, ha rivelato che «al microscopio ottico appaiono sostanze di apporto colorate in vari particolari anatomici»30. Fanti resta però incline a credere che l’immagine sia comunque acheropita e Saverio Gaeta, autore di un libro sul velo, ipotizza che i pigmenti potrebbero essere dovuti a «un ritocco compiuto da qualcuno nel Medioevo per rafforzare l’intensità dello sguardo»31.
E come spiegare, poi, la comunque pressoché totale assenza di pigmento in gran parte dell’immagine? Certamente la Veronica non è solo un dipinto!
Eppure, un semplice, banalissimo elemento non può non lasciare dubbiosi: le pupille.
Se la Veronica fosse acheropita, allora sarebbe nata miracolosamente dal semplice contatto tra il volto di Gesù ed il velo di bisso: non vi potrebbero essere impresse anche le pupille! Che, guarda caso, sono la unica parte dell’icona a presentare segni di manomissione tramite bruciature…
Ma se non siamo di fronte ad un ritratto e anche l’acheropita miracolosa è dubbia, cosa è, in realtà, l’immagine sul velo di Manoppello?
Una possibile risposta è stata forse fornita dagli studi, orientati verso campi completamente diversi, di uno scienziato giapponese: Juhichi Sato, professore di chimica dei materiali all’Università di Fukuoka. Analizzando la reazione di alcuni tessuti alla luce, il professor Sato ha, quasi casualmente, fatto una scoperta interessante: il bisso è un materiale fotosensibile. Ciò significa che si comporta, per molti versi, in modo analogo ad una pellicola filmica: raccoglie le immagini reagendo differentemente a diverse tonalità di colore nel soggetto32.
Possiamo allora dire che il velo della Veronica è una specie di fotografia naturale? Forse sì, ma non ne avremo mai la certezza, fino a che i Frati Cappuccini di Manoppello continueranno a non permettere ulteriori indagini scientifiche e chimiche, né di togliere il velo dai vetri dell’ostensorio, esposto nella loro chiesa sull’altare maggiore.
E anche in caso di nuove analisi, quale potrebbe essere stata la fonte di luce così forte da permettere una impressione così nitida della pellicola? Chi è realmente il soggetto ritratto? Probabilmente a questi quesiti la scienza, fisica o storica che sia, non potrà mai rispondere.
1Cfr. B. Leyton, Images of God, Oxford, O.U.P. 1976, passim
2Gli Acta Pilati, del IV secolo, danno una versione differente. Testualmente: « Quando il mio Signore girava predicando, io con molto dispiacere ero privata della sua presenza; volli perciò dipingermi un’immagine affinché, non godendo della sua presenza, avessi un sollievo almeno con la rappresentazione della sua immagine. Mentre stavo portando un panno da dipingere al pittore, mi venne incontro il mio Signore e mi domandò dove andavo. Avendogli manifestato il motivo del mio viaggio, egli mi richiese il panno e me lo restituì insignito della sua venerabile faccia.»
3Si tratta di una raccolta di leggende che riguardano i rapporti dei Romani con il Salvatore. É conservata solo in alcuni codici latini ed è di autore ignoto. Deve risalire ai tempi di Claudio, almeno nella recensione primitiva, assai breve, che ha costituito il nucleo formativoo di quella lunga. La recensione latina, così come è giunta, è certamente composta di più scritti, come ne fanno fede le ripetizioni che vi si trovano. Nella parte primitiva si narra il castigo di Pilato e dei Giudei, inflitto da Tito e Vespasiano. A questa parte fu poi aggiunta la narrazione di una missione di Velusiano: egli si reca in Palestina, cerca una figura di Gesù; trova il fazzoletto della Veronica, lo porta a Roma, dove viene adorato da Tiberio, che con quell’atto merita la guarigione dai suoi mali e si fa battezzare.
4Cfr. D. Rezza in 30Giorni n. 3, marzo 2000, pp. 60-64
5Cfr. Mt. 9, 20-26
6Cfr. R.Renzetti, La veronica di Manoppello, www.fisicamente.it
7Cfr. Gervario da Tilbury, Otia imperialia, V, III
8Dante Alighieri, Divina Commedia, Par. XXXI, vv. 103-111
9Qui e in seguito, per la storia della Veronica Cfr. H.Pfeiffer S.J. (a cura di), Il Volto Santo di Manoppello, Pescara, CARSA, 2000, passim
10Cfr. Innocenzo III, Bolla Imaginem Domini, 1208
11Cfr. P.Rezza, citato
12Cfr. Cod. Vat. Lat. 4993, pp. 513-514
13Cfr. H.Pfeiffer, citato
14Cfr. P.Rezza, citato
15Autori di due degli scarsissimi studi otticenteschi sulle Immagini sante
16 Cfr. H.Pfeiffer, s.j., Ma la vera Veronica è a Manoppello, 30Giorni n. 5, maggio 2000, pp. 44
17 Cfr. P. Badde, Das pure Nichts, Die Welt, ottobre 2006
18 Per il testo completo di P.D.di Bomba, Relazione Historica cfr. www.voltosanto.it
19 Cfr. P.D.di Bomba, citato
20 Cfr. P.D.di Bomba, citato
21 Cfr. P.D.di Bomba, citato
22 Cfr. F. Barberino, Il Volto Santo di Manoppello, Cristianità n. 311 (2002)
23 Cfr. P. Badde, citato
24 Ibidem
25 Cfr. www.zenit.org
26 Cfr. Eusebio di Cesarea, Historia ecclesiastica, VII, 18
27 Cfr. A. Polterheim, The face of Christ. Images and miracles, Chicago, Buller, 2003, pgg. 135 ss.
28 Cfr. H. Pfeiffer, citato
29 Cfr. H. Pfeiffer, citato
30 Cfr. G.Fanti, Che cosa c’è sui fili?, in “Scienza & Paranormale”, n.74, luglio – agosto 2007, p.65
31 Cfr. S. Gaeta, Il Volto del Risorto, allegato a “Famiglia Cristiana”, 2005, p.70
32 Cfr. J. Sato, Essay about photochromatic effects of intense light exposition on common tissues, in “Monthly Technological Digest”, Boston, MIT U.P., n.11, novembre 2005
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