Troppo spesso il Vangelo, che è essenzialmente un testo di fede, viene letto acriticamente, ritenendo di poter utilizzare i suoi passi, senza alcun filtro interpretativo, come fonte per ricostruire la vita di Gesù (o, come realmente doveva chiamarsi un ebreo del I secolo, Yeshua). In realtà, però, il Nuovo Testamento, agli occhi di uno storico, riserva notevoli sorprese.

Forse uno degli esempi più macroscopici in questo senso è dato da uno degli elementi più scontati della tradizione religiosa cristiana: il villaggio dove Yeshua sarebbe cresciuto.

Fin da piccoli, siamo abituati a sapere che Gesù visse i trent’anni della sua “vita non pubblica” a Nazareth di Galilea, un piccolo paese del nord della Palestina. Addirittura, il cartello posto sulla croce, con il suo I.N.R.I. (Iesus Nazarenus Rex Iudeorum), sarebbe la riprova evidente di questa provenienza.

Eppure, quando analizziamo Nazareth (1) sotto la lette dei criteri storici, ci troviamo oggettivamente di fronte a tutta una serie di problemi di difficile risoluzione:

1)dalla semplice osservazione delle risultanze dei numerosi scavi archeologici effettuati nella zona della odierna Nazareth, risulta chiaramente che la città non risale sicuramente ad un periodo antecedente al IV secolo: non un singolo manufatto, non una singola rovina, non un singolo mattone può anche lontanamente risalire al I secolo, come, invece, accade per tutte le altre città evangeliche (da Cafarnao a Betania, da Betlemme a Gerico);

2)Nazareth non è menzionata in alcuno scritto ebraico anteriore al IX secolo. Persino Giuseppe Flavio, che nei suoi testi descrive pressoché ogni più piccolo insediamento della Galilea non menziona mai la presunta città di Yeshua, pur parlando di Sefforis e di Iotapata, che da Nazareth distano poche centinaia di metri;

3)infine, semplicemente la posizione geografica della odierna città non collima per nulla con i pur scarsissimi riferimenti geografici che si possono desumere dai passi scritturali. Si prenda, ad esempio, il seguente conosciutissimo passo di Luca:

“Si recò a Nazaret, dove era stato allevato; ed entrò, secondo il suo solito, di sabato nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; apertolo trovò il passo dove era scritto: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione, e mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; per rimettere in libertà gli oppressi, e predicare un anno di grazia del Signore.» Poi arrotolò il volume, lo consegnò all’inserviente e sedette. Gli occhi di tutti nella sinagoga stavano fissi sopra di lui. Allora cominciò a dire: «Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi». Tutti gli rendevano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose: «Di certo voi mi citerete il proverbio: Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafarnao, fàllo anche qui, nella tua patria!». Poi aggiunse: «Nessun profeta è bene accetto in patria. Vi dico anche: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elia, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elia, se non a una vedova in Sarepta di Sidone. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo, ma nessuno di loro fu risanato se non Naaman, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga furono pieni di sdegno; si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio. Ma egli, passando in mezzo a loro, se ne andò.”(2)

Un passo notissimo, si diceva, ma che presenta un notevole problema: Nazareth è situata in una conca e la prima montagna dista qualcosa come 36 chilometri, cioè l’equivalente di più di un giorno a piedi o a dorso di mulo. E’ francamente difficile credere che gli ebrei inorriditi dalle parole di Yeshua, trascinati dall’impeto lo portassero ad un dirupo che dista più di trenta chilometri e che, comunque, viene definito la sede della città.

Ma, ancora, questa volta in Matteo, troviamo, subito dopo il primo miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, questo passo:

“Subito dopo ordinò ai discepoli di salire sulla barca e di precederlo sull’altra sponda, mentre egli avrebbe congedato la folla.”(3)

A cui, poco dopo segue:

“Compiuta la traversata, approdarono a Genèsaret.”(4)

La domanda che ci si deve porre è : perché i discepoli avrebbero dovuto attraversare il lago di Galilea per andare ad occidente se, essendo la scena ambientata a Nazareth, già si trovavano ad occidente? E, anche se il termine “attraversare” significasse solo “andare per nave”, perché avrebbero dovuto raggiungere una località vicina a Nazareth facendo prima i trenta chilometri che separano Nazareth stessa dal lago?

Insomma, qualcosa, in tutto il racconto, non quadra.

D’altra parte, gli stessi evangelisti non citano così spesso la città natale di Yeshua, preferendo espressioni quali “la sua patria”: nel testo di Marco, il primo scritto tra i Vangeli, quasi certamente modello per tutti gli altri, la parola Nazareth compare una sola volta in:

“In quei giorni Gesù venne da Nazareth di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni”(5),

un passaggio che ha una posizione così marginale (nel senso che ben poco importa da dove venisse di fronte ad un momento così cruciale come il battesimo) da poter tranquillamente essere una interpolazione posteriore di qualche scriba.

Lo stesso dicasi per Giovanni, che cita la città solo in un breve passo di due versetti:

“Filippo incontrò Natanaèle e gli disse: «Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazareth». Natanaèle esclamò: «Da Nazareth può mai venire qualcosa di buono?». Filippo gli rispose: «Vieni e vedi».”(6)

E’ però vero che Nazareth compare almeno tre volte in Matteo e cinque in Luca, e non sempre, come si è da parte di alcuni ipotizzato(7), in titoletti spuri inglobati nel testo in periodo posteriore.

Come si può spiegare questa stranezza?

Probabilmente si è trattato di un errore di uno scrittore o copista di “Matteo”.

Cerchiamo, comunque, di procedere per gradi.

In Matteo, nel racconto della natività, si trova l’espressione:

“e, appena giunto, andò ad abitare in una città chiamata Nazaret, perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: «Sarà chiamato Nazareno».”(8)

Di fatto, nei profeti, la frase citata non appare in nessun passo.

Ciò che invece appare spesso nell’Antico Testamento è un termine dal suono molto simile: nazireo (o nazoreo)(9).

Come avremo modo di vedere, i Nazirei erano una specie di setta (anche se il termine non è perfettamente calzante) o di corrente interna dell’ebraismo: erano coloro che facevano voti particolari(10) per provare la loro fede in Dio.

Come può essere accaduta una confusione così rimarchevole?

Proviamo a formulare una ipotesi(11).

“Matteo” sa, attraverso la tradizione orale, che Yeshua proviene dalla zona intorno al Mar della Galilea, comunemente noto come “Mar di Genezareth”. Sa, altresì, che Yeshua è spesso soprannominato Nazorai (il nazirita). Per noi la distinzione tra i due termini è chiara, ma proviamo a scriverli in ebraico, una lingua che si scrive da destra a sinistra e con le sole consonanti:

Genezret = T R Z N G

Nozrit = T R Z N .

A questo punto, la confusione si spiega molto più facilmente e, passando al greco, Yeshua il Nazoreo è diventato semplicemente Yeshua il Nazareno.

Naturalmente siamo solo, lo si ripete, a livello di ipotesi, ma, quantomeno, ciò darebbe una spiegazione ragionevole di quello che, altrimenti risulterebbe un problema storico senza soluzione.

Ma, se Nazareth non esisteva, dove visse Yeshua?

Ancora una volta, affidiamoci alle indicazioni evangeliche, che, nel loro insieme, ci dicono di cercare una città che sia:

1 – situata sulla gobba di un monte;

2 – in prossimità del Mar di Galilea;

3 – sulla sponda orientale del Mar di Galilea (Golan);

4 – un’area con resti evidenti di una sinagoga dei tempi di Cristo;

5 – situata a cinque minuti da uno spaventoso precipizio.

Esiste un solo luogo che risponda a tutti questi requisiti, una città la cui zona è stata occupata da Israele durante la “Guerra dei sei giorni” (1967) e in cui gli scavi sono iniziati, sotto la guida dell’archeologo Shmarya Gutman, nel 1976, una città a solo 8 chilometri dal Mar di Galilea, di cui Giuseppe Flavio scrive: “…da un’alta montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s’innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti sia di dietro, tanto da rassomigliare al profilo di un cammello; da questo trae il nome, anche se i paesani non rispettano l’esatta pronuncia del nome. Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre è un po’ accessibile di dietro, dove è come appesa alla montagna…”(12) e a cinque minuti di cammino da un enorme burrone. Questa città è Gamala (o Gamla).

Probabilmente Yeshua crebbe in quel luogo.

Ma si è parlato di “Nozrai”. Chi erano costoro?

Più che di un gruppo, si potrebbe meglio definire una sorta di condizione personale.

Il Nazireato, infatti é, nella Bibbia, la consacrazione a Dio con il conseguente voto di seguire alcuni rigidi precetti di vita, illustati nel libro dei Numeri:

“Il Signore disse ancora a Mosè: «Parla agli Israeliti e riferisci loro: Quando un uomo o una donna farà un voto speciale, il voto di nazireato, per consacrarsi al Signore, si asterrà dal vino e dalle bevande inebrianti; non berrà aceto fatto di vino né aceto fatto di bevanda inebriante; non berrà liquori tratti dall’uva e non mangerà uva, né fresca né secca. Per tutto il tempo del suo nazireato non mangerà alcun prodotto della vigna, dai chicchi acerbi alle vinacce. Per tutto il tempo del suo voto di nazireato il rasoio non passerà sul suo capo; finché non siano compiuti i giorni per i quali si è consacrato al Signore, sarà santo; si lascerà crescere la capigliatura. Per tutto il tempo in cui rimane consacrato al Signore, non si avvicinerà a un cadavere; si trattasse anche di suo padre, di sua madre, di suo fratello e di sua sorella, non si contaminerà per loro alla loro morte, perché porta sul capo il segno della sua consacrazione a Dio. Per tutto il tempo del suo nazireato egli è consacrato al Signore. Se uno gli muore accanto improvvisamente e il suo capo consacrato rimane così contaminato, si raderà il capo nel giorno della sua purificazione; se lo raderà il settimo giorno; l’ottavo giorno porterà due tortore o due colombi al sacerdote, all’ingresso della tenda del convegno. Il sacerdote ne offrirà uno in sacrificio espiatorio e l’altro in olocausto e farà per lui il rito espiatorio del peccato in cui è incorso a causa di quel morto; in quel giorno stesso, il nazireo consacrerà così il suo capo. Consacrerà di nuovo al Signore i giorni del suo nazireato e offrirà un agnello dell’anno come sacrificio di riparazione; i giorni precedenti non saranno contati, perché il suo nazireato è stato contaminato. Questa è la legge del nazireato; quando i giorni del suo nazireato saranno compiuti, lo si farà venire all’ingresso della tenda del convegno; egli presenterà l’offerta al Signore: un agnello dell’anno, senza difetto, per l’olocausto; una pecora dell’anno, senza difetto, per il sacrificio espiatorio, un ariete senza difetto, come sacrificio di comunione; un canestro di pani azzimi fatti con fior di farina, di focacce intrise in olio, di schiacciate senza lievito unte d’olio, insieme con l’oblazione e le libazioni relative. Il sacerdote presenterà quelle cose davanti al Signore e offrirà il suo sacrificio espiatorio e il suo olocausto; offrirà l’ariete come sacrificio di comunione al Signore, con il canestro dei pani azzimi; il sacerdote offrirà anche l’oblazione e la libazione. Il nazireo raderà, all’ingresso della tenda del convegno, il suo capo consacrato; prenderà i capelli del suo capo consacrato e li metterà sul fuoco che è sotto il sacrificio di comunione. Il sacerdote prenderà la spalla dell’ariete, quando sarà cotta, una focaccia non lievitata dal canestro e una schiacciata senza lievito e le porrà nelle mani del nazireo, dopo che questi si sarà raso il capo consacrato. Il sacerdote le agiterà, come offerta da farsi secondo il rito dell’agitazione, davanti al Signore; è cosa santa che appartiene al sacerdote, insieme con il petto dell’offerta da agitare ritualmente e con la spalla dell’offerta da elevare ritualmente. Dopo, il nazireo potrà bere il vino. Questa è la legge per chi ha fatto voto di nazireato, tale è la sua offerta al Signore per il suo nazireato, oltre quello che i suoi mezzi gli permetteranno di fare. Egli si comporterà secondo il voto che avrà fatto in base alla legge del suo nazireato».”(13)

Il nazireato era dunque temporaneo (anche se poteva essere esteso a tutta la vita): era nato come sistema di “preparazione” al ruolo di re o sacerdote, ma aveva assunto una posizione di primo piano durante le guerre contro i Filistei: ciò che può dar vittoria e pace agli eredi della promessa è la forza che deriva dalla separazione da tutto quello che appartiene all’uomo naturale, e da un’intera consacrazione a Dio; in quest senso il Nazireato è una potenza spirituale, o piuttosto ciò che la caratterizza, quando il nemico si trova nel paese e così viene intesa, ad esempio, da Sansone(14) che, grazie al suo voto nazireo, guida l’esercito ebreo alla vittoria.

Col tempo, il voto, da prettamente militare che era, era diventato espressamente religioso e, in alcuni casi, veniva fatto dai genitori per i figli nascituri. Tale usanza, ai tempi di Yeshua, era ancora vivissima: da Luca possiamo comprendere che i genitori del Battista lo facciano, ad esempio, sul figlio:

“poiché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre”(15)

Come si diceva, la pratica del Nazireato era trasversale a tutti i numerosissimi gruppi politico-religiosi presenti nella Palestina del I secolo, essendo un elemento di scelta personale del singolo. Naturalmente, però, per le sue caratteristiche, era particolarmente comune tra i gruppi che si rifacevano all’Hassidismo (Farisei, Esseni, Zeloti). Non a caso, sebbene la cosa sia dibattuta, molti studiosi ritengono che, sulla base di un versetto deli Atti degli Apostoli(16), anche l’ex-fariseo Saulo di Tarso avesse, in un momento della sua vita, fatto voto di Nazireato.

A questo punto, proviamo a riflettere su quanto abbiamo appena scoperto: se “nazareno” non significa “di Nazareth” (e difficilmente potrebbe significarlo, dal momento che, notazioni geografiche a parte, Nazareth probabilmente non esisteva), ma viene da “Nozrai”, abbiamo già una prima indicazione d’appartenenza di Yeshua.

D’altra parte, ciò collimerebbe perfettamente con alcuni altri elementi in nostro possesso.

In primo luogo, abbiamo almeno una indicazione(17) che ci fa supporre che Yoseph, il padre di Yeshua, fosse un Hassid: se quell’essere un “uomo giusto”, citato da Matteo, viene interpretato in senso non generalistico, ma in relazione con la situazione politica contemporanea, cioè come membro della fazione dei “Giusti” o “Pii”, cioè gli Hassidim, un voto di Nazireato fatto dal padre per il figlio, un figlio poi i cui eventi relativi alla nascita risultano così straordinari, diviene molto più probabile e comprensibile. In ques’ottica, allora, potremmo forse interpretare il versetto di Luca:

“Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore”(18)

proprio come la dedicazione del piccolo Yeshua attraverso il voto di nazireato.

Si tratta, ovviamente, solo di una deduzione ipotetica, ma un’altra indicazione a favore del possibile nazireato di Yeshua (sempre lasciando da parte l’elemento più certo, il fatto che siano i Vangeli stessi a definirlo “nozrai”) ci viene dall’iconologia classica che lo riguarda: la tradizione che, dalla diffusione del Mandylion(19) in poi, si diffonde nella iconografia di Yeshua come un uomo con barba e capelli incolti, esattamente come prescritto dalla Legge di Nazireato e come, al contrario dell’idea comune, non era tipico delle popolazioni semitiche del I secolo(20).

Certo, a questa teoria si può obiettare che Yeshua non sembri, nel corso della sua vita, seguire le altre prescrizioni tipiche del voto: beve vino e ha a che fare con i morti, ma non bisogna dimenticare che Yeshua, in tutta la sua predicazione, chiede di superare l’elemento formale della Legge per una sua lettura più profonda e spirituale. Ragion per cui l’ipotesi conserva un certo grado di ragionevolezza.

Lawrence Sudbury (lsudbury@gmail.com )

Sito web: http://www.lawrence.altervista.org

NOTE:

(1)Cfr. D. Donnini, Nuove ipotesi su Gesù, Milano, Macro, 1993, passim e D. Donnini, Cristo, Firenze, Erre Emme, 1994, passim

(2)Lc. 4:16-30

(3)Mt. 14:22

(4)Mt. 14:34

(5)Mc. 1:9

(6)Gv. 1:45-46

(7)Cfr. Donnini, citato, passim

(8)Mt. 2:23

(9)In Numeri 6:11-20, in Giudici 13:5 e 7 e in Giudici 16:17

(10)Tra i quali il non tagliarsi i capelli: Sansone era un Nazireo, ad esempio e, stando all’iconologia classica, anche Yeshua aveva i capelli lunghi.

(11)Basata sugli studi di R.H. Eisenman, James the brother of Jesus, Londra, Penguin, 1997, passim

(12)Cfr. Giuseppe Flavio, Antichità giudaiche, libro II

(13)Num. 6:1-21

(14)Giudici, 13:2-7

(15)Lc. 1:15

(16)Atti 18:18 “Paolo si trattenne ancora parecchi giorni, poi prese congedo dai fratelli e s’imbarcò diretto in Siria, in compagnia di Priscilla e Aquila. A Cencre si era fatto tagliare i capelli a causa di un voto che aveva fatto.”

(17)Mt. 1:19

(18)Lc. 2:22

(19)Cfr. L.Sudbury, Non per mano d’uomo?, Napoli, Boopen 2007, passim

(20)Cfr. V. Erikson, Common life in Palestine at the time of Jesus, Oxford, OUP, 2002, pag. 68: “Era comune, tra i giudei del periodo di occupazione romana, conformarsi alla ‘moda’ imperiale (cosa che coinvolgeva non solo i cosiddetti collaborazionisti, ma anche i nemici di Roma): i capelli, tranne che nelle zone delle tempie, in cui il taglio era vietato da precise prescrizioni religiose, venivano rasati quasi a pelle per evitare i parassiti e la barba, che era caratteristica maschile comune e con pochissime eccezioni, veniva tenuta molto corta, forse ancora per ragioni igeniche”

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