Altrove [1] si è già avuto modo di menzionare come da molte parti giungano idee riguardanti una legame piuttosto stretto tra pensiero luterano e sviluppo dell’ideologia nazista. Tra i molti ad affermare questa tesi, spicca il professor Andreas Wirsching, docente di Storia moderna e contemporanea all’Università di Augsburg in Baviera, che, in una recente intervista a “Der Spiegel” [2], oltre a far notare come, alle elezioni del 1933, furono i Lander protestanti del nord a portare Hitler e il suo NSDAP a quel 37.5% dei consensi che mise le sorti della Germania nelle mani del führer, in realtà, il legame vero tra Luteranesimo e nazismo stesse in quel “desiderio struggente di redenzione”, quella necessità messianica vissuta profondamente da tutta la popolazione protestante in maniera talmente totalizzante da renderlo il vero fulcro del luteranesimo tedesco.
Fino a questo punto, non vi è nulla da eccepire: indubbiamente il messianismo hitleriano, realmente sentito o semplicemente assunto come ruolo che fosse, giocò un ruolo fondamentale nell’ascesa del futuro dittatore, soprattutto in un periodo come quello tardo-weimeriano in cui gran parte dei tedeschi, perdute tutte le certezze, anelavano con furore quasi mistico ad avere una nuova guida che indicasse una via d’uscita dalla terrificante situazione politica, economica e sociale in cui si trovavano.
Il discorso, però, cambia quando si vuole, come fanno alcuni [3], vedere in Lutero una sorta di antecedente morale della delirante teorizzazione eugenetica nazista a causa del suo “Contro gli Ebrei e le loro Bugie” (1543) [4]. E’ certamente vero che Hitler lesse, meditò e apprezzò questo libello (che, per altro, anche letterariamente, non fa certo parte della migliore produzione luterana) e che ne riportò ampiamente alcuni brani nel suo “Mein Kampf” [5], ma ciò non significa affatto che Lutero e Hitler avessero idee comuni in materia, quanto che il futuro fürher, come spesso gli accadde riguardo a questioni storico-religiose, travisò abbondantemente il pensiero del grande riformatore, adattandolo, attraverso un comune meccanismo di decontestualizzazione, alle proprie concezioni razziste, sviluppate in forme ben più tortuose.
Analizziamo, dunque, brevemente il testo dell’ex- monaco di Wittemberg, cercando, al contrario, di contestualizzarne i temi di fondo.
Il punto più controverso e, diciamolo pure, virulento è il capitolo XI, in cui Lutero consiglia ai capi delle città e ai governanti di bruciare le sinagoghe fino alle fondamenta, di togliere ai Rabbini ogni possibilità d’insegnamento, di punire violentemente gli ebrei, definiti progenie dell’inferno e nido di vipere, e di allontanarli dalle comunità cristiane.
A prima vista, leggendo queste pagine è quasi impossibile non parlare di un “antisemitismo luterano”, ma, per comprendere realmente questo testo dobbiamo innanzitutto chiederci perché Lutero lo abbia scritto: la vera domanda di fondo è “che cosa gli avevano fatto gli ebrei per usare termini così duri contro di essi?”. La risposta è … niente: gli ebrei non avevano fatto niente a Lutero personalmente, ma, in più occasioni, avevano apertamente disprezzato la sua fede.
Intendiamoci: in realtà l’attacco era reciproco e, da parte cristiana, non era portato solo da Lutero. In realtà, il disprezzo per la religione israelita, per il popolo che non aveva accettato il messaggio di Gesù e che, anzi, aveva messo a morte il Figlio di Dio era uno dei grandi temi della Chiesa pre e post-riformistica, Cattolica prima (e a partire praticamente dalle origini) e Cattolica e Protestante poi.
Una breve lista di affermazioni chiaramente anti-israelite da parte dei Padri della Chiesa comprenderebbe praticamente tutti i “grandi nomi” del pensiero cristiano antico: già verso il 240 Origene considera la diaspora una punizione per il deicidio [6]; nel 248 Cipriano definisce gli Ebrei idolatri [7]; nel 380 Gregorio di Nissa li chiama “omicidi di nostro Signore, vipere e detestabli calunniatori” [8] e Ambrogio sostiene che le sinagoghe sono “un luogo di empietà e pazzia” [9]; nel 400 Agostino li considera “maledetti da Dio” [10] e Giovanni Crisostomo ritiene le Sinagoghe “bordelli e teatri”, “covi di pirati e recinti per bestie feroci” [11], e l’elenco potrebbe continuare a lungo.
Le autorità religiose, naturalmente, perseguono la stessa linea, rendendo l’Europa pressoché invivibile per gli Ebrei: dal Concilio di Elvira (306) al Sinodo di Ofen (1279) è tutto un susseguirsi di divieti (di spostarsi, di commerciare, di acquistare proprietà, di avere relazioni di qualunque tipo con i cristiani, di celebrare i propri riti ed utilizzare i propri oggetti e luoghi di culto) ed imposizioni (dalla chiusura in ghetti all’obbligo di portare segni di riconoscimento, al pagamento di tasse per supportare le chiese cristiane) [12] che porterebbero a pensare che, di fatto, il nazismo abbia attinto a piene mani ad una tradizione di odio e disprezzo già fortemente radicata.
Arrivando poi al periodo compreso tra XV e XVI secolo, si assiste ad una vera e propria recrudescenza del fenomeno anti-ebraico, con una serie impressionante di espulsioni di massa che si susseguono incessantemente (1420: Magonza; 1421: Austria; 1424: Friburgo e Zurigo; 1426: Colonia; 1432: Sassonia; 1439: Augusta; 1453: Wurzburg; 1454: Breslau; 1467: Tlemcen; 1485: Varsavia e Cracovia; 1492: Spagna; 1497: Portogallo; 1519: Regensburg; 1566-1572: Stati Pontifici), concentrandosi soprattutto nell’area germanofona [13].
E’ ovvio che, in un tale clima persecutorio, gli Ebrei, a loro volta, non nutrissero sentimenti particolarmente amichevoli nei confronti dei cristiani, non mancando, in ogni occasione possibile, di definire la Vergine Maria “una prostituta” e di prendersi gioco della figura di Gesù Cristo.
E’ in questo panorama di reciproco disprezzo che si pone lo scritto di Lutero: Lutero è furibondo per gli insulti degli ebrei e, essendo un teologo, attacca i suoi nemici, ovviamente “teologicamente”. E’ questo forse il dato più importante di cui dobbiamo tenere conto: Lutero non si scaglia mai contro il sangue, la razza ebraica, ma sempre contro la religione israelita e il suo rifiuto di accogliere il cristianesimo: per questo dobbiamo parlare di anti-israelitismo e non di anti-semitismo.
Ecco, allora, che la prima parte di questo lungo “sermone” si incentra sostanzialmente sulla Legge come la può vedere un predicatore del XVI secolo: la Legge come sistema per mostrarci quali realmente siamo, cioè umili peccatori bisognosi di salvezza, la Legge come prevenzione dalla distruzione del mondo e la Legge come guida morale per gli esseri umani. E’ proprio in relazione a questo terzo uso della Legge che Lutero attacca gli Ebrei, colpevoli di non rientrare in quella Legge morale che per lui è rappresentata concretamente dal sistema etico di quella che ritiene essere la vera Chiesa, quella formata dai veri credenti, ma, proprio mentre il suo attacco sembra farsi più veemente, il grande teologo ci sorprende, dicendo ai suoi parrocchiani che non sono per natura migliori degli ebrei e incoraggiandolo a pregare perché gli “odiati” giudei possano un giorno accogliere il Vangelo.
E, leggendo il testo con un po’ di attenzione (quell’attenzione e quella sottigliezza che probabilmente Hitler non ebbe), ci si rende conto che è proprio il Vangelo il cuore dell’intero scritto: è chiaro che il concetto di Legge di Lutero sia qui, come in tutti i suoi scritti, molto rigido e che egli veda nella religione israelita un culto che si pone al di fuori di tale Legge e, quindi, da condannare aspramente insieme ai suoi rappresentanti, ma è altrettanto chiaro, per chi voglia vederlo, che la base di tutto il sermone è proprio il Vangelo del perdono. Tale base, comunque, non inficia minimamente, dal punto di vista teologico, la durezza con cui egli impone quella che considera la Legge di Dio: senza di essa, senza un quadro di riferimento, neppure il Vangelo del perdono può aver alcun appiglio teologico e, quindi, l’accettazione della Legge diventa fondamentale, così come la sua non accettazione diventa elemento di condanna (ed è questo l’elemento più caratteristico di tutti i suoi scritti religiosi e politici, anche di quelli specificamente rivolti ai suoi seguaci). Ciò che più interessa notare è che questa regola (che potremmo riassumere con il motto: “fuori dalla Legge non c’è salvezza”, non poi così dissimile dall’“extra Ecclesiam nulla salus” impropriamente attribuita a Cipriano) non si applica in Lutero unicamente agli Ebrei ma a tutti gli esseri umani. Conseguentemente, gli Ebrei non sono, lo si ripete, condannati su base etnica (e neppure su quella, come visto ben presente nella letteratura cristiana, de, “deicidio”), ma unicamente su base religiosa, in quanto israeliti che si pongono “extra legem”.
E’ probabilmente questa differenza (in realtà tutt’altro che sottile) che distingue nettamente il pensiero di Lutero da quello di Hitler. Anzi, quasi paradossalmente, l’atteggiamento di Hitler verso gli ebrei si pone esattamente agli antipodi di quello luterano. Come molto correttamente scrive Cardini, “Educato nella fede cattolica (al pari del resto di molti capi nazisti, come Joseph Goebbels), Hitler era d’altronde consapevole di governare un paese a confessione mista, dove per giunta sia la Chiesa cattolica sia quella evangelico-luterana erano molto forti. Non aveva quindi nessuna voglia di scatenare un Kulturkampf religioso, e d’altro canto non perdeva occasione per ribadire che, in materia di fede, egli era favorevole alla più ampia tolleranza religiosa e che negli stessi ebrei non era certo la religione che egli intendeva combattere. […] E, quanto agli ebrei, l’indifferenza rispetto al loro credo non partiva affatto da un qualche riconoscimento del Dio biblico, ma dal semplice fatto che il nazismo non perdonava agli ebrei di essere «razzialmente» tali, e riteneva che anche un ebreo convertito restava comunque un ebreo, quindi un soggetto di discriminazione” [14]. Siamo, dunque, al totale ribaltamento della prospettiva di Lutero e non certo ad una filiazione ideologica diretta: se in Lutero è l’Israelitismo ad essere elemento di infrazione alla legge di Dio e, di conseguenza ad essere l’“accidente”(e in quanto tale potenzialmente transeunte) che nega la salvezza agli ebrei e lei rende inferiori rispetto alla Chiesa intesa come comunità dei credenti nella Legge, in Hitler è l’ebraismo a diventare “sostanza” (quindi, naturalmente connaturata nell’essenza stessa) ineliminabile e marchio di inferiorità perenne.
Di conseguenza, l’utilizzo dei testi luterani da parte di Hitler nel “Mein Kampf” è, come affermato da Martin Brecht [15], in fin dei conti, solo strumentale e opportunistico e, d’altra parte, la frattura culturale già individuata da Wallmann [16] e rappresentata dalla quasi totale scomparsa della diffusione dei testi anti-ebraici di Lutero nei due secoli precedenti la composizione del libro di Hitler, farebbe piuttosto pensare al loro utilizzo come ad una operazione puramente filologica volta alla valorizzazione del loro messaggio, accolto, però, come detto, in forma distorta, decontestualizzata e, in definitiva, a-storica. E’ in questo quadro che possiamo ribaltare completamente l’ottica di osservazione del legame Lutero – Hitler: l’antisemitismo nazista non deriva dalla tradizione protestante, ma, provenendo da elementi ideologici completamente diversi (di cui, certamente, fa parte anche la tradizione cristiana occidentale, ma non in modo particolare quella specificamente luterana), ripercorre la storia religiosa e letteraria alla ricerca di antecedenti illustri [17], a tratti, come in questo caso, sbagliando completamente parametri di lettura e fermandosi alla pura superficie.
D’altra parte, un tale errore (sempre che di errore e non di mossa propagandistica si trattasse) non può, nel clima di strisciante prima e palese poi antisemitismo della Germania degli anni ’30, essere imputabile unicamente ad Adolf Hitler. Non è un caso che molti alti esponenti nazisti si rifacessero, più o meno apertamente, a Lutero: Bernhard Rust, ministro della cultura, affermò, come riportato dal “Völkischer Beobachter” che “Da quando Martin Lutero chiuse gli occhi, nessun figlio della nostra gente è stato così grande. Si è deciso che noi possiamo essere testimoni della sua riapparizione… Penso che sia passato il tempo in cui non era dato paragonare Hitler a Lutero. Essi sono uniti, sono fatti dello stesso stampo” [18] ; Hans Hinkel, direttore del “Deutsche Kultur-Wacht”, il giornale della Lega Luterana e del capitolo berlinese del “Kampfbund”, nel suo discorso di accettazione del ruolo di capo della “Sezione Giudaica” e del “Dipartimento filmico” del Ministero della propaganda di Goebbel, affermò: “Attraverso i suoi atti e la sua coscienza spirituale, egli [Lutero] iniziò quella battaglia che noi oggi porteremo a compimento; con Lutero la rivoluzione del sangue tedesco e il sentimento conto gli elementi estranei al Volk è cominciata” [19]; il vescovo Martin Sasse, uno dei più importanti ecclesiastici luterani del tempo, nell’introduzione ad un compendio degli scritti di luterani, scrisse: “Il 10 novembre 1938, nel giorno del compleanno di Lutero, le sinagoghe bruciano in Germania […] i tedeschi devono seguire la scia delle parole del più grande antisemita di ogni tempo, il difensore del suo popolo contro gli Ebrei” [20]. Si tratta di solo pochi esempi (ma potrebbero essere molti di più) di come una lettura erronea si sia perpetuata per fini ideologici fino addirittura a portare Julius Streicher, l’editore del giornale antisemita “Der Stürmer”, a volere come sottotitolo del suo ignobile foglio la frase tratta dal testo di Lutero “Gli ebrei sono la nostra sfortuna” [21].
La domanda, a questo punto può essere solo se questa perpetuazione fosse voluta o puramente frutto della cecità di una ideologia “abituata a tagliare la cultura a pezzi per conservarne solo le parti di suo gusto” [22]. Una risposta è complessa: certamente Hitler espresse in più di un’occasione la sua profonda ammirazione per Lutero, non solo dal punto di vista dell’ottica razziale ma anche più strettamente per la sua opera a favore del popolo tedesco, ma è comunque altrettanto vero che, nella prima metà del Mein Kampf il führer attaccò più volte la visione luterana della “questione ebraica”, che considerava troppo morbida e, nel suo non essere legata alle radici etniche, sostanzialmente erronea [23]. Questo potrebbe far pensare ad una pura strumentalizzazione, ma, nel quadro del sistema di pensiero hitleriano, tutt’altro che lineare, il senso ultimo potrebbe essere quello di un superamento “messianico” delle concezioni “profetiche” del riformatore tedesco.
Ciò che comunque è piuttosto certo è che le pretese di alcuni storici di vedere in Hitler un discepolo di Lutero risultano, al vaglio critico altrettanto erronee che le pretese dei nazisti di vedere in Lutero stesso un loro padre spirituale.

NOTE:

[1] L.Sudbury, Nazismo: un frutto malato dell’Occidente Cristiano, http://www.unknown.it
[2] Der Spiegel, 28 dicembre 2007, p.33
[3] Ad esempio P.F. Wiener, Martin Luther: Hitler’s Spiritual Ancestor, American Atheist Press 1999, passim
[4] M.Luther, Von den Juden und Ihren Lügen, Wittenberg. Hans Lufft, 1543
[5] A.Hitler, Mein Kampf, I, II, passim
[6] Origene, Hexapla, II
[7] Cipriano, Testimonia ad Quirinum, II
[8] Gregorio di Nissa, De Vita Mosei, III
[9] Ambrogio, Expositio Evangelii Secundum Lucam, I
[10] Agostino d’Ippona, Confessiones, IV
[11] Giovanni Crisostomo, Contra Iudeos, Omelia II e Omelia VI
[12] B. Lazare, R.S.Wistrich, Antisemitism: Its History and Causes, University of Nebraska Press 1995, passim
[13] Ivi
[14] F.Cardini, Il Dio di Hitler, Storia Illustrata, Agosto 1985
[15] M.Brecht, Martin Luther, III, Fortress Press, 1985-1993, pp. 336-351
[16] J.Wallmann, The Reception of Luther’s Writings on the Jews from the Reformation to the End of the 19th Century, Lutheran Quarterly, n.s. 1, 1987, pp.72-97.
[17] U. Siemon-Netto, The Fabricated Luther: The Rise and Fall of the Shirer Myth, Concordia Publishing House, 1995, pp. 17-20
[18] Volkischer Beobachter, 25Agosto 1933, citato in R. Steigmann-Gall, The Holy Reich: Nazi Conceptions of Christianity, 1931-1945, Cambridge University Press, 2003, pp. 136-7
[19] Citato in D. MacCulloch, Reformation: Europe’s House Divided, 1490-1700, Penguin Books Ltd, 2004, pp. 666-667.
[20] Citato in B. Nellessen, Die schweigende Kirche: Katholiken und Judenverfolgung, in E.Büttner, Die Deutchschen und die Jugendverfolg im Dritten Reich, p. 265, riportato in D. Goldhagen, Hitler’s Willing Executioners, Vintage 1997, p.41
[21] W. Nichols, Christian Antisemitism: A History of Hate, Jason Aronson, 1995, p. 271
[22] M.Perry, F.M. Schweitzer, Anti-Semitism: Myth and Hate from Antiquity to the Present, Palgrave Macmillan 1995, p.148
[23] A. Hitler, Citato, I, 11

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