Trovare la Chiesa di San Marco, incastrata nel cuore delle stradine della Città Vecchia di Gerusalemme, tra il Quartiere Armeno e il Quartiere Ebraico, non è una impresa facile. Eppure, secondo la Chiesa Siriano-Ortodossa, una delle più antiche Confessioni cristiane, che celebra i suoi Riti ancora nella lingua del Cristo, l’Aramaico, questa è la prima Chiesa della Cristianità: il luogo del Cenacolo.
Ho un appuntamento con il Vicario Patriarcale Siriano, che abita nel Convento di fianco alla Chiesa, alle 10 del mattino per una intervista e sono in netto anticipo: ne approfitto per visitare la piccola Cattedrale e subito ne rimango affascinato per quattro ragioni.
La prima è, quasi ovviamente, la spoglia camera sotterranea che, secondo la Tradizione, era la casa della madre dell’Evangelista Marco, in cui suo figlio, su ordine del Maestro che voleva rifuggire dal clamore destato dal suo arrivo “messianico” nella Città Santa, avrebbe fatto preparare la cena del “Pesach” poi passata alla storia come “Ultima Cena”: è l’idea stessa, per quanto dibattuta, dal momento che altre Denominazioni posizionano l’evento in luoghi diversi (nulla di strano in una Gerusalemme in cui vi sono almeno tre luoghi “possibili” per l’Ascensione), che quella stanzetta dalle pareti di pietra grezza abbia ospitato uno degli eventi culturalmente e simbolicamente più importanti della storia umana, che abbia visto compiere per la prima volta gesti poi ripetuti ogni giorno in milioni di Chiese per duemila anni a renderla affascinante.
La seconda è una scritta, non più grande di 70×50 centimetri, incisa nel muro: una scritta in aramaico che dà senso all’esistenza stessa della Chiesa, dal momento che, per voce comune quasi bi-millenaria , sarebbe stata tracciata da San Marco a certificazione che in quel luogo, in cui aveva trascorso la sua giovinezza, dopo la Resurrezione di Gesù i Dodici avrebbero ricevuto lo Spirito Santo.
La terza ragione è un quadro, venerato in tutto il Medio Oriente perché dipinto dalla mano del primo e unico ritrattista dal vero dell’Uomo venerato da oltre due miliardi di persone nel mondo come la sola Incarnazione del Dio vivente: quella tavola ad opera di San Luca, medico e pittore, che avrebbe voluto ritrarre Gesù bambino in braccio a sua madre, ma che, avendo conosciuto il Cristo quando Questi era già adulto, decise di riportare le fattezze del giovane uomo barbuto che aveva visto al posto del volto del neonato Salvatore.
La quarta ragione di fascinazione di questa Chiesa, che assomiglia più ad una Cappella di montagna che ad una Basilica Patriarcale, dando l’impressione di essere ancora più piccola di quanto sia realmente a causa della grande cortina rossa che, secondo l’uso siriaco, divide l’Altare del Santissimo dai Fedeli, è molto meno “storica” delle precedenti, è una donna, la guardiana della Chiesa, l’unica Suora del Convento in cui vive con i quattro Monaci che, insieme a lei, formano tutta la struttura ecclesiastica siro-ortodossa di Gerusalemme: Suor Justina.
Poco più di un metro e sessanta, piuttosto sovrappeso, tra i cinquanta e i sessant’anni, Suor Justina veste semplicemente con un larga maglietta grigia e un foulard dello stesso colore in testa, unico simbolo, per quanto poco evidente, del suo stato monacale.
Quando la incontro sta facendo quello che fa ogni giorno, più volte al giorno, con chiunque abbia la fortuna di passare per questo luogo in cui il senso del Sacro è così denso da essere quasi palpabile, come se fosse una patina che avvolge ogni cosa: sta parlando della storia della “sua” Chiesa.
E’ lei che mi accompagna dall’Arcivescovo e, mentre attendo di essere ricevuto, mi parla un po’ di sé e della sua vocazione.
Scopro, così, che Suor Justina appartiene alla Comunità Siriaca di Niniwe, l’antica capitale assira, ormai piccola cittadina nei pressi della più grande e ormai tristemente più nota Mossul, in Iraq, e ha preso i voti da una decina d’anni appena: prima, mi dice, era un’insegnante di matematica pura all’ultimo anno del liceo e lo è stata per vent’anni.
Forse è questo strano contrasto tra una vita spesa in nome dell’insegnamento della scienza esatta per eccellenza e una scelta che si riverbera nel misticismo che traspare in ogni sua affermazione, o forse, più semplicemente, è il piacere di ascoltare per intero il suo racconto di come Gesù abbia chiesto a Marco di trovargli un posto tranquillo per cenare con gli Apostoli che mi fa tornare, una volta terminata l’intervista, alla Chiesa, dove so che Madre Justina sta continuando la sua opera di guardiana della “moralità nel vestiario” delle turiste di passaggio e di “cicerone”.
L’ascolto volentieri, mentre parla, quasi in uno stato di rapimento estatico, della “saggezza di nostro Signore” e, ad un tratto, una sua frase mi colpisce: “io stessa, in nove anni che servo in questa Chiesa sono stata testimone di alcuni grandi miracoli compiuti da Dio per chi lo prega con amore …”.
Sarà il fascino ambiguo di quella frase sospesa o quel prurito strano, viscerale, quella strana sensazione di curiosità mista a scetticismo che prende chi, come me, da anni vive studiando le questioni religiose quando sente pronunciare la parola “miracolo”, ma non resisto: aspetto che anche l’ultimo dei turisti esca, colmo di stupore e ammirazione per quel luogo così pieno di storia sacra, e le chiedo di raccontarmi di quei “miracoli”.
Madre Justina sorride, si siede su un gradino scusandosi per il fatto che i dolori alle ginocchia non le permettono di stare molto in piedi (e non posso fare a meno di pensare alle ore che deve aver passato inginocchiata a pregare in quella Chiesa umida anche in piena estate) ed è come se un fiume in piena rompesse gli argini: racconta, racconta con una capacità affabulatoria, sorprendente, come solo i Mediorientali, forse per tradizione atavica, sanno avere; racconta senza quasi prendere fiato, con gli occhi chiusi come se rivivesse ogni attimo, come se rivedesse un film degli eventi di cui parla, punteggiando la narrazione con esclamazioni di gioia e di lode a Cristo che suonerebbero persino ridicole sulle labbra di chiunque, ma non sulle sue.
Quando esco dalla Chiesa, circa due ore dopo, sono senza parole, perso in un mondo che sembra più vicino a quello delle cronache medievali che alla realtà di una Città Santa dove i militari israeliani pattugliano ogni angolo, i ragazzini urlano nelle stradine e migliaia di pellegrini affollano i suk per comprare croci di ulivo di ogni Confessione cristiana da appoggiare sulla “Lapide della Vestizione” nel Santo Sepolcro.
Mi inerpico per le salite di Gerusalemme Vecchia e ripenso a Suor Justina e ai quattro miracoli di cui mi ha parlato, tre dei quali avvenuti a San Marco.
Il primo ha avuto lei come diretta protagonista. Tecnicamente si tratta di un fenomeno noto (in realtà, dal punto di vista scientifico, erroneamente) come “glossolalia”, cioè della capacità di parlare e comprendere lingue mai conosciute prima, ma preferisco il termine usato da Suor Justina: “la mia Pentecoste”. Brevemente: qualche mese prima un Ebreo russo capita nella Chiesa e la Madre “guardiana”, come sempre, gli fornisce la sua spiegazione storica, rispondendo anche a qualche domanda del turista curioso. Fin qui, nulla di strano, ma, qualche giorno dopo, il Russo torna per una seconda visita e comincia a parlare a Justina prima in ebraico, poi, non ottenendo risposta, in russo. La suora, però, parlando arabo, aramaico e inglese, non ha nessuna possibilità di comprendere cosa l’uomo stia dicendo e si accorge che quest’ultimo si stava inquietando, credendo che lei lo prenda in giro: in fondo, pochi giorni prima, hanno conversato più di un’ora capendosi perfettamente! Fortunatamente, un fedele siriaco, guida turistica dei numerosi gruppi di Russi in città, passa per caso (o, secondo Suor Justina, per illuminazione dello Spirito Santo) dalla Chiesa e, con il suo aiuto, non solo l’“equivoco” viene chiarito, ma si poò procedere anche alla stesura di una dichiarazione scritta di quanto accaduto, ora conservata nella cassaforte del Patriarcato.
Già questa prima rivelazione miracolosa appare a dir poco sensazionale, ma, in realtà, decontestualizzandola, può essere fatta rientrare in una serie di manifestazioni consimili, relativamente frequenti, ad esempio, nelle Comunità Pentecostali e, di norma, spiegabili anche dal punto di vista psicologico: se partiamo dal presupposto che, in particolari momenti di forte eccitazione mistica (e, indubbiamente, la visita di San Marco può provocare tale stato), comprovatamente le nostre capacità mentali subiscono un notevole potenziamento e che, in buona sostanza, arabo ed ebraico sono due lingue di matrice comune, in cui molti termini sono reciprocamente comprensibili per i parlanti di una delle due (insomma, qualcosa di simile, ad esempio, a quanto accade tra spagnolo e portoghese, svedese e norvegese o slovacco e polacco), si potrebbe persino tentare di razionalizzare la vicenda e di spiegarla in termini scientifici.
La stessa cosa può valere per il secondo “miracolo” di San Marco, quello di un giovane uomo della Comunità siriana, ricco e agnostico, che un giorno, qualche anno fa, decide, per scommessa con alcuni amici, di andare a Messa e ricevere la Comunione per incontrare una fedele che vuole sedurre: messosi in fila, però, dopo qualche passo, il giovane rimane come paralizzato, sentendo come una mano posata sul suo petto che lo blocca e, pochi secondi dopo, sviene. Ripresosi, sotto shock, si chiude nella sua stanza e, addormentatosi, sogna Gesù che gli impone di leggere il Vangelo prima di prendere la Comunione, ma, nonostante questo, il giorno dopo riprova a mettersi in fila, ma rivive la stessa esperienza del giorno precedente: solo dopo aver letto per intero il Vangelo, averlo meditato ed essersi convertito sanando molti torti precedentemente compiuti, il giovane finalmente riesce ad accostarsi alla Comunione che ha su di lui un effetto così profondo da indurlo a farsi prete. Secondo Madre Justina, molte lettere in possesso del Patriarca proverebbero questo iter ma, naturalmente, qualunque scettico potrebbe tranquillamente parlare di disturbi psicologici, autosuggestione inconscia e cose di questo genere.
Già meno spiegabile è il caso del terzo “miracolo” (riportato anche dalla stampa locale nel 2007), accaduto ad una fedele siriana della Congregazione di Gerusalemme, emigrata, come molti Cristiani della Terra Santa, negli Stati Uniti e sposatasi con un Americano. Il suo primo figlio, appena nato, soffre di una rarissima forma di insufficienza polmonare, non riesce a dormire e, secondo i medici, ha pochi mesi di vita. Disperata, la ragazza telefona a Madre Justina, con cui ha stretto amicizia prima di emigrare, per darle la triste notizia e per chiederle di pregare per suo figlio. Due notti dopo, mentre, durante una tempesta, la giovane madre è in preghiera, sul muro della sua camera in California vede apparire l’immagine della Vergine della Chiesa di San Marco (quella di San Luca con il Bambino barbuto di cui si diceva prima), che rimane impressa per qualche ora (pare esistano anche delle fotografie scattate dal marito della donna a provarlo) per poi sparire completamente: da quella notte e per tutta la settimana seguente il bambino riesce finalmente a dormire e, visitato qualche tempo dopo dai medici, si scopre che l’insufficienza polmonare è notevolmente migliorata e, anzi, sta regredendo fino a far prevedere una completa guarigione. Naturalmente, anche in questo caso, è possibile dare numerose interpretazioni possibili agli avvenimenti, senza scomodare per forza l’ambito sacrale: allucinazioni collettive in stati di ipertensione, interpretazione di macchie di qualunque genere, magari dovute alla pioggia, secondo schemi mentali subconsci, “normali” episodi di guarigione spontanea in fasi di sviluppo neonatali, di cui esiste un’ampia letteratura medica. Certo, però, la concatenazione temporale degli eventi e la presenza simultanea di più elementi di natura particolare sembrerebbero contraddire la possibilità di riferirsi a pure casualità …
Infine, il quarto “miracolo” di cui Madre Justina mi parla non riguarda strettamente la “Basilica Patriarcale”, ma la vita stessa della Suora. Il racconto nasce da una domanda che, da qualche tempo, mi sto ponendo, e cioè se, così come difficilmente un astronomo potrà godersi un tramonto senza pensare che dietro ad esso esistono questioni di orbite ed ellissi, chi si occupa di indagine storica sulle Religioni potrà mai sentire veramente il calore della Fede: penso che lei, suora ma anche ex insegnante di matematica, sia la persona migliore a cui porre il quesito e la interrogo: “Come riesce ad avere una Fede così forte nonostante sia stata a lungo una scienziata?”
Suor Justina sembra stupita della domanda, si blocca per un istante e poi mi spiega che la Fede è qualcosa che va ben oltre la scienza e che lei questo lo ha vissuto personalmente. La sua famiglia, mi spiega, era umile, con un padre muratore, una madre casalinga, due figlie femmine e un grande desiderio dei suoi genitori di avere un erede maschio. Era anche una famiglia molto religiosa e, dopo molte preghiere, finalmente nasce un maschio, che, però, appare da subito in più che precarie condizioni di salute: i medici gli diagnosticano un cancro al cervello in una zona in cui non è asportabile e, conseguentemente, gli danno pochissime settimane di vita. I genitori, disperati, consultano ogni specialista della zona, ma la risposta è sempre la stessa: nessuna speranza. Un giorno, di ritorno proprio dall’ultimo consulto, la madre di Justina si ferma ad un Santuario locale molto noto per una statua miracolosa della Vergine e per quattro ore prega in ginocchio la Madonna di salvare suo figlio. Poi, distrutta dal dolore, va a casa e si mette a dormire. A questo punto, sempre secondo il racconto di Suor Justina, le appare in sogno la Madonna che le ordina di mettere tre cucchiai di zucchero in un bicchiere d’acqua e di dare quell’acqua a suo figlio la mattina dopo. La madre esegue il comando e, con sua enorme sorpresa, mentre sta compiendo l’operazione, viene a sapere che anche il marito e le due figlie hanno avuto lo stesso sogno. In poche parole, nel giro di una settimana, come i medici, increduli, constatano dalle lastre, il tumore sparisce e oggi il neonato è un medico laureato negli Stati Uniti e un Prete Sposato Siriano-Ortodosso.
Insomma, c’è da rimanere senza parole, forse ancor più che per gli eventi raccontati, per la naturalezza con cui Madre Justina ne parla, come se l’intervento del Divino nella vita umana fosse qualcosa di ovvio, di naturale, come se, in fondo, la distanza tra l’uomo e Dio fosse una sorta di velo che la Fede può scostare facilmente.
A distanza di qualche tempo mi è ancora difficile non provare stupore ripensando alle parole di quella Suora irachena che passa la vita tenendo in ordine una Chiesa e lodando Cristo mentre narra la storia di San Marco, ma oggi, mentre la “spinta emotiva” si è un po’ affievolita, a tratti riemerge lo spirito critico che chiunque faccia il mio mestiere deve avere e non so se credere che davvero le vicende siano andate come la Suora mi ha raccontato. Forse sì, certo, ma forse alcuni tratti sono stati caricati, forse, in fondo, quegli avvenimenti sono stati “gonfiati” in modo da trasformarsi in parabole, forse c’è stato un forte mescolamento di realtà effettuale e onirismo, forse, anzi, per certi versi persino probabilmente, non è possibile parlare di veri e propri “miracoli”.
C’è, però, una cosa su cui mi capita spesso di riflettere: la Fede di Madre Justina, una Fede così totale da apparire fuori dal tempo, in qualche modo così acritica da divenire totalizzante, un abbandono totale a Dio, un amore così incredibile per Lui da sfiorare un “misticismo quotidiano”.
Ecco, forse è questo il vero, grande miracolo di cui questo incontro mi ha parlato: non glossolalie, eventi di “shekinà” (intervento del Divino nel mondo fisico) o guarigioni miracolose, ma la possibilità che questo abbandono, che questa Fede siano possibili e siano possibili oggi, in una donna di una terra martoriata dalla guerra che vive in un’altra terra martoriata dall’odio etnico, in una persona colta, istruita, per nulla superstiziosa, che ha passato metà della sua esistenza a misurare la realtà con numeri e calcoli e la cui convinzione, la cui certezza assoluta nella “tangibilità” del Sacro non solo “fa miracoli”, ma è essa stessa miracolosa.
Dopo aver terminato il racconto sul suo “miracolo famigliare” Suor Justina, prima di andare ad accogliere un nuovo gruppo di turisti e ricominciare a narrare per l’ennesima volta la sua storia di San Marco, mi ha detto un’ultima cosa sul rapporto tra scienza e Fede, una cosa che, mi sembra, è quasi una epitome della sua stessa esistenza: “Oggi pensiamo che il massimo della tecnologia sia un computer, ma se ci pensi, alla base anche del più avanzato dei computer ci sono silicio ed elettricità, della sabbia e una forza che esiste da sempre, entrambe create da Dio: tutto era già nella Sua mente, ma ci ama così tanto che ci ha lasciato liberi di scoprire da soli come combinare le sue creazioni …”
Guardo il computer su cui sto scrivendo e mi sento bene perché scopro di volere intensamente, acriticamente, e, per una volta, non mi interessa se secondo alcuni stolidamente pensare che Suor Justina abbia ragione …
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