Circa 100 milioni di donne in più di 30 paesi del mondo subiscono mutilazioni genitali femminili (MGF). Secondo recenti statistiche, queste donne, una volta madri, fanno a loro volta subire a 2 milioni di bambine ogni anno, lo stesso tremendo rituale. Sono di fatto proprio le donne, vittime e carnefici al tempo stesso, a tramandare le MGF di generazione in generazione, con il tacito consenso degli uomini. Le pratiche di circoncisione femminile sono attualmente diffuse in numerose regioni del continente africano fra cui Somalia, Nigeria, Etiopia e Kenia, ma anche in Indonesia, Malesia, Yemen, Australia, America ed Europa, a seguito dei sempre più intensi flussi migratori.
Le MGF non sono imposte da nessuna religione, ma vengono praticate in nome della tradizione e sulla base di fuorvianti interpretazioni di principi religiosi, da cristiani, animisti e soprattutto musulmani, che la credono prescritta dal Corano. In realtà, le MGF non possono trovare legittimazione in alcuna scelta religiosa, tanto più che tali pratiche sembrano risalire a periodi antecedenti sia alla nascita del Cristianesimo che dell’Islamismo, e se ne trovano testimonianze nelle mummie dell’antico Egitto.
Esistono diverse varianti di circoncisione femminile; fra queste la sunna o circoncisione vera e propria, l’escissione o clitoridectomia e l’infibulazione o circoncisione faraonica. La forma più blanda di mutilazione consiste nel praticare un piccolo taglio all’apice del clitoride e nel far uscire alcune gocce di sangue. Un secondo tipo di Sunna prevede invece l’asportazione più o meno estesa del clitoride e talora delle piccole labbra, lasciando integre le grandi labbra (forse nell’intento di emulare la circoncisione maschile). Questa pratica, che sembra derivare da un’anomala interpretazione degli insegnamenti di Maometto, è praticata, con alcune varianti, in molti paesi islamici fra cui l’Egitto (sebbene sia stata ufficialmente vietata) e spesso sostituisce l’infibulazione vera e propria, abolita per legge dal 1946. Quest’ultima prevede l’escissione del clitoride seguita da infibulazione (da “fibula”, ovvero spilla), cioè chiusura di quanto resta del clitoride e delle piccole labbra entro le grandi labbra. La sutura viene eseguita con filo di varia natura o talora con spine di acacia o di palma unite poi da un filo.
L’orifizio vulvare viene così ridotto a un piccolo foro per il passaggio dell’urina e del flusso mestruale. L’intervento viene eseguito a età diverse a seconda della zona geografica e delle tradizioni locali, ma di regola fra i tre e gli otto anni ed essendo di regola praticato nella clandestinità, non prevede l’uso di strumenti chirurgici o anestetici. La donna sottoposta a infibulazione rimane intatta fino a che il marito non la “defibula”. Per molti uomini è motivo di orgoglio e indiscussa prova di virilità poter dire di essere riusciti in quest’impresa senza dover ricorrere, come spesso accade, all’intervento di persone esperte che aiutino a rimuovere chirurgicamente la sutura. In molte regioni ciò viene accettato con rassegnato consenso da entrambi i partner della coppia, ma in altre parti la defibulazione deve essere rigorosamente eseguita dal marito e spesso richiede molto tempo e sofferenze.
Da numerose indagini emerge una forte correlazione fra condizioni socio-economiche e pratiche di circoncisione; la percentuale di queste ultime è molto alta nelle comunità povere e con alto grado di analfabetismo, mentre si abbassa sensibilmente quando il livello culturale e sociale crescono.
E’ comunque certo che la maggior parte delle donne che hanno subito MGF considerano la defibulazione come il secondo trauma della loro vita (dopo quello dell’infibulazione) e vivono l’esperienza dei primi rapporti sessuali con grande sofferenza. Le dimensioni di vulva e vagina restano infatti inferiori alla norma spesso fin dopo il parto (ovviamente estremamente doloroso e rischioso sia per la madre che per il nascituro). In molti casi dopo il parto l’apertura viene di nuovo ampiamente ricucita.
Le motivazioni addotte a sostegno delle pratiche di circoncisione e infibulazione sono di regola le seguenti: come rito di iniziazione religiosa, per perpetuare la tradizione culturale, per preservare verginità e moralità, per ragioni igieniche, per ragioni estetiche (la superficie vulvare viene spianata e l’orifizio risulta minimo). Le conseguenze fisiche delle MGF sono innumerevoli, a cominciare dai rischi di setticemia a seguito dell’intervento e alla formazione di cicatrici cheloidi, che spesso limitano anche le normali attività quotidiane, fino a infezioni interne croniche per ritenzione urinaria o di sangue mestruale e alle difficoltà della vita sessuale e del parto. A questi danni si aggiungono quelli, spesso altrettanto gravi, causati dal trauma psicologico che può provocare disturbi mentali quali depressione e fobie di vario genere, soprattutto nei confronti del sesso. Va comunque sottolineato che specialmente nelle regioni dove la tradizione delle MGF è molto radicata, sono proprio le donne a preferire (e scegliere per le proprie figlie) i rischi e le sofferenze legate a queste pratiche piuttosto che sentirsi “diverse” e quindi rifiutate dalla loro comunità.
L’atteggiamento degli occidentali verso le MGF oscilla fra una passiva accettazione e una netta condanna. L’indignazione dell’Occidente verso la barbarie delle MGF viene del resto respinta dalle comunità che la praticano come un atto di ingerenza arrogante e ostile, e ciò non fa che aumentare la contrapposizione fra le diverse culture.
Paradossalmente, l’attaccamento a tradizioni locali come le MGF diventa in molti casi un simbolo di identità nazionale contro l’interferenza straniera e la modernizzazione. Per questa ragione i tentativi esterni di eliminare la circoncisione femminile, soprattutto se apertamente considerata un atto barbarico e selvaggio, non fanno altro che supportarla. Nelle attuali società multirazziali vi sono indubbiamente complesse situazioni culturali e specificità storiche da conoscere e rispettare, ma è comunque difficile, per la mentalità occidentale, accettare la realtà delle donne mutilate. Il modo migliore per fermare queste pratiche è quello di attuare un programma educativo a tutto campo, che dovrebbe comprendere una serie di interventi fondamentali socio-culturali quali: sensibilizzazione delle comunità mediante materiale informativo, incontri, dibattiti ecc.
L’obiettivo primario resta quello di convincere tutti i membri di tali comunità (uomini, donne anziane e giovani, mutilate e non, madri o future madri) che nessuna tradizione o credenza religiosa giustifica una pratica tanto crudele da procurare, oltre a indicibili sofferenze fisiche e rischi per la salute, anche traumi psicologici difficili da superare. Al programma di educazione individuale e collettivo deve pertanto affiancarsi quello di personale medico in grado di assistere, oltre alle donne a rischio, anche e soprattutto quelle che hanno già subito una mutilazione. Proprio in quest’ottica sono stati istituiti presso molti ospedali delle principali città centri specializzati per offrire alle donne mutilate un adeguato supporto medico ma anche l’assistenza psicologica necessaria per superare il trauma subito e per spezzare quel sottile ma tenace filo che rischia di tenerle per sempre legate a un destino fatto di sottomissione e rassegnazione.

Grazie per l’attenzione.
Rossana Brizzi

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