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Gesù, il predicatore galileo giunto a Gerusalemme e arrestato per ordine del Sinedrio, dal momento dalla sua cattura a quello della sua morte, subisce due processi distinti nell’arco di poche ore: un processo per “eresia e blasfemia” da parte degli ebrei e un processo per “sedizione e lesa maestà” da parte dei romani.

Il racconto dell’arresto di Gesù, di tali processi e della condanna e morte forma uno dei nuclei fondamentali di tutti i Vangeli: in Matteo occupa quasi per intero due capitoli1, in Marco circa uno2, poco di più in Luca 3 e, ancora, quasi due capitoli in Giovanni.4

Eppure, ciascuna di queste ricostruzioni, pur a tratti abbastanza difformi quanto a eventi e focalizzazioni, presenta, dal punto di vista storico, elementi tali da non poterle far ritenere realistiche.

Il punto che, più di ogni altro, risalta per anti-storicità riguarda la presunta liberazione di un prigioniero in occasione della Pasqua: si tratta di una usanza mai attestata in alcun documento storico e assolutamente non presente nella tradizione giuridica romana5. Conseguentemente la notissima scena della scelta tra Gesù e Barabba, con ogni probabilità, non è mai avvenuta così come raccontata dai Vangeli e, quasi sicuramente, siamo di fronte ad un episodio che sostituisce alla valenza storica una valenza unicamente simbolica che non è in questa sede il caso di approfondire.

In realtà, comunque, concentrandosi sugli aspetti più prettamente giuridici della condanna, la scena della liberazione di Barabba si inserisce in un quadro d’insieme comunque completamente irrealistico.

Per comprendere quali siano questi elementi che rendono il racconto irrealistico, è necessario analizzare nel dettaglio entrambi i processi, alla luce delle risultanze storico-giuridiche coeve.

Iniziamo dal processo ebraico.

Secondo la Legge della Torah e, successivamente, i suoi commentari talmudici6:

  1. ogni processo che comportasse la pena capitale doveva essere svolto in due sedute distinte in due giorni diversi;

  2. doveva essere svolto di giorno e in pubblico;

  3. doveva avere la testimonianza contraria all’imputato di almeno due testimoni. La presenza di un solo testimone d’accusa equivaleva alla mancanza di testimonianza, così come la confessione volontaria dell’imputato non era ammessa come prova a sfavore;

  4. ogni testimonianza doveva essere oculare e non venivano ammesse testimonianze riguardanti “relata refero”;

  5. l’imputato doveva avere un difensore (nel caso non potesse permetterselo ne veniva nominato uno d’ufficio), non poteva essere toccato da nessuno (per il rischio di una confessione estorta) ed era in vigore la “presunzione d’innocenza”;

  6. non era ammesso alcun verdetto unanime: una condanna da parte di tutto il Sinedrio equivaleva ad una assoluzione per la presunzione di congiura contro l’imputato;

  7. in nessun caso alcun procedimento poteva avere luogo durante il periodo pasquale.

Tutte queste regole erano stabilite all’interno di una procedura molto rigida.

Il Grande Sinedrio era l’unica assise con giurisdizione sui crimini punibili con la morte. Era una corte di 70 membri, presieduta da un Gran Sacerdote e composta da una sezione religiosa di 23 membri (Sadducei7) , da una sezione legale di 23 scriba (di estrazione farisea) ed una sezione popolare di 23 anziani (Sadducei anch’essi).La sua istituzione viene fatta risalire addirittura alle istruzioni impartite a Mosè8 .

Veniva posta una grande attenzione nel selezionare i componenti di questa corte. L’età minima era di quarant’anni ed ogni membro doveva avere avuto esperienze in almeno tre uffici pubblici di crescente dignità. Ogni membro doveva essere di impeccabile integrità e tenuto nella più alta considerazione dai suoi concittadini. I membri del Sinedrio, che agivano sia come giudici sia come giuria, dovevano essere ebrei stretti (cioè con entrambi i genitori ebrei). Ogni membro che avesse personali interessi nel caso in discussione veniva esentato. La corte doveva decidere innocenza o colpevolezza solo sulla base delle prove e delle testimonianze presentate in corte.

Le procedure processuali sembra consistessero in un’ udienza preliminare, nel corso della quale veniva portato, a cura di uno dei giudici, all’attenzione della corte un sommario delle prove e delle testimonianze a carico. Venivano quindi allontanati gli eventuali spettatori e si procedeva ad una votazione. Una maggioranza semplice era sufficiente ad assolvere o condannare. Se veniva decisa l’assoluzione, il processo si chiudeva immediatamente e il difensore veniva subito esonerato dall’incarico.

Se invece veniva decisa l’imputabilità, allora veniva instaurata una differente procedura. Nessun annunzio di “verdetto” poteva essere emesso in quello stesso giorno. La corte doveva “aggiornarsi” per un giorno solare intero. I giudici potevano recarsi a casa, ma non dovevano permettere ai propri pensieri divagazioni od occuparsi in affari e attività sociali. Il loro compito era quello di considerare e riconsiderare le prove e ritornare il giorno seguente per discutere di nuovo e deliberare. In questa seconda votazione nessun giudice che si fosse dichiarato a favore dell’innocenza dell’imputato poteva modificare il suo voto, mentre potevano modificare il proprio voto i giudici che avevano ritenuto l’imputato colpevole nel corso della prima votazione9.

Sempre all’interno del sistema legale ebraico, inoltre, erano presenti regole molto precise e severe riguardo sia all’arresto dell’imputato, che alle eventuali modalità di esecuzione: in particolare, per quanto riguarda l’arresto, esso doveva avvenire in pieno giorno, senza alcun tradimento e con un mandato legale del Sinedrio, mentre per quanto riguarda l’esecuzione, l’unica modalità ammessa dalla legge mosaica era mediante lapidazione10.

Alla luce di queste conoscenze, appare evidente che nel racconto evangelico troppi punti non collimino con quella che era, più che una prassi, un sistema inviolabile, perché considerato dettato direttamente da Dio.

Già dal momento dell’arresto, tutto avviene non “secondo la Legge”, ma “contro la Legge”: Gesù viene catturato di notte, in un luogo isolato, con la violenza e grazie a un tradimento prezzolato (cosa che, già di per sé, avrebbe potuto invalidare l’intero processo).

Poi tutto il processo è quanto di più “irregolare” si possa trovare: siamo in periodo pasquale, Gesù non ha un avvocato, le accuse sono contraddittorie, l’imputato viene interrogato direttamente e la condanna in prima istanza viene proferita dal Sommo Sacerdote sulla base di quelle che, secondo il “codice” giudaico, erano autoaccuse (tali venivano considerate le confessioni), per essere approvata da “tutti”, il che, come detto, equivaleva ad un’assoluzione .

Per altro, già la definizione dell’accusa è, di per sé, problematica: ha senso pensare ad un’accusa di eresia in un periodo in cui, date le fortissime attese messianiche, i presunti Messia fiorivano continuamente? E, anche se così fosse, perché mai Gesù, una volta condannato (anti-proceduralmente) nel Sinedrio, avrebbe dovuto essere mandato da Pilato, quando i delitti di stampo religioso erano specifica competenza proprio del Sinedrio stesso e, al massimo, dovevano essere solo controfirmati da un legato imperiale? Si ha l’impressione che gli estensori dei Sinottici (probabilmente basati tutti, come vedremo, su un ceppo comune), da “gentili”, avessero una conoscenza alquanto approssimativa del sistema legale ebraico. Non a caso, infatti, in Giovanni, il cui estensore ha chiaramente una maggiore competenza in questo senso, cambia l’accusa in “sedizione”, cioè in un delitto che entra pienamente nelle competenze del governatorato romano.

Ma, anche per quanto riguarda questo secondo processo “romano”, le stranezze sembrano non mancare.

Nella Roma augustea, le procedure giudiziarie erano fortemente differenziate. I processi più comuni erano le Questiones, cioè procedimenti regolari con una “cognitio” (indagine dibattimentale) davanti ad un avvocato, una “sententia” di una giuria e una pena comminata e, di norma, eseguita in breve tempo. Di fatto, esistevano, soprattutto nelle province più turbolente, altri tipi di procedure, quali le “cognitiones extra-ordinem”, in cui il giudice interrogava l’accusato ed emetteva una sentenza con un ampio potere discrezionale11.

Questo genere di procedure erano comuni soprattutto per i casi di ribellione e di “crimen maiestatis”, già sanzionato con la condanna capitale dalla “Lex Cornelia de maiestate”.

Accettando la tesi giovannea, dunque, il giudizio di Pilato non apparirebbe per nulla antistorico: semplicemente, si sarebbe trattato di un comune giudizio extra-ordinem contro un uomo accusato di ribellione all’autorità imperiale.

Quello che, invece, appare quantomeno strano, è il criterio di svolgimento del processo.

Lungo tutta la narrazione, Pilato ci viene presentato come succube di una folla che, in un processo di tale specie, non avrebbe neppure potuto essere presente12. Anche ammettendo una eccezione, di fatto il Pontius Pilatus storico, prefetto di Giudea, così come presentatoci da Giuseppe Flavio13, Tacito14 e Filone Alessandrino, non sembra proprio essere stato un personaggio così arrendevole e diplomatico.

In Filone abbiamo la descrizione che ne fece il re Agrippa I, dipingendolo come venale, violento, angariatore e tirannico nel suo governo; egli lo biasima innanzitutto per il suo carattere inflessibile, ostinato e crudele, ma ancor di più per “le innumerevoli e continue uccisioni”.

Secondo Giuseppe Flavio, uno dei suoi primi atti di governo fu l’ordine impartito ai soldati che da Cesarea si recavano a Gerusalemme di entrarvi e di innalzare, per la prima volta, le insegne con l’effigie dell’imperatore; l’azione si svolse nottetempo, per mettere i Giudei davanti al fatto compiuto. Il giorno successivo, costernati da tanta profanazione, molti Giudei corsero a Cesarea per implorare la rimozione delle insegne, “prostrati per cinque giorni e cinque notti”. Pilato, irritato da tale insistenza, li fece circondare dai soldati con le spade sguainate, ma essi, “come se fossero già d’accordo, si gettarono giù in massa, e inchinato il collo si gridarono pronti a farsi ammazzare piuttosto che trasgredire la Legge. Straordinariamente impressionato da così potente religiosità, Pilato comandò di portar subito via le insegne da Gerusalemme”.

Più tardi, il governatore arrivò ad attingere al tesoro del Tempio per finanziare la costruzione di un acquedotto, cosa questa che provocò diverse manifestazioni di protesta della folla; allora Pilato, travestiti numerosi soldati da Giudei, li fece sparpagliare tra la gente perché prendessero a randellate i manifestanti.

Un’altra volta, racconta Filone, il governatore fece esporre certi scudi dorati con il nome dell’imperatore nel palazzo di Erode a Gerusalemme; ma questa volta, i nobili protestarono direttamente con l’imperatore, il quale ingiunse a Pilato di rimuovere gli scudi e trasferirli nel tempio di Augusto a Cesarea.

Alla fine, Pilato stesso fu vittima del suo modo di governare; nel 35 uno pseudoprofeta samaritano promise ai suoi seguaci che avrebbe mostrato loro gli arredi del Tempio di Mosè, che si credevano nascosti nel monte Garizim. Il governatore, raggiunta la sommità del monte, fece trucidare un gran numero di presenti, e, in seguito, mise a morte i più ragguardevoli tra quelli che aveva arrestato. La comunità samaritana, allora, presentò formale protesta al legato di Siria, Vitellio, diretto superiore di Pilato; egli accolse la loro istanza con grande sollecitudine, perché i Samaritani erano noti per la loro fedeltà a Roma, destituì Pilato e lo mandò a Roma a discolparsi15.

E’ evidente, dunque, che un uomo di questa indole non sembra proprio il tipo da farsi ricordare il bene di Roma da un gruppo di giudei, condannare un imputato che ritiene innocente solo per non contrariare la folla e “lavarsene le mani” (gesto purificatorio post-iudicium, per altro, tipicamente mediorientale e assolutamente non proprio della cultura e tradizione romane).

Ma la cosa più sorprendente riguarda la doppia condanna: prima la fustigazione e poi la crocifissione. E’ un gesto inusuale e soprattutto antistorico: la Lex Romana era molto chiara a tale proposito, intimando che una sola pena venisse comminata per punire anche più crimini diversi. Insomma, Gesù poteva anche essere fustigato a morte, poteva essere crocifisso per sedizione e lesa maestà (per blasfemia sarebbe stato lapidato!) nel caso gli fosse stato riconosciuto un ruolo di ribelle di primo piano, ma in nessun caso avrebbe potuto essere prima fustigato e poi crocifisso.

Insomma, troppe cose “non quadrano”. Perché?

Per quanto riguarda il processo romano, probabilmente, con la doppia condanna, si è voluto aggiungere una ulteriore nota di tragicità, assommando nuova efferatezza ad un già atroce suplizio mediante crocifissione.

Soprattutto, però, sembra che gli evangelisti abbiano voluto scaricare il più possibile di responsabilità i romani, in un quadro perfettamente coerente con tutta la politica paolina che tendeva alla evangelizzazione dell’Impero (e, dunque, non poteva porre il governo romano sotto una luce troppo negativa). Così, un processo politico contro un “sedizioso”, intentato da un “tribunale” romano, che commina una tipica condanna a morte romana per i ribelli, si è trasformato in un processo religioso ebraico, in cui i romani sono stati solo loro malgrado coinvolti quali esecutori, più o meno innocenti, di una sentenza già voluta da un Sinedrio che, con ogni probabilità, quella notte non è stato neppure convocato.

A riprova di ciò, vi sarebbe la notoria questione degli Acta Pilati: è ben noto che l’imperatore Massimino (antagonista e predecessore di Costantino), nel contesto della sua persecuzione verso i cristiani (avversari anche politici, in quanto favorevoli al suo rivale), predispose la stampa e la diffusione delle memorie di Pilato (Acta Pilati), integralmente tratte dagli archivi imperiali, al fine di screditare le credenze cristiane e di contrastarne l’ ulteriore diffusione.

Risulta che ne furono inviate copie anche alle scuole, affinché gli studenti le imparassero a memoria (come riportato da Eusebio , vescovo cristiano) e si rendessero conto della pericolosità sociale dei cristiani16.

Strano è altresì il fatto che, con l’avvento di Costantino, questa documentazione (la cui veridicità non poteva formalmente essere messa in dubbio, in quanto, appunto, tratta dagli archivi imperiali) venne letteralmente fatta sparire e soppressa e che nessun tentativo di contestarla o confutarla nel merito risulta compiuto dalla Chiesa cristiana dell’epoca.

Questa potrebbe rappresentare un classico esempio di dimostrazione “a contrariis”.

Se una qualche documentazione pubblica o un rapporto di Pilato favorevole alla veridicità del racconto evangelico fosse materialmente esistito, senza dubbio esso sarebbe stato diffuso dai cristiani una volta raggiunto il potere.

Il fatto che venga, invece, fatto sparire sembra ulteriormente dimostrare che tale rapporto doveva probabilmente mostrare una sequenza di fatti alquanto diversa rispetto a quella trasmessaci dalla “traditio” evangelica17.

Insomma, da un’analisi più approfondita, risulta chiaro che la testimonianza evangelica non rispecchia l’andamento reale del processo a Gesù. Perché?

Le spiegazioni possono essere molteplici: i Vangeli derivano certamente da una tradizione orale precedente, che può aver contribuito, nei suoi vari passaggi, soprattutto giungendo a cronisti non ebrei, a modificare alcuni termini della narrazione; modifiche sostanziali devono essere state certamente apportata, come detto, in relazione alle necessità politiche e, diremmo oggi, di marketing della predicazione paolina; la mescolanza di tratti storici e tratti simbolico-parabolistici, la cui distinzione è andata perduta nel tempo, può dare ragione della irrealisticità di alcuni elementi, etc. Di fatto, comunque, resta che il processo a Gesù fu certamente diverso rispetto a quello che comunemente si crede.

1 Mt. 26:36 – 27:50

2 Mc. 14:32 – 15:37

3 Lc. 22:39 – 23:49

4 Gv. 18:1 – 19:30

5Cfr. K.A. Kitchen, On the Reliability of the Old Testament, Grand Rapids, Michigan. William B. Eerdmans Publishing Company, 2003

6 Cfr. A. Mosheli, The Jewish Juridical System during the Roman occupation, Arielson, Tel Aviv, 1993, pgg. 71-96 passim

7Membri della classe sacerdotale filoromana

8 Num. 11:16

9 Cfr. S. Brandon, The trial of Jesus of Nazareth, Penguin, London, 1968, passim, citato in M. Capurro, “Il processo” (http://www.capurromrc.it)

10 Cfr. A. Mosheli, citato, pgg. 65-68

11 Cfr. A. Guarino, Profilo di diritto romano, 8 ed., Jovene, Napoli, 1994, pag.81 ss..

12 I procedimenti extra-ordinema si svolgevano a porte chiuse, ad esclusione del verdetto pubblico.

13Cfr. Flavio Giuseppe, Antichità Giudaiche ,XVIII

14Cfr. Cornelio Tacito, Annales, II

15 Cfr. Christianismus (www.christianismus.it)

16Cfr. AA.VV., Catholic Encyclopedia, New Advent, CD-ROM edition 1917-2007

17Cfr. Marco Capurro, citato


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