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	<title>Il Portale del Paranormale &#187; tradizioni popolari</title>
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	<description>Misteri e Segreti del Pianeta Terra</description>
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		<title>Venezia Esoterica</title>
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		<pubDate>Tue, 15 May 2012 01:01:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Romanazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia e Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Esoterismo]]></category>
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		<description><![CDATA[I MISTERI DELLA LAGUNA: Tra spettri, Graal e magi occultisti Quando si parla di Venezia vengono subito in mente le immagini delle bellissime gondole che vagano per i canali e la dolce atmosfera romantica che la avvolge, ma tra i campi e i calli gremiti di turisti si nascondono antiche leggende, misteri insoluti, ombre di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>I MISTERI DELLA LAGUNA: Tra spettri, Graal e magi occultisti</p>
<p>Quando si parla di Venezia vengono subito in mente le immagini delle bellissime gondole che vagano per i canali e la dolce atmosfera romantica che la avvolge, ma tra i campi e i calli gremiti di turisti si nascondono antiche leggende, misteri insoluti, ombre di antichi personaggi che rendono la città fortemente inquietante in questa sua gotica disinvoltura. Sarà seguendo così le tracce di questi enigmi che si perdono nella notte dei tempi che riusciremo ad entrare in contatto con il genius urbis che come novello Virgilio ci porterà tra le pieghe del tempo al cospetto di tradizioni mai dimenticate come il Graal e Cagliostro, Casanova e l’Inquisizione che ci faranno cambiare idea sul comune soprannome di “Serenissima”.<span id="more-440"></span></p>
<p>IL GRAAL E I MISTERI DI SAN MARCO</p>
<p>La città di Venezia è ricca di leggende su antiche reliquie cristiane dato anche gli stretti rapporti economici con il mondo orientale e così ovviamente non potevano mancare storie sui Templari e il mistico Graal, la coppa nella quale, secondo la leggenda, Giuseppe d’Arimatea raccolse il sangue di Cristo.</p>
<p>La via che porta questa favolosa reliquia in città è quella che conduce a Costantinopoli, l’odierna Istambul, città conquistata dai Crociati e strettamente legata al capoluogo veneto. In particolare proprio durante la Quarta Crociata cavalieri e mercanti portarono in città cultura e tradizioni mediorientali oltre ai moltissimi tesori provenienti dalla città turca come i quattro cavalli in rame presenti sulla Basilica di San Marco e che tradizione vuole avessero al posto degli occhi degli splendidi rubini. Si sa ancora che da Costantinopoli sarebbe provenuta la Corona di Spine di Gesù che Luigi IX di Francia riuscì a sottrarre alla città per portarla in Francia, presso la Sainte Chapelle, dunque non sarebbe impensabile che, nel caso fosse davvero esistito, il Graal nel suo mistico cammino fosse davvero giunto nella città.</p>
<p><center><img class="size-full wp-image-441" src="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/romanadscf0018.jpg" alt="" width="500" height="666" /></center><br />
La tradizione lo vuole nascosto nel trono di San Pietro, il sedile ove si sarebbe davvero seduto l’Apostolo durante i suoi anni ad Antiochia costituito da una stele funeraria mussulmana e decorato con i versetti del Corano oggi presente nella chiesa di San Pietro in Castello. Si narra che questa poi sarebbe stata trasferita successivamente a Bari, città legata a quella veneta da interessanti tradizioni comuni come il santo Nicola le cui due città si spartiscono le sacre reliquie. Alcune tradizioni locali, poi, vogliono che nella chiesa di San Barnaba fosse stato seppellito il corpo mummificato di un cavaliere crociato francese dal nome di Nicodemè de Besant-Mesurier, legato alla vicenda della traslazione della mistica coppa ritrovato nella zona nel 1612. In realtà non sono mai stati trovati documenti che parlassero di questo cavaliere. I misteri legati alla religione Cristiana non trattano solo di reliquie, ma diverse sono anche le tradizioni legate a l’Inquisizione e piazza San Marco, tracce di angusti ricordi sparsi in una delle più belle piazze d’Italia e spesso celati agli occhi del comune viaggiatore. All’angolo destro della Basilica, ad esempio, è presente un cippo che la tradizione vuole utilizzato per le esecuzioni, mentre guardando le colonne del primo loggiato del vicino Palazzo Ducale, ne possiamo scorgere due di colore differente dalle altre ove, secondo la tradizione, venivano lette le sentenze di morte poi eseguite nella piazzetta antistante o nel vicino Campanile.<br />
<center><img class="size-full wp-image-442" src="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/romanazdscf0027.jpg" alt="" width="500" height="666" /></center><br />
Ecco così che il meraviglioso Campanile che svetta nella piazza nasconde anch’esso macabri ricordi, infatti è legato alla tradizione del supplizio di cheba, una gabbia in ferro sospesa nel vuoto nella quale i condannati venivano esposti al pubblico ludibrio anche per lunghi periodi sfidando le intemperie e dunque la morte che presto sopraggiungeva quasi come liberazione.</p>
<p>Sempre tra le colonne del Palazzo Ducale, poi, era offerta l’ultima speranza di salvezza, e infatti, sul lato della costruzione che si offre al mare era presente una colonna che ancora oggi appare con il basamento consumato. Ai condannati era offerta una ultima grazia: se fossero riusciti a girar intorno alla stessa senza cadere mai dallo strettissimo basamento sulla quale poggia, operazione davvero impossibile.</p>
<p>I PALAZZI STREGATI E LE CORRENTI TELLURICHE</p>
<p>Interessanti poi sono le tradizioni legate ai palazzi stregati come Ca’ Dario e Ca’ Mocenigo Vecchia.</p>
<p>La fama del primo sinistramente conosciuta da tutta la città, esso fu costruito dal mercante Giovanni Dario e dedicato al genio della città come testimonia l’iscrizione “Genio urbis Joannes Dario”, scritta che, secondo alcuni studiosi, nasconderebbe, anagrammata, enigmatici quanto orribili segreti: “SUB RUINA INSIDIOSA GENERO” e cioè colui che abiterà sotto questa casa andrà in rovina. Per alcuni la costruzione sorgerebbe su un nodo di energie negative che si trasferirebbero all’intera dimora, quella che Fulcanelli definirebbe una vera e propria dimora filosofale. In realtà l’intera città sorgerebbe su una rete di correnti telluriche, positive e negative, che caratterizzerebbero così la sua urbanizzazione, lo stesso Canal Grande sarebbe la rappresentazione del temibile serpente, simbolo delle enigmatiche forze che in alcuni punti diventerebbero fortemente palesi. Del resto nel passato era normale che ci fossero luoghi benefici e malefici, in oriente ove si pratica il feng shui, cioè una disciplina che permette di costruire una casa recependo le onde benefiche del “grande drago” che dorme nel sottosuolo. Sarà proprio il drago a caratterizzare la città, infatti esaminiamo una qualunque cartina di Venezia vediamo il Canal Grande snodarsi come un serpente o un dragone, tagliando esattamente in due parti la città. Abbiamo così la testa, “caput draconis”, ed una coda “cauda draconis”.</p>
<p>Alla fine di quest’ultima troviamo l’isola di san Giorgio, con l’omonima chiesa, scelta non casuale se pensiamo che nella tradizione cristiana san Giorgio è il santo che uccide il drago, e quindi che esorcizza il serpente veneziano, mentre dalla parte opposta vi è la Basilica di San Marco, quasi un modo per esorcizzare queste energie.</p>
<p>E’ proprio posizionato nella “cauda” che troviamo Ca’ Dario, il misterioso palazzo la cui maledizione colpisce tutti i proprietari che sono morti suicidi o comunque di morte violenta, tra i quali ultimamente Raul Gardini e il tenore Mario del Monaco.</p>
<p>Per quanto riguarda invece la seconda costruzione, è silente testimone della visita del filosofo Giordano Bruno in città, ospite proprio della famiglia di Mongenigo che, dopo aver cercato di carpire le sue conoscenze alchemiche, lo denunciarono come stregone alle autorità veneziane costringendolo a riparare a Roma ove poi sarà giustiziato. Tradizione vuole che ancora in quell’edificio si manifesti il fantasma dell’eretico in cerca di giustizia.</p>
<p>ALCHIMIA VENEZIANA</p>
<p>Moltissimi sono stati i maghi, stregoni e alchimisti presenti nella laguna, tra i quali spiccano, oltre al già citato Giordano Bruno, Casanova e Cagliostro. Dati gli stretti rapporti con il Medioriente, Venezia è stata da sempre crogiuolo di culture, il toponimo del quartiere “Giudecca” sembrerebbe proprio segnalarci la presenza dei suoi primi abitanti, i giudei, da sempre maestri di alchimia e studiosi di Cabala. Moltissime sono così le leggende presenti nell’antico e nuovo ghetto che riguardano gli rabbini e i loro studi di alchimia.</p>
<p>Nella città, poi, sono presenti le conoscenze alchemiche degli arabi le cui tracce ritroviamo nel quadrante della torre dell’orologio ove, tra simboli astronomici e astrologici sono presenti raffigurazioni di mori. Più sconcertanti ed evidenti sono però le simbologie arabe presenti nelle vicinanze della porta della carta vicino la Basilica di San Marco. Qui sono rappresentati in un angolo i così detti “quattro mori”, i tetrarchi Diocleziano, Galerio, Massimiliano e Costanzo.</p>
<p>In realtà la tradizione lega queste figure all’alchimia come testimoniato da un fregio alla base dello stesso raffigurante due putti e due draghi intrecciati che portano un cartiglio con la scritta in veneziano arcaico “uomo faccia e dica pure ciò che gli passa per la testa e veda ciò che po’ capitargli”.</p>
<p><center><img class="aligncenter size-full wp-image-443" src="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/romanazdscf0024.jpg" alt="" width="500" height="375" /></center><br />
Sempre sullo stesso lato della Basilica sono presenti due colonne provenienti da Acri ove cultura cristiana e mora si mescolano in una mistica commistione di immagini tra le quali spiccano tre enigmatici criptogrammi per alcuni invocazioni al dio del mussulmani Allah.</p>
<p>Tra i personaggi più enigmatici, però, sicuramente spicca Casanova, mago e scrittore nato nella città il 2 Aprile 1725 e sepolto nella chiesa di San Barnaba anche se della sua tomba sono state perse le tracce. La sua storia “misteriosa” parte all’età di otto anni quando, per guarirlo da un male che gli costringeva a tenere sempre la bocca aperta, la zia lo portò da una strega guaritrice. Sarà da allora che lo scrittore iniziò ad interessarsi alle arti magiche che gli procurarono problemi con l’Inquisizione e che lo portarono ad esser imprigionato nei famosi “piombi” veneziani dai quale riuscì in una clamorosa fuga. Sicuramente egli ebbe contatti con la massoneria e con Amadeus Mozart per la realizzazione del suo “Don Giovanni” ispirato anche alla vita del veneziano e con il famoso Giuseppe Balsamo, noto come Conte di Cagliostro proveniente da Aix de Provence. Secondo la tradizione i due si incontrarono nella città nel 1769 per scambiarsi formule e magici rituali e le formule per l’elisir di eterna giovinezza.</p>
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		<title>Madre Justina: la Fede nei miracoli e il miracolo della Fede</title>
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		<pubDate>Sat, 12 May 2012 23:41:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lawrence M.F. Sudbury</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Trovare la Chiesa di San Marco, incastrata nel cuore delle stradine della Città Vecchia di Gerusalemme, tra il Quartiere Armeno e il Quartiere Ebraico, non è una impresa facile. Eppure, secondo la Chiesa Siriano-Ortodossa, una delle più antiche Confessioni cristiane, che celebra i suoi Riti ancora nella lingua del Cristo, l’Aramaico, questa è la prima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Trovare la Chiesa di San Marco, incastrata nel cuore delle stradine della Città Vecchia di Gerusalemme, tra il Quartiere Armeno e il Quartiere Ebraico, non è una impresa facile. Eppure, secondo la Chiesa Siriano-Ortodossa, una delle più antiche Confessioni cristiane, che celebra i suoi Riti ancora nella lingua del Cristo, l’Aramaico, questa è la prima Chiesa della Cristianità: il luogo del Cenacolo.</p>
<p>Ho un appuntamento con il Vicario Patriarcale Siriano, che abita nel Convento di fianco alla Chiesa, alle 10 del mattino per una intervista e sono in netto anticipo: ne approfitto per visitare la piccola Cattedrale e subito ne rimango affascinato per quattro ragioni.<br />
<span id="more-820"></span><br />
La prima è, quasi ovviamente, la spoglia camera sotterranea che, secondo la Tradizione, era la casa della madre dell’Evangelista Marco, in cui suo figlio, su ordine del Maestro che voleva rifuggire dal clamore destato dal suo arrivo “messianico” nella Città Santa, avrebbe fatto preparare la cena del “Pesach” poi passata alla storia come “Ultima Cena”: è l’idea stessa, per quanto dibattuta, dal momento che altre Denominazioni posizionano l’evento in luoghi diversi (nulla di strano in una Gerusalemme in cui vi sono almeno tre luoghi “possibili” per l’Ascensione), che quella stanzetta dalle pareti di pietra grezza abbia ospitato uno degli eventi culturalmente e simbolicamente più importanti della storia umana, che abbia visto compiere per la prima volta gesti poi ripetuti ogni giorno in milioni di Chiese per duemila anni a renderla affascinante.</p>
<p>La seconda è una scritta, non più grande di 70&#215;50 centimetri, incisa nel muro: una scritta in aramaico che dà senso all’esistenza stessa della Chiesa, dal momento che, per voce comune quasi bi-millenaria , sarebbe stata tracciata da San Marco a certificazione che in quel luogo, in cui aveva trascorso la sua giovinezza, dopo la Resurrezione di Gesù i Dodici avrebbero ricevuto lo Spirito Santo.</p>
<p>La terza ragione è un quadro, venerato in tutto il Medio Oriente perché dipinto dalla mano del primo e unico ritrattista dal vero dell’Uomo venerato da oltre due miliardi di persone nel mondo come la sola Incarnazione del Dio vivente: quella tavola ad opera di San Luca, medico e pittore, che avrebbe voluto ritrarre Gesù bambino in braccio a sua madre, ma che, avendo conosciuto il Cristo quando Questi era già adulto, decise di riportare le fattezze del giovane uomo barbuto che aveva visto al posto del volto del neonato Salvatore.</p>
<p>La quarta ragione di fascinazione di questa Chiesa, che assomiglia più ad una Cappella di montagna che ad una Basilica Patriarcale, dando l’impressione di essere ancora più piccola di quanto sia realmente a causa della grande cortina rossa che, secondo l’uso siriaco, divide l’Altare del Santissimo dai Fedeli, è molto meno “storica” delle precedenti, è una donna, la guardiana della Chiesa, l’unica Suora del Convento in cui vive con i quattro Monaci che, insieme a lei, formano tutta la struttura ecclesiastica siro-ortodossa di Gerusalemme: Suor Justina.</p>
<p>Poco più di un metro e sessanta, piuttosto sovrappeso, tra i cinquanta e i sessant’anni, Suor Justina veste semplicemente con un larga maglietta grigia e un foulard dello stesso colore in testa, unico simbolo, per quanto poco evidente, del suo stato monacale.</p>
<p>Quando la incontro sta facendo quello che fa ogni giorno, più volte al giorno, con chiunque abbia la fortuna di passare per questo luogo in cui il senso del Sacro è così denso da essere quasi palpabile, come se fosse una patina che avvolge ogni cosa: sta parlando della  storia della “sua” Chiesa.</p>
<p>E’ lei che mi accompagna dall’Arcivescovo e, mentre attendo di essere ricevuto, mi parla un po’ di sé e della sua vocazione.</p>
<p>Scopro, così, che Suor Justina appartiene alla Comunità Siriaca di Niniwe, l’antica capitale assira, ormai piccola cittadina nei pressi della più grande e ormai tristemente più nota Mossul, in Iraq, e ha preso i voti da una decina d’anni appena: prima, mi dice, era un’insegnante di matematica pura all’ultimo anno del liceo e lo è stata per vent’anni.</p>
<p>Forse è questo strano contrasto tra una vita spesa in nome dell’insegnamento della scienza esatta per eccellenza e una scelta che si riverbera nel misticismo che traspare in ogni sua affermazione, o forse, più semplicemente, è il piacere di ascoltare per intero il suo racconto di come Gesù abbia chiesto a Marco di trovargli un posto tranquillo per cenare con gli Apostoli che mi fa tornare, una volta terminata l’intervista, alla Chiesa, dove so che Madre Justina sta continuando la sua opera di guardiana della “moralità nel vestiario” delle turiste di passaggio e di “cicerone”.</p>
<p>L’ascolto volentieri, mentre parla, quasi in uno stato di rapimento estatico, della “saggezza di nostro Signore” e, ad un tratto, una sua frase mi colpisce: “io stessa, in nove anni che servo in questa Chiesa sono stata testimone di alcuni grandi miracoli compiuti da Dio per chi lo prega con amore …”.</p>
<p>Sarà il fascino ambiguo di quella frase sospesa o quel prurito strano, viscerale, quella strana sensazione di curiosità mista a scetticismo che prende chi, come me, da anni vive studiando le questioni religiose quando sente pronunciare la parola “miracolo”, ma non resisto: aspetto che anche l’ultimo dei turisti esca, colmo di stupore e ammirazione per quel luogo così pieno di storia sacra, e le chiedo di raccontarmi di quei “miracoli”.</p>
<p>Madre Justina sorride, si siede su un gradino scusandosi per il fatto che i dolori alle ginocchia non le permettono di stare molto in piedi (e non posso fare a meno di pensare alle ore che deve aver passato inginocchiata a pregare in quella Chiesa umida anche in piena estate) ed è come se un fiume in piena rompesse gli argini: racconta, racconta con una capacità affabulatoria, sorprendente, come solo i Mediorientali, forse per tradizione atavica, sanno avere; racconta senza quasi prendere fiato, con gli occhi chiusi come se rivivesse ogni attimo, come se rivedesse un film degli eventi di cui parla, punteggiando la narrazione con esclamazioni di gioia e di lode a Cristo che suonerebbero persino ridicole sulle labbra di chiunque, ma non sulle sue.</p>
<p>Quando esco dalla Chiesa, circa due ore dopo, sono senza parole, perso in un mondo che sembra più vicino a quello delle cronache medievali che alla realtà di una Città Santa dove i militari israeliani pattugliano ogni angolo, i ragazzini urlano nelle stradine e migliaia di pellegrini affollano i suk per comprare croci di ulivo di ogni Confessione cristiana da appoggiare sulla “Lapide della Vestizione” nel Santo Sepolcro.</p>
<p>Mi inerpico per le salite di Gerusalemme Vecchia e ripenso a Suor Justina e ai quattro miracoli di cui mi ha parlato, tre dei quali avvenuti a San Marco.</p>
<p>Il primo ha avuto lei come diretta protagonista. Tecnicamente si tratta di un fenomeno noto (in realtà, dal punto di vista scientifico, erroneamente) come “glossolalia”, cioè della capacità di parlare e comprendere lingue mai conosciute prima, ma preferisco il termine usato da Suor Justina: “la mia Pentecoste”. Brevemente: qualche mese prima un Ebreo russo capita nella Chiesa e la Madre “guardiana”, come sempre, gli fornisce la sua spiegazione storica, rispondendo anche a qualche domanda del turista curioso. Fin qui, nulla di strano, ma, qualche giorno dopo, il Russo torna per una seconda visita e comincia a parlare a Justina prima in ebraico, poi, non ottenendo risposta, in russo. La suora, però, parlando arabo, aramaico e inglese, non ha nessuna possibilità di comprendere cosa l’uomo stia dicendo e si accorge che quest’ultimo si stava inquietando, credendo che lei lo prenda in giro: in fondo, pochi giorni prima, hanno conversato più di un’ora capendosi perfettamente! Fortunatamente, un fedele siriaco, guida turistica dei numerosi gruppi di Russi in città, passa per caso (o, secondo Suor Justina, per illuminazione dello Spirito Santo) dalla Chiesa e, con il suo aiuto, non solo l’“equivoco” viene chiarito, ma si poò procedere anche alla stesura di una dichiarazione scritta di quanto accaduto, ora conservata nella cassaforte del Patriarcato.</p>
<p>Già questa prima rivelazione miracolosa appare a dir poco sensazionale, ma, in realtà, decontestualizzandola, può essere fatta rientrare in una serie di manifestazioni consimili, relativamente frequenti, ad esempio, nelle Comunità Pentecostali e, di norma, spiegabili anche dal punto di vista psicologico: se partiamo dal presupposto che, in particolari momenti di forte eccitazione mistica (e, indubbiamente, la visita di San Marco può provocare tale stato), comprovatamente le nostre capacità mentali subiscono un notevole potenziamento e che, in buona sostanza, arabo ed ebraico sono due lingue di matrice comune, in cui molti termini sono reciprocamente comprensibili per i parlanti di una delle due (insomma, qualcosa di simile, ad esempio, a quanto accade tra spagnolo e portoghese, svedese e norvegese o slovacco e polacco), si potrebbe persino tentare di razionalizzare la vicenda e di spiegarla in termini scientifici.</p>
<p>La stessa cosa può valere per il secondo “miracolo” di San Marco, quello di un giovane uomo della Comunità siriana, ricco e agnostico, che un giorno, qualche anno fa, decide, per scommessa con alcuni amici, di andare a Messa e ricevere la Comunione per incontrare una fedele che vuole sedurre: messosi in fila, però, dopo qualche passo, il giovane rimane come paralizzato, sentendo come una mano posata sul suo petto che lo blocca e, pochi secondi dopo, sviene. Ripresosi, sotto shock, si chiude nella sua stanza e, addormentatosi, sogna Gesù che gli impone di leggere il Vangelo prima di prendere la Comunione, ma, nonostante questo, il giorno dopo riprova a mettersi in fila, ma rivive la stessa esperienza del giorno precedente: solo dopo aver letto per intero il Vangelo, averlo meditato ed essersi convertito sanando molti torti precedentemente compiuti, il giovane finalmente riesce ad accostarsi alla Comunione che ha su di lui un effetto così profondo da indurlo a farsi prete. Secondo Madre Justina, molte lettere in possesso del Patriarca proverebbero questo iter ma, naturalmente, qualunque scettico potrebbe tranquillamente parlare di disturbi psicologici, autosuggestione inconscia e cose di questo genere.</p>
<p>Già meno spiegabile è il caso del terzo “miracolo” (riportato anche dalla stampa locale nel 2007), accaduto ad una fedele siriana della Congregazione di Gerusalemme, emigrata, come molti Cristiani della Terra Santa, negli Stati Uniti e sposatasi con un Americano. Il suo primo figlio, appena nato, soffre di una rarissima forma di insufficienza polmonare, non riesce a dormire e, secondo i medici, ha pochi mesi di vita. Disperata, la ragazza telefona a Madre Justina, con cui ha stretto amicizia prima di emigrare, per darle la triste notizia e per chiederle di pregare per suo figlio. Due notti dopo, mentre, durante una tempesta, la giovane madre è in preghiera, sul muro della sua camera in California vede apparire l’immagine della Vergine della Chiesa di San Marco (quella di San Luca con il Bambino barbuto di cui si diceva prima), che rimane impressa per qualche ora (pare esistano anche delle fotografie scattate dal marito della donna a provarlo) per poi sparire completamente: da quella notte e per tutta la settimana seguente il bambino riesce finalmente a dormire e, visitato qualche tempo dopo dai medici, si scopre che l’insufficienza polmonare è notevolmente migliorata e, anzi, sta regredendo fino a far prevedere una completa guarigione. Naturalmente, anche in questo caso, è possibile dare numerose interpretazioni possibili agli avvenimenti, senza scomodare per forza l’ambito sacrale: allucinazioni collettive in stati di ipertensione, interpretazione di macchie di qualunque genere, magari dovute alla pioggia, secondo schemi mentali subconsci, “normali” episodi di guarigione spontanea in fasi di sviluppo neonatali, di cui esiste un’ampia letteratura medica. Certo, però, la concatenazione temporale degli eventi e la presenza simultanea di più elementi di natura particolare sembrerebbero contraddire la possibilità di riferirsi a pure casualità …</p>
<p>Infine, il quarto “miracolo” di cui Madre Justina mi parla non riguarda strettamente la “Basilica Patriarcale”, ma la vita stessa della Suora. Il racconto nasce da una domanda che, da qualche tempo, mi sto ponendo, e cioè se, così come difficilmente un astronomo potrà godersi un tramonto senza pensare che dietro ad esso esistono questioni di orbite ed ellissi, chi si occupa di indagine storica sulle Religioni potrà mai sentire veramente il calore della Fede: penso che lei, suora ma anche ex insegnante di matematica, sia la persona migliore a cui porre il quesito e la interrogo: “Come riesce ad avere una Fede così forte nonostante sia stata a lungo una scienziata?”</p>
<p>Suor Justina sembra stupita della domanda, si blocca per un istante e poi mi spiega che la Fede è qualcosa che va ben oltre la scienza e che lei questo lo ha vissuto personalmente. La sua famiglia, mi spiega, era umile, con un padre muratore, una madre casalinga, due figlie femmine e un grande desiderio dei suoi genitori di avere un erede maschio. Era anche una famiglia molto religiosa e, dopo molte preghiere, finalmente nasce un maschio, che, però, appare da subito in più che precarie condizioni di salute: i medici gli diagnosticano un cancro al cervello in una zona in cui non è asportabile e, conseguentemente, gli danno pochissime settimane di vita. I genitori, disperati, consultano ogni specialista della zona, ma la risposta è sempre la stessa: nessuna speranza. Un giorno, di ritorno proprio dall’ultimo consulto, la madre di Justina si ferma ad un Santuario locale molto noto per una statua miracolosa della Vergine e per quattro ore prega in ginocchio la Madonna di salvare suo figlio. Poi, distrutta dal dolore, va a casa e si mette a dormire. A questo punto, sempre secondo il racconto di Suor Justina, le appare in sogno la Madonna che le ordina di mettere tre cucchiai di zucchero in un bicchiere d’acqua e di dare quell’acqua a suo figlio la mattina dopo. La madre esegue il comando e, con sua enorme sorpresa, mentre sta compiendo l’operazione, viene a sapere che anche il marito e le due figlie hanno avuto lo stesso sogno. In poche parole, nel giro di una settimana, come i medici, increduli, constatano dalle lastre, il tumore sparisce e oggi il neonato è un medico laureato negli Stati Uniti e un Prete Sposato Siriano-Ortodosso.</p>
<p>Insomma, c’è da rimanere senza parole, forse ancor più che per gli eventi raccontati, per la naturalezza con cui Madre Justina ne parla, come se l’intervento del Divino nella vita umana fosse qualcosa di ovvio, di naturale, come se, in fondo, la distanza tra l’uomo e Dio fosse una sorta di velo che la Fede può scostare facilmente.</p>
<p>A distanza di qualche tempo mi è ancora difficile non provare stupore ripensando alle parole di quella Suora irachena che passa la vita tenendo in ordine una Chiesa e lodando Cristo mentre narra la storia di San Marco, ma oggi, mentre la “spinta emotiva” si è un po’ affievolita, a tratti riemerge lo spirito critico che chiunque faccia il mio mestiere deve avere e non so se credere che davvero le vicende siano andate come la Suora mi ha raccontato. Forse sì, certo, ma forse alcuni tratti sono stati caricati, forse, in fondo, quegli avvenimenti sono stati “gonfiati” in modo da trasformarsi in parabole, forse c’è stato un forte mescolamento di realtà effettuale e onirismo, forse, anzi, per certi versi persino probabilmente, non è possibile parlare di veri e propri “miracoli”.</p>
<p>C’è, però, una cosa su cui mi capita spesso di riflettere: la Fede di Madre Justina, una Fede così totale da apparire fuori dal tempo, in qualche modo così acritica da divenire totalizzante, un abbandono totale a Dio, un amore così incredibile per Lui da sfiorare un “misticismo quotidiano”.</p>
<p>Ecco, forse è questo il vero, grande miracolo di cui questo incontro mi ha parlato: non glossolalie, eventi di “shekinà” (intervento del Divino nel mondo fisico) o guarigioni miracolose, ma la possibilità che questo abbandono, che questa Fede siano possibili e siano possibili oggi, in una donna di una terra martoriata dalla guerra che vive in un’altra terra martoriata dall’odio etnico, in una persona colta, istruita, per nulla superstiziosa, che ha passato metà della sua esistenza a misurare la realtà con numeri e calcoli e la cui convinzione, la cui certezza assoluta nella “tangibilità” del Sacro non solo “fa miracoli”, ma è essa stessa miracolosa.</p>
<p>Dopo aver terminato il racconto sul suo “miracolo famigliare” Suor Justina, prima di andare ad accogliere un nuovo gruppo di turisti e ricominciare a narrare per l’ennesima volta la sua storia di San Marco, mi ha detto un’ultima cosa sul rapporto tra scienza e Fede, una cosa che, mi sembra, è quasi una epitome della sua stessa esistenza: “Oggi pensiamo che il massimo della tecnologia sia un computer, ma se ci pensi, alla base anche del più avanzato dei computer ci sono silicio ed elettricità, della sabbia e una forza che esiste da sempre, entrambe create da Dio: tutto era già nella Sua mente, ma ci ama così tanto che ci ha lasciato liberi di scoprire da soli come combinare le sue creazioni …”</p>
<p>Guardo il computer su cui sto scrivendo e mi sento bene perché scopro di volere intensamente, acriticamente, e, per una volta, non mi interessa se secondo alcuni stolidamente pensare che  Suor Justina abbia ragione …</p>
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		<title>Milano: Il Sacro Nemeton della Grande Madre</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Dec 2011 23:25:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Romanazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia e Storia]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni popolari]]></category>
		<category><![CDATA[grande madre]]></category>
		<category><![CDATA[milano]]></category>
		<category><![CDATA[sacro]]></category>

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		<description><![CDATA[Milano viene spesso considerata solo come una grande metropoli senza storia ove ogni giorno si spostano centinaia di migliaia di persone in un travolgente e caotico movimento che spesso, con il suo turbinio, sembra voler escludere il passato della città, il momento in cui un sacro Nemeton tra gli ombrosi territori insubri divenne una grandiosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Milano viene spesso considerata solo come una grande metropoli senza storia ove ogni giorno si spostano centinaia di migliaia di persone in un travolgente e caotico movimento che spesso, con il suo turbinio, sembra voler escludere il passato della città, il momento in cui un sacro Nemeton tra gli ombrosi territori insubri divenne una grandiosa città. Sarà così che, prima di parlare dei misteriosi segreti racchiusi tra le mura cittadine, partiremo proprio dalla sua mitica fondazione e dal suo stesso nome, che, come novello Virgilio, ci guiderà alla scoperta di antiche memorie sopite tra i tumulti quotidiani della metropoli. Le origini di Milano si perdono nella notte dei tempi, le prime notizie storiche della città ci vengono tramandate da Tito Livio che ne parla nel V libro della sua Storia di Roma <span id="more-455"></span></p>
<p>“…Mentre a Roma regnava Tarquinio Prisco, il supremo potere dei Celti era nelle mani dei Biturigi [da bitu "mondo”e rix, "re" n.d.A.]; questi mettevano a capo di tutti i Celti un re. Tale fu Ambigato, uomo assai potente per valore e ricchezza, sia propria che pubblica, perché sotto il suo governo la Gallia fu così ricca di prodotti e di uomini da sembrare che la numerosa popolazione si potesse a stento dominare. Costui, già in età avanzata, desiderando liberare il suo regno dal peso di tanta moltitudine, lasciò intendere che era disposto a mandare i nipoti Belloveso e Segoveso, figli di sua sorella, giovani animosi, in quelle sedi che gli dèi avessero indicato con gli àuguri. A Segoveso fu quindi destinata dalla sorte la Selva Ercinia, a Belloveso gli dèi indicarono una via ben più allettante, quella verso l’Italia. Quest’ultimo portò con sè il sovrappiù di quei popoli, Biturigi, Averni, Edui, Ambani, Carnuti, Aulerci. Partito con grandi forze di fanteria e cavalleria, giunse nel territorio dei Tricastini. Di là si ergeva l’ostacolo delle Alpi; e non mi meraviglio certo che esse siano apparse insuperabili, perché nessuno le aveva ancora valicate (&#8230;) Ivi, mentre i Galli si trovavano come accerchiati dall’altezza dei monti e si guardavano attorno chiedendosi per quale via mai potessero, attraverso quei gioghi che toccavano il cielo, passare in un altro mondo, furono trattenuti anche da uno scrupolo religioso, perché fu riferito loro che degli stranieri in cerca di terre erano attaccati dal popolo dei Salvi. Quegli stranieri erano i Marsigliesi, venuti per mare da Focea. I Galli, ritenendo tale circostanza un presagio del loro destino, li aiutarono a fortificare, nonostante la resistenza dei Salvi, il primo luogo che essi avevano occupato al loro sbarco. Essi poi, attraverso i monti Taurini e la valle della Dora, varcarono le Alpi; sconfitti in battaglia i Tusci non lungi dal Ticino, avendo sentito dire che quello in cui si erano fermati si chiamava territorio degli Insubri, lo stesso nome di un pagus degli Edui, accogliendo l’augurio del luogo, vi fondarono una città che chiamarono Mediolanum…”</p>
<p>In realtà il racconto di Livio, forse a sua volta riportato dalle memorie di qualche storico locale, posticiperebbe di molto la reale data di fondazione della città, ponendola tra il 616 e il 579, il periodo in cui regnò appunto Tarquinio Prisco. La descrizione del viaggio di Belloveso inoltre, più che uno spostamento alla conquista di nuove terre, idea alquanto improbabile, sembra quasi essere la narrazione di uno spostamento rituale le cui origini troviamo nelle antiche tradizioni del nomadismo indoeuropeo e che si tenevano di solito in Primavera, nei giorni prossimi a Beltane, una delle più importanti feste celtiche. L’etimologia di “Beltane” è alquanto controversa, essa deriverebbe dal termine irlandese “bealtaine” o dallo scozzese “Bealtuinn” provenienti a loro volta dalle arcaiche parole “tene” e “bel”, la stessa radice da cui proverrebbe il nome del condottiero Bellisario e che si rifarebbe ad un antico dio gallese della pastorizia conosciuto sotto i nomi di Belinos. Ecco così che, guardando con occhi critici il racconto di Livio si potrebbe ipotizzare che in un periodo imprecisato un gruppo di guerrieri e sacerdoti celtici, guidati da un suddito-guerriero di Bel, nome che da così carisma al personaggio rendendolo appunto un semidio, iniziarono un viaggio-rituale verso un luogo sacro, un Medhelan.<br />
<img class="aligncenter size-full wp-image-456" title="Pozzo di San Calogero" src="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/romanazz-luog3_1.jpg" alt="" width="500" height="711" /><br />
Questa idea potrebbe essere supportata anche da altre considerazioni, infatti Belloveso, si stanzierebbe nel territorio degli Insubri, cosa abbastanza difficile da credere, soprattutto se poi si parla di una fondazione di una città. E’ molto più probabile così che il borgo già esistesse, fondato attorno al II sec. a.C. proprio dal popolo degli Insubri che, penetrando nell’area padana, scacciò le popolazioni autoctone dei liguri. Ed ecco che per cercare le tracce della vera origine di Milano dobbiamo farci aiutare da ciò che di nascosto c’è nel suo nome, derivante per gli storici dal termine latino “mediolanum”, cioè medius planum, il “paese in mezzo alla piana”, descrizione che ben si accosterebbe alla città. In realtà molte altre sono le ipotesi che ci aprono anche altre considerazioni, infatti il nome potrebbe provenire dalla lingua celtica, da Mid-land, la città in mezzo o ancora da Mid-Lan, la città in mezzo alle acque, o la città delle acque, idea non del tutto improbabile dato che il borgo si trovava in una zona ricchissima di acqua o proprio da Medhelan, dove medhe sta per &#8220;centro&#8221; e lanon significa &#8220;santuario&#8221;, il “centro sacro”, l’Omphalos delle regioni iperboree, l’idea di una proiezione in terra di un centro celeste, il “loco” ove dimorano gli dei. Questo ci riporta così ad antichi culti legati alla grande madre, la dea delle acque, e a Milano il suo tempio sacro ove si recavano druidi e guerrieri. Seguendo così questa idea troviamo sempre nuovi e più interessanti indizi, come la scrofa-semilanuta, primo simbolo della città. La leggenda narra che quando Belloveso giunse in queste terre, chiamò dei saggi perché consultassero gli dei e si facessero suggerire dove costruire la città, e l’oracolo suggerì che sarebbe stata una scrofa semilanuta a segnare il luogo di fondazione del borgo. La scelta dell’animale non è per nulla casuale, infatti la scrofa bianca è da sempre animale totemico della grande madre, il suo simbolismo ctonio è poi anche legato alla dea celtica Belisama, la bianca signora delle acque. Come di incanto si aprono così nuove simbologie e rituali legati ad un antico culto mai del tutto scomparso, una religione che, come mistico filo di Arianna ci porta tra le vie della città alla ricerca dei suoi sacri luoghi di sapere, i Medhelan di un popolo che ancora oggi ci ricorda della sua presenza. Seguendo così questo culto delle acque a cui era dedicato il centro sacro arriviamo alla chiesa di S. Calogero, forse uno dei luoghi più antichi della città, ove scavi della seconda metà dell’ottocento portarono alla luce quello che presumibilmente poteva essere un tumulo golaseciano di forma circolare databile tra IX e VIII sec. a.C. con chiari caratteri rituali. Infatti questi tipi di costruzioni permettevano la condensa della brina che si accumulava durante la notte tra le pietre, il vitreo umore della dea che garantisce la vita e la fertilità. Oltre a questo ritrovamento nella stessa zona è presente un altro pozzo ove, secondo la leggenda, fu affogato San Calimero, santo che da il nome alla omonima chiesetta. In realtà si tratta di un chiaro esempio di sovrapposizione di culti, un modo da parte della religione cristiana di esorcizzare antichi ricordi mai del tutto sopiti. La leggenda racconta infatti che Calimero venne affogato in un pozzo dell’area sacra al dio Belenos perché voleva distruggerlo, leggenda che ci viene riproposta anche in altri luoghi della città.</p>
<p>Milano e il culto dei Magi</p>
<p>Nel nostro viaggio nelle tradizioni e nei miti milanesi non si può non soffermarsi su tre misteriose figure i cui ricordi ancora oggi sono presenti nella antica chiesa di Sant’Eustorgio: i re Magi. La leggenda narra che i resti mortali dei tre sovrani furono recuperati in India da Sant’Elena e poi portati a Costantinopoli da dove poi, nel 1034, furono trasportate a Milano e depositate proprio nella chiesa di Sant’Eustorgio ancora oggi luogo di pellegrinaggio. In realtà il sepolcro, che oggi si può ammirare insieme alla lastra tombale sulla quale è incisa la stella ad otto punte, è vuoto dal 1162, quando Federico Barbarossa, dopo aver sconfitto Milano, portò a Colonia le sacre reliquie, ma c‘è ancora chi sostiene che le “sacre ossa” sian nascoste da qualche parte nel capoluogo lombardo.</p>
<p>E’ così seguendo la scia di una mistica cometa che andremo alla ricerca delle vere origini dei tre magi, una origine che nasce in terre esotiche e che narra di stelle annunciatrici, di una miracolosa nascita e di tre mitici sovrani che si misero in cammino per venerare il nuovo Salvatore.</p>
<p>I tre re non sono molto nominati nelle Sacre Scritture, essi vengono citati inizialmente solo nel Vangelo di Matteo (2,1-12) da cui però non abbiamo molte informazioni, nè i loro nomi, nè il loro numero e il luogo di provenienza che è indicato genericamente “da Oriente”.</p>
<p>In tutto questo silenzio fonti importanti diventano i Vangeli apocrifi e tra questi in particolare “il libro della Caverna dei Tesori” e l’“Historia Trigum Regum” di Giovanni da Hildesheim.</p>
<p>La vicenda dei tre re è legata alla “stella” annunciatrice, l’evento celeste che comunicava la nascita del Salvatore. Molte sono le ipotesi su cosa sia realmente questa stella, per alcuni si tratterebbe di una Nova o Supernova, fenomeno che però non si poteva ripetere lungo il cammino dei Magi come invece ci narra la tradizione. Un’altra ipotesi è quella della cometa, alcuni l’hanno identificata con quella di Halley ma oggi sappiamo che essa si ripropone ogni 76 anni e quindi sarebbe passata attorno al 12 a.C. data piuttosto lontana da quella indicata da Dionigi il Piccolo per la nascita del Cristo.</p>
<p><a href="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/romanazz-luog3_2.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-457" title="Reliquia Re Magi Basilica Sant'Eustorgio" src="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/romanazz-luog3_2.jpg" alt="" width="500" height="779" /></a>Molto più probabile è che più che una stella si fosse trattato di una congiunzione e in particolare la congiunzione tra Giove e Saturno avvenuta nella costellazione dei Pesci. Secondo calcoli fatti da Keplero nel 7 a.C. questa congiunzione si sarebbe verificata ben 3 volte , il 28 maggio, il 1 ottobre e il 5 dicembre, fenomeno che bene avrebbe potuto, con la sua ripetitività, guidare i magi nella loro cerca. Tutto questo non solo è importante dal punto di vista della datazione dell’evento, ma fa sorgere altre considerazioni. Infatti i segno segreto con il quale i cristiani si riconoscevano durante le persecuzioni era il pesce, quando due di essi si incontravano uno di loro tracciava metà del segno e l’altro lo completava.</p>
<p>Del resto la parola Nazareni, oltre che abitanti di Nazareth significava “piccoli pesci”, e i seguaci di Gesù erano appunto i Nazareni.</p>
<p>Torniamo ai Magoi, per conoscere il loro rango e dunque l’appellativo di Re dobbiamo tornare al “libro della Caverna dei Tesori” ove essi vengon definiti “re figli di re”. Anche il numero dei magi non è chiaro, se ci rifacciamo a testi apocrifi come il “Vangelo dell’Infanzia Armeno” troviamo che “..questi magi eran tre fratelli..”</p>
<p>Il numero 3 ha una forte valenza simbolica, per alcuni indicherebbe le tre razze umane, la semitica, la cannitica e la jafetica, rispettivamente discendenti dai tre figli di Noè, Sem, Cam e Iafef. Probabilmente , però, il 3 ha un altro significato, infatti nell’antico Egitto , “omphalos della Divin Sapientia”, il tre, pronunciato Khem, era legato ai moti lunari e in particolare rappresenterebbe “la manifestazione nel concreto dell’Uno trascendente , il dio che da trascendente diventa appunto immanente e questo ben si lega alle vicende del Cristo, il Dio che si è fatto uomo. Un altro aspetto importante dei magi è il loro nome, secondo le tradizioni Gaspare, Melchiorre e Baldassarre, ma non tutte le fonti sono concordi. Se esaminiamo l’etimologia degli stessi troviamo alcuni suggerimenti, Baldassarre deriverebbe da Balthazar, mitico re babilonese, quasi a suggerire la regione di provenienza di quest’ultimo, Melechior deriverebbe da Melech, che significa “re” e infine Gasparre, per i greci Galgalath, signore di Saba.</p>
<p>Un accenno a questi mitici re lo troviamo anche in Marco Polo:</p>
<p>“..in Persia è la città che è chiamata Saba da la quale partirono tre re che andaron ad adorare Dio quando nacque..”</p>
<p>La città citata da Marco Polo non sarebbe proprio la mitica Saba , ma Sawah, antica città persiana dalla quale, secondo il viaggiatore, partirono i tre re.</p>
<p>Per capire così chi fossero davvero questi tre mitici personaggi dobiamo un attimo soffermarci sul culto del Cristo, tralasciando eventuali similitudini tra le divinità arboree e il Salvatore importante in questa sede è sottolineare il forte legame tra il Gesù e il sole, lo stesso 25 dicembre, data poi istituita dalla Chiesa come giorno di nascita del Messia per allontanare pericolose e devianti festività pagane ben radicate nella comunità, coincideva con il dies natalis soli e del resto un dio nato nel solstizio d’inverno e resuscitato all’equinozio di primavera non può non essere una divinità solare. Questa idea è ben supportata da numerose leggende e tradizioni tra cui quella dei doni del Bambino ai magi. Si narra infatti che prima di partire per tornare in patria i tre Re ricevettero dalle mani del Salvatore e della Vergine alcuni doni, una pietra staccata dalla mangiatoia, un pane e le fasce nella quali era avvolto il Cristo. In tutti e tre i casi, una volta raggiunto il regno d’origine, dai doni si sprigionò uno strano “fuoco sacro” che, appunto, ben ricorda gli antichi rituali legati appunto all’astro, al culto di Zarathustra e successivamente ai “falò di gioia” che dovevano portare sulla terra quel calore dell’astro proprio nel periodo in cui esso tendeva a scomparire e morire per poter poi risorgere, tradizione che ritroviamo anche nell’usanza ancora oggi presente in molte nazioni “ceppo natalizio”.</p>
<p>Potremmo così azzardare una ipotesi:</p>
<p>Originari dell’altopiano iranico i magi erano sciamani legati al culto degli astri e successivamente sacerdoti di Mazda. Seguendo la lettura del cielo, avevano riconosciuto in Cristo uno dei loro “Saosayansh”, il Salvatore universale, diventando così loro stessi “coniuctio” tra la nuova religione nascente e i culti misterici orientali come il mazdaismo e il buddismo, dunque adoratori di quel nuovo culto “solare e maschile” che affonda le sue radici in rituali ben più antichi e che pian piano sarebbero stati cancellati dalla “nuova” religione. Nell’atmosfera buia della chiesa di Sant’Eustorgio una pietra tombale con sopra incisa una stella rimane unico monito all’ignaro visitatore di un passato mai del tutto sopito.</p>
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		<title>Antropologia del Lutto e Morte Rituale nelle Tradizioni Popolari</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Dec 2011 22:47:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Romanazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esoterismo]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni popolari]]></category>

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		<description><![CDATA[Dal Mito di Sisifo alla Lamentazione delle Prefiche Lucane Il culto dei morti è da sempre elemento principale di tutte le culture sacre subalterne popolari e presente in molti aspetti folkloristici tradizioni ancora attuali. Questa ricerca sull’antropologia del lutto ha lo scopo di individuare un archetipo comune al rituale funebre del cordoglio e alle sue [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal Mito di Sisifo alla Lamentazione delle Prefiche Lucane</p>
<p>Il culto dei morti è da sempre elemento principale di tutte le culture sacre subalterne popolari e presente in molti aspetti folkloristici tradizioni ancora attuali. Questa ricerca sull’antropologia del lutto ha lo scopo di individuare un archetipo comune al rituale funebre del cordoglio e alle sue varie manifestazioni.<br />
Uno tra i più significativi rituali del cordoglio è quello della lamentazione funebre, le cui tracce si perdono nella notte dei tempi. Per poter introdurci nel viaggio verso i sacri &#8220;lynos&#8221; dobbiamo però partire dalle tradizioni lucane, forse la regione che più di tutte ha conservato il ricordo di questo antico rituale.<br />
Il lamento funebre lucano ed in particolare la &#8220;lamentazione professionale&#8221;, è una pratica in via di dissolvimento o praticamente già dissolta della quale rimane solo il vago racconto delle anziane donne rivisitato in un’ottica di malcostume o vergogna.<span id="more-516"></span></p>
<p>Ancora oggi accade che al dolore delle famiglie in lutto si unisca il cordoglio di altre persone, soprattutto quelle che da poco sono state colpite a loro volta da un lutto, ma non si può parlare di vere lamentatrici con l’accezione arcaica del termine: è solo un modo per rivivere e riproporre il proprio dolore personale o esprimere cordoglio a persone che, anche se non strettamente legate da parentela, erano comunque conosciute nel piccolo paese ove vivevano. Del resto non possiamo dimenticarci il contesto geografico dal quale parte questa ricerca: i paesi più interni della Basilicata, ove isolamento e arretramento fanno ancora avvertire al contadino la sua stretta dipendenza dalle indomabili forze naturali (A. di Nola, 1976). E’ proprio questo status vivendi che ha permesso il perdurare di questi antichissimi ricordi, poi in parte trasformati dall’influenza cristiano-cattolica in una forma sincretica, tipica del Cristianesimo locale ed autoctono, che si esprime in quel cattolicesimo popolare intessuto di influenze ed elementi &#8220;pagani&#8221;.</p>
<p><a href="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/antrolutto1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-517" title="antropologia del lutto" src="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/antrolutto1.jpg" alt="" width="200" height="329" /></a>Le stesse formule verbali mettono in evidenza una morte più simile a quella pagana che a quella idilliaca e priva di corpo cristiana.<br />
Così il defunto anche nell’aldilà continuerà a condurre una vita non molto dissimile da quella terrestre &#8220;ora ti debbo dire cosa ti ho messo nella cassa:una camicia nuova, una rattoppata, la tovaglia per pulirti la faccia all’altro mondo, due paia di mutande una nuova e una con la toppa nel sedere, poi ti ho messo la pipa tanto che eri appassionato al fumo&#8221;.<br />
La lamentazione funebre poi sembrerebbe un rituale legato al mondo agreste: &#8220;… noi contadini e le persone per bene andiamo al cimitero e piangiamo sulle nostre tombe…l e persone per bene vengono al cimitero ma non piangono… le persone ricche piangono sì, ma non come noi pacchiani, noi che siamo villani e contadini piangiamo di più….&#8221;</p>
<p>Un particolare che ci ritornerà utile nel proseguo dello studio.<br />
Tutto il rituale segue delle ben precise regole che fanno della tradizione una vera e propria &#8220;tecnica del pianto&#8221;.<br />
La lamentazione si presenta con un testo di cui &#8220;si sa già cosa dire&#8221;, secondo modelli stereotipati. Normalmente non appaiono elementi cristiani, invocazioni a Gesù, alla Vergine, ai Santi, anzi… vi è quasi una forma di protesta nei loro confronti: &#8220;Oh, che tradimento ci hai fatto Gesù&#8221;.<br />
La prima fase è quella del ricordo del defunto: &#8220;O marito mio buono e bello, come ti penso&#8221;; poi il suo lavoro la lamentatrice fa sempre riferimento al tema delle mani del morto: &#8220;Sei morto con la fatica alle mani&#8221;, poi il ricordo di tempi belli &#8220;Quanne scimme a&#8221;, per poi inserire frasi sarcastiche del tipo: &#8220;Oh il vecchio che eri&#8221; per persone giovani o &#8220;Oh che male cristiane&#8221; per indicare uomo dabbene.</p>
<p>Poi viene la descrizione della condizione in cui viene a trovarsi la famiglia, così per la neo sposa il lamento delle nozze non ancora consumate, per la vedova il duro lavoro che l’aspetterà, per i figli la mancanza del padre per poi avere quasi un piccolo rimprovero per la morte prematura: &#8220;Come mi lasci in mezzo alla via con tre figli&#8221;.<br />
Si passa poi al modulo: &#8220;Ora vien tal dei tali&#8221; che a sua volta risponde &#8220;chi è morto&#8221; per infine ricordare le vicende tra il defunto e questa persona &#8220;… non ti verrà più a chiamare alle 3 del mattino…&#8221;<br />
Particolare importanza acquista quella che potremmo definire la mimica del cordoglio, l’oscillazione corporea, perfettamente integrata al suono, come in moltissime tradizioni sciamaniche afro-amerinde, con una funzione quasi ipnogena (E. De Martino, 1959) molto simile anche a quella delle lamentatrici palestinesi o arabe.</p>
<p>Interessante è la mimica del fazzoletto agitato sul corpo del defunto per poi essere portato al naso in una continua incessante ripetizione dell’elemento gestuale. Anche questa gestualità avrebbe un atavico archetipo, così infatti la ritroviamo tra le lamentatici egizie. Qui il &#8220;gesto&#8221; sembrerebbe chiaramente destinato ad una forma di protezione dal defunto: Un solo braccio è portato verso il capo mentre l’altro si distende avanti con il palmo della mano rovesciato. Gesto che poi ha assunto una valenza di saluto più che di difesa.<br />
Tradizioni rituali di questo tipo sono presenti anche in altre parti di Italia, quasi ad individuare un comune denominatore.</p>
<p>Troviamo tradizioni simili in Sardegna, o più lontano in Brianza, ove Il curato di Casiglio scrive come l&#8217;uso della lamentazione funebre sia ancora ben presente nel suo borgo nel XV secolo, benché proibito, e fu lo stesso Carlo Borromeo che, assistendo ad un funerale a Predama, in Val Varrone, rimase fortemente sconcertato. Le prefiche le ritroviamo nel leccese, ove sono chiamate &#8220;repite&#8221;, e nell’area abruzzese-molisana.<br />
Tradizioni simili sono presenti anche in Valtellina ed in Sardegna. Antonio Bresciani così ci descrive l’usanza tra le donne sarde: &#8220;In sul primo entrare, al defunto, tengono il capo chino, le mani composte, il viso ristretto, gli occhi bassi e procedono in silenzio… oltrepassando il letto funebre… indi alzati gli occhi e visto il defunto giacere, danno repente in un acutissimo strido, battono palma a palma e gittano le mani dietro le spalle… inverochè altre si strappano i capelli, squarciano cò denti le bianche pezzuole c’ha in mano ciascuna [altro particolare simile alla lamentazione lucana, N.d.A.] si graffiano e sterminano le guance, si provocano ad urli… a singhiozzi… altre stramazzan a terra… e si spargon di polvere… poscia le dolenti donne così sconfitte, livide ed arruffate qua e la per la stanza sedute in terra e sulle calcagna si riducono ad un tratto in un profondo silenzio…&#8221; (A. De Gubernatis, 1869).</p>
<p>Nel napoletano era praticato un &#8220;riepito battuto&#8221;, una lamentazione accompagnata da un battersi rituale che terminava con l’avvicinarsi di alcune donne alla vedova che, al suono di &#8220;Ah misera te&#8221; le strappano una ciocca di capelli e la gettano sul defunto.<br />
E’ da quest’area che deriverebbe l’antica filastrocca fanciullesco-popolare</p>
<p>Maramao, perché sei morto?<br />
Pane e vin non ti mancava,<br />
l’insalata era nell’orto<br />
e una casa avevi tu.</p>
<p>Come si può notare, in questa strofa sono elencate una serie di buone ragioni materiali (di indubbio retaggio pagano) per cui il morto non avrebbe dovuto morire, con l’intento di esorcizzare o quanto meno stemperare il dolore e l’angoscia attraverso un modulo letterario di lamentazione. Non solo, ma lo stesso nome &#8220;maramao&#8221; potrebbe essere una successiva distorsione della frase &#8220;Amara me perché sei morto&#8221;, con appunto richiami ai discorsi protetti lucani.</p>
<p>Il Tema dell’Offerta della Capigliatura</p>
<p>Nel corteo funebre era dunque uso per le donne, una volta disciolte le chiome, accostarsi al morto percuotendosi il petto con violenza e abbandonandosi in un primo tempo a disordinate grida di dolore( E. De Martino, 1958). Il termine francese di lutto, &#8220;deuil&#8221;, sembrerebbe mettere bene in evidenza questo aspetto discendendo direttamente dal latino &#8220;dolium&#8221; che corrisponderebbe a &#8220;dolere&#8221; e quindi al battersi il petto. Era poi usanza incidersi le carni, graffiarsi a sangue le gote e gli avambracci, percuotersi, stracciarsi le vesti e i capelli.<br />
Questi rituali altro non sono che l’atavico ricordo di antiche usanze, così ad esempio in Grecia troviamo che &#8220;… le donne con le chiome sciolte si accostano al morto e percuotendosi il petto con violenza si abbandonano in un primo momento a disordinati gridi di dolore, cui poco dopo fanno seguito i lamenti funebri cerimoniali…&#8221;<br />
Ancora in Geremia &#8220;… ogni testa sarà calvata, ogni barba rasa, su tutte le mani vi saranno incisioni…&#8221;, stessa tradizione che troviamo tra i Mirmidoni per la morte di Patroclo, mentre nell’Alceste di Euripide il Dio della morte è descritto mentre brandisce una spada nell’atto di tagliare una ciocca di capelli al morto (Alceste Versi 75-78). Altre testimonianze le troviamo in Luciano che narra di offerte di capelli da parte delle donne durante i festeggiamenti per la morte di Adone.</p>
<p>L’intera operazione fin qui descritta, la lamentazione, la gestualità, sembrerebbe nascondere, più che un vero e proprio dolore verso il defunto, un’operazione apotropaica di allontanamento della morte, una tecnica indirizzata a combattere il ritorno del defunto. stessa come testimoniato da altre usanze come quella di bruciare i vestiti del trapassato o l’apertura delle finestre dopo il decesso, per terminare alle interessanti frasi di chiusura del lamento funebre &#8220;non ho più niente da dirti, non ho più niente da farti, statti bene e vieni in sogno a dirmi se sei contento di tutto quello che ti abbiamo fatto&#8221; ( E. De Martino, 1959).</p>
<p>De Masticatione Mortorum Tumulis &#8211; Il Cibo del Morti</p>
<p>Altra interessante usanza era quella di deporre del cibo nel sepolcro per evitare che il morto, affamato, tornasse tra i vivi per procacciarselo.<br />
In India era uso porre due pale di riso o di farina nella tomba, mentre i Persiani ponevano una dose di cibo utile per tre giorni dopo i quali l’anima era completamente lontana dal corpo (A. De Gubernatis 1969).<br />
<a href="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/antrolutto3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-518" title="antropologia del lutto" src="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/antrolutto3.jpg" alt="" width="300" height="258" /></a>Spesso sulle tombe era offerto del pane, sia come nutrimento che come simbolo di rinascita del morto nella sua novella vita. Anche i Greci e i Latini commemoravano i propri morti con offerte votive di cibo e vini sulle tombe (M. Caligiuri, 2001) proprio per placare le anime, mentre i Babilonesi e gli Assiri seppellivano vasi di miele. Che il cibo reale fosse davvero utilizzato nei sepolcri è dimostrato da diversi testi come il De Masticazione Mortuorum in Tumulis di Michel Raufft o la Dissertatio Historico-Philosophica de Masticatione Mortorum di Philip Rohr. Qui si descriveva come il morto, le cui scorte alimentari erano insufficienti, iniziava a nutrirsi masticando il sudario e le sue stesse carni.<br />
L’Abate Calmet Agustin, parlando proprio dell’opera del Raufft scrive che &#8220;E’ opinione comune in Alemagna che certi morti mastichino nelle sue sepolture e divorino tutto ciò che hanno intorno…Egli [ il Raufft N.d.A.] suppone che cosa provata e certa esservi alcuni morti che han mangiato gli abiti ond’eran involti, e tutto ciò che avevano vicino e per fino divorare le proprie carni. Egli osserva come in alcuni luoghi dell’Alemagna, per impedire ai morti di mangiare loro, mettono sotto il manto una zolla di terra che in altri luoghi mettono loro in bocca una piccola moneta d’argento e una pietra e in altri casi con un fazzoletto loro stringono fortemente la gola&#8221;.</p>
<p>Sant’Agostino invece parla &#8220;del costume dei Cristiani di portar su per i sepolcri della carne e del vino con cui si facevan i pranzi di devozione&#8221; giustificando, ma non assecondando, questa tradizione pagana facendola basare sul libro di Tobia &#8220;mettete il vostro pane e il vostro vino sulla sepoltura del giusto e guardativi di mangiarne e di bere in compagnia de’ peccatori&#8221;.<br />
Anche il cannibalismo diventa un modo per assicurare la seconda morte al defunto, infatti lo stomaco diventa suo definitivo sepolcro e sarebbe da questa interpretazione che deriverebbero diverse espressioni popolari Italiane come &#8220;bere i morti&#8221; o &#8220;mangiare i morti&#8221;(E. De Martino, 1959) e l’usanza del banchetto funebre. Nel giorno dei morti, quasi riproponendo il tema della necrofagia, in molti paesi della Penisola vengono preparati strani dolcetti a forma di ossa chiamati appunto &#8220;ossa dei morti&#8221; (A. Romanazzi, 2003) che vengono poi regalati ai fanciulli.</p>
<p>Varie usanze popolari sono strettamente connesse alle offerte di pane al defunto. In Calabria e in Lucania si usava preparare delle fette di pane per il morto. In particolare i calabresi usavano preparare attorno al catafalco una tavola imbandita con pane, vino, uova e legumi. Sempre in Calabria, a Celico, si usa porre accanto al morto un pezzo di pane e dell’acqua (M. Caligiuri, 2001). Tradizioni simili le ritroviamo in molte altre regioni italiane.<br />
In Brianza, anche contro il volere del clero locale,fino al secolo scorso si celebrava il cosiddetto pasto dei morti, una riunione conviviale che radunava parenti e amici del morto.<br />
Anche il pane &#8220;pro anima&#8221; tipico dell’area campana avrebbe una funzione simile. L’alimento è offerto spesso durante la veglia notturna, all’ingresso del cimitero o della casa dei luttuati. In alcuni paesi della Provincia di Bari veniva preparato direttamente sulla bara o sulle tombe. E’ in questo sconcertante rituale di preparazione che ritroviamo una forma mitigata di necrofagia. Cibarsi del pane preparato sul morto o venuto a contatto con lo stesso altro non sarebbe che nutrirsi dello stesso defunto, non solo, ma la cena serve anche un più atavico significato. Secondo la legge della magia simpatica ben descritta dal Frazer, lo stomaco è sepolcro del cibo, così come il cibo trova riposo in esso il morto lo troverà nella terra. Da qui le numerose tradizioni popolari legate alle espressioni popolari bere i morti o &#8220;mangiare i morti&#8221;.<br />
La scelta del pane come cibo rituale poi, oltre ad ascriversi al tipico alimento del defunto, è legata anche ad una visione rigenerativa dello stesso, in una stretta simbiosi con la morte e la rigenerazione del frumento o in generale dei cereali di cui è costituito.</p>
<p>Il Sesso e il Rapporto con il Defunto</p>
<p>Interessanti sono anche le tradizioni legate al sesso. La morte portava nella famiglia luttuata una forma di libido deficiens, quell’attanassamento (E. De Martino, 1959) con il quale termine è conosciuto nell’area lucana, nella quale non poteva e non doveva rimanere. L’idea di una incremento della pulsione libidica dopo la morte ha così un duplice scopo: la riaffermazione della vita attraverso l’accoppiamento ma anche un modo di sgomentare il morto in questo modo che fosse avvertito della grande forza vitale che gli viene contrapposta. Del resto l’esibizione oscena è un modo di manifestare l’energia del vivente, Freud afferma che chi dice una oscenità sferra un attacco, equivalente ad una aggressione sessuale provocando nell’ascoltatore una reazione simile a quella che si sarebbe generata da una vera e propria aggressione. Un atto aggressivo che in questo caso è fatto contro il morto. Successivamente dall’atto sessuale e dall’oscenità si passa al riso, una forma mitigata dello stesso. Da qui la tradizione ancora oggi espletata di raccontare durante le veglie funebri narrazioni oscene o a sfondo sessuale che generano ilarità come attestato dai numerosi detti popolari del tipo &#8220;il morto non può uscire senza il riso&#8221; o ancora &#8220;non vi è morto senza riso&#8221;(A. Di Nola, 2003). Nell’antichità si parla anche di danze funebri e forme di ilarità e le danze che porteranno successivamente a quella tradizione medievale definita &#8220;danza Macabra&#8221; raffigurata su moltissime chiese e cimiteri. E’ il tema della morte che, suonando il flauto, porta via i defunti, successivamente interpretata con l’idea della democraticità della Nera signora. In realtà la morte prende il posto del flautista pagano che apriva il corteggio funebre e che poi si tramuterà in &#8220;danza birichina&#8221; attorno al feretro (A. De Gubernatis, 1869).</p>
<p>Una traccia che ci fa intuire l’atavica origine della ricerca della libido la troviamo anche nel mito del ratto di Proserpina quando Iambe, serva del re Celeo ove Demetra era ospitata, per cercare di far ridere la sua dea, si abbandona ad una esibizione oscena. Tema simile lo ritroviamo nel mito di Baubo che, per raggiungere lo scopo di far bere il ciceone, tipica bevanda del cordoglio, a Demetra ostenta i suoi genitali generando in lei ilarità e dunque sconfiggendo la sua inappetenza (A. Di Nola, 2003). Elementi osceni erano presenti in molti culti dei morti. In Egitto le lamentatici spesso portavano i seni scoperti (E. De Martino, 1959) sia in una visione di ostentazione che come nuovo simbolo di rinascita essendo la mammella associata al latte materno e dunque alla novella vita. Questo particolare è rimasto intatto fino al secolo scorso troviamo, nel lamento lucano, l’ostentatio della madre al suo bambino in ricordo del latte avuto e di quello perduto (E. De Martino, 1959). Moltissime poi sarebbero le tradizioni di giochi erotico-sessuali durante la veglia funebre. In Sardegna c’è addirittura una figura che ha lo specifico ruolo di suscitare ilarità ed è chiamata la Buffona (F. De Rosa, 1899) mentre giochi a sfondo sessuale, come quello della Pulce, sono segnalati dal De Martino in molti paesi lucani.</p>
<p>Il Tema del Sangue e il Defunto</p>
<p>Il tema del sangue è da sempre collegato al morto. Il primitivo, osservando che la perdita del misterioso fluido da una ferita comportava un progressivo indebolimento e successivamente la morte, mise subito in relazione questo liquido con il principio vitale umano. Ecco così che nel Deuteronomio troviamo il passo &#8220;non ti nutrirai del sangue perché il sangue e vita: e tu non devi mangiare la vita insieme alla carne&#8221; e nella Genesi si dice &#8220;soltanto non mangerete la carne con la sua vita, cioè il suo sangue. Del sangue vostro, anzi, ossia della vostra vita, io domanderò conto&#8221;.<br />
Il sangue è strettamente legato al morto anche perché simbolo della vita che deriva dal fuido mistico-mestruale femminile, da qui l’usanza di cospargere il defunto totalmente o in parte di ocra rossa come testimonierebbero molte sepolture neolitiche e paleolitiche o ancora l’uso del rosso dei sarcofagi egizi. In India il rosso è il colore con il quale sono dipinte le statue delle divinità della morte, e rossi sono gli abiti del lutto e il colore dei fiori da offrire al morto, tradizione che ritroviamo anche nell’antichità classica quando si doveva ricoprire le lastre tombali con fiori freschi di questo colore o con delle violette che il mito vuole sbocciate dal sangue di Attis evirato (A. Di Nola, 2003). Era questo un tentativo di comunicare al defunto l’energia vitalizzante del sangue in modo che non la richiedesse dai vivi. Anche l’ecatombe compiuta da Achille per la morte di Patroclo, più che come vendetta, potrebbe essere interpretata come tributo di sangue da versare al morto per poterlo placare e così far cessare la sua sete (E. De Martino, 1959).</p>
<p>Rituali Apotropaici e Timore del Defunto: Il Primo Archetipo</p>
<p>Una prima spiegazione al lamento sarebbe così quella di un vero e proprio &#8220;formulario magico&#8221; atto ad allontanare definitivamente la presenza del defunto. Del resto lo stesso termine &#8220;lutto&#8221; deriverebbe da &#8220;lugere&#8221; la cui radice arcaica proverrebbe da &#8220;rompere&#8221;.<br />
Il cordoglio dunque, e tutti i rituali ad esso annessi, è una risposta ad una perdita, un tassello di quella vasta ed intricata sfera religiosa che può essere definita il &#8220;culto dei morti&#8221;. E’ con il passaggio dell’uomo dal nomadismo all’agricoltura e alle attività stanziali, e dunque con il seppellimento del defunto nelle vicinanze dell’abitato, che nasce la necrofobia [necros=morto e phobos= paura] , e quindi i rituali atti a sconfiggerla. Secondo il primitivo il morto, prima di raggiungere la sua patria nell’aldilà, subisce una sorta di passaggio intermedio il cui superamento e il successivo raggiungimento di quella pace definitiva dipende molto anche dai rituali funebri a lui riservati dai vivi, come testimonierebbero anche le forme verbali tipiche della lamentazione. E’ solo al termine del periodo di lutto che il morto può essere considerato realmente tale. La lamentazione diventa così un incantesimo per aiutarlo a raggiungere l’aldilà e così liberare i vivi della sua enigmatica e ossessiva presenza. Ecco perché coloro che non hanno avuto una degna sepoltura ed onoranze funebri ritornerebbero in vita.</p>
<p>Tutte le arcaiche pratiche fin qui descritte non sono mai del tutto scomparse anche se osteggiate dalla Chiesa., nel Sinodo di Londra (1342), venivano messe al bando le forme di congiunzione sessuale che si tenevano durante le veglie funebri e nel Sinodo di Praga del 1366 si fa accenno agli atti di deboscia che avrebbero auto luogo nella medesima occasione(E. De Martino, 1959). Altre testimonianze le ritroviamo in molti sinodi locali italiani, così in quello di Faenza del 1647 si proibisce la palmarum tensiones, in quello di Trivento del 1686 il facies erompere e capillos evellere, e in quello di Fermo (1775) il pugnis ora percuotere e il capillum manu discindere. Se dunque la lamentazione funebre e l’intricato rituale del defunto potrebbero essere spiegate attraverso la necrofobia, questa, a sua volta, è una successiva evoluzione di un archetipo ancor più atavico: la morte e rinascita naturale.</p>
<p>I Prolegomeni del Rituale: La passione della Vegetazione</p>
<p>In realtà la spiegazione potrebbe essere ben differente e non risiedere nel timore verso il defunto, idea solo successiva. Spirito arboreo e divinità vegetazionali, rituali di fertilità e, sarebbero questi i prolegomeni di ataviche tradizioni ancora presenti nel folklore e nelle tradizioni italiane, l’Atavico ricordo di un mondo che NON TEMEVA la morte ma la considerava elemento NECESSARIO alla vita.<br />
L’uomo dei primordi è fondamentalmente cacciatore e raccoglitore, arare, seminare, raccogliere, veder scomparire, erano questi i cicli che governavano la vita dell’uomo antico, in un ciclo di forze la cui comprensione ben sfuggiva all’uomo che la il timore che la rinascita natura possa non avvenire e che dunque questa morte naturale si tramuti in morte della sua esistenza.<br />
In quasi tutte le mitologie, in una stretta simbiosi con la scomparsa e la rinascita naturale, è la divinità maschile a subire un ciclo di morte e di resurrezione che da sempre è stato associato al sole. E’ l’idea della morte del &#8220;Dema&#8221; di Jensen, l’essere mitico attraverso il quale i popoli agricoltori hanno avuto il dono delle piante essenziali per la loro vita. Anche la fine sempre violenta del Dema potrebbe così essere messa in relazione con la &#8220;distruzione&#8221; da parte dell’uomo dei prodotti dei campi, falciati, battuti e poi ridotti in polvere. La morte della pianta diventa così la morte della divinità con tutta una serie di rituali che dovevano avere il compito di rigenerare lo stesso.</p>
<p>Pensiamo al Mito di Osiride o Dioniso, Tammuz od Adone, nelle cui tradizioni funebri si usava piangere sugli orti senza ortaggi, sui campi senza spighe, sui canneti senza canne, o a Lityerses che con il nome indica anche il canto dei mietitori, per giungere ai Maneros, i lamenti funebri egizi prendono il nome da maneros, simile od identificabile con il lino. Ecco che ritroviamo in questi antichi rituali i prolegomeni del rito del cordoglio. Ecco la spiegazione allo strano ed indissolubile legame tra il mondo agricolo e quello dei morti in una tradizione che ritroviamo ancora oggi nel folklore e nella cultura popolare.<br />
Se così la lamentazione funebre altro non è che i canti dei mietitori antichi, anche lo strapparsi i capelli non è solo un atto autolesionistico, ma una vera e propria offerta al defunto come sembrerebbe trasparire dalle tradizioni e dal folklore. L’offerta della capigliatura in realtà nasce dall’idea che essa era messa in relazione con la vegetazione palustre.<br />
Il taglio era così simbolo di morte e rinascita proprio come accadeva nel mondo vegetale. Stessa idea è presente nelle offerte di grano, pane e cereali al defunto, non un modo di assicurargli ciò che non doveva procurarsi da solo tra i vivi, ma un modo per rappresentare ancora una volta il ciclo di morte e rinascita. Stessa idea nelle offerte di sangue, un modo di garantire perpetua energia vitale al defunto.</p>
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		<title>Il Natale Non è Soltanto Cristiano</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Dec 2011 08:59:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anonimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia e Storia]]></category>
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		<description><![CDATA[Molte divinità antiche, secondo i miti, sono uccise e discendono nella tomba il periodo che va tra la morte e la resurrezione è generalmente di tre giorni. Della nascita di Gesù Cristo non venne rivelato il giorno e neppure il mese e l&#8217;anno. Il 25 dicembre è una data simbolica e più avanti capirete il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Molte divinità antiche, secondo i miti, sono uccise e discendono nella tomba il periodo che va tra la morte e la resurrezione è generalmente di tre giorni.</p>
<p>Della nascita di Gesù Cristo non venne rivelato il giorno e neppure il mese e l&#8217;anno. Il 25 dicembre è una data simbolica e più avanti capirete il perchè. Gli antichi dotti, con astrusi quanto complicati calcoli, hanno assegnato varie date a questo evento. Génébrard, dopo un&#8217;infinità di incredibili considerazioni, si convinse che Cristo era nato nel 4090 dopo la creazione del mondo. Scaligero (figlio) si disse certo che Gesù era venuto al mondo nel 3948 dopo la genesi, mentre, secondo l&#8217;erudito Pico della Mirandola, nel 3958. E tanti altri, con calcoli strampalati, trovarono molte altre date. <span id="more-127"></span></p>
<p>Se, come si è visto, vi è molta incertezza nello stabilire l&#8217;anno esatto di nascita di Gesù, la confusione è ancora maggiore quando si vuole ricercare il giorno e il mese. Non è affatto vero che il Cristo sia nato, come moltissimi credono e come si celebra, il 25 dicembre. Per avere una pallida idea di quanto la questione sia complessa basti pensare che, nel passato, alcune sette cristiane calcolarono, addirittura, centotretasei date differenti.</p>
<p>Lightfoot stabilisce che la data di nascita di Gesù fu il 15 settembre, altri parlano di febbraio e agosto. Due sette, secondo quanto scrive Epifanio, celebravano la nascita di Gesù in due periodi diversi: una in giugno e l&#8217;altra in luglio. Clemente Alessandrino affermò che Gesù Cristo era nato il 25 Pathon, che corrisponde al 20 maggio, o il 15 Tybri, cioé il 10 gennaio, o l&#8217;11 Tybri, il 6 gennaio. </p>
<p>Secondo San Cipriano la data esatta era il 28 marzo. Sant&#8217;Ippolito si disse convinto che il Cristo fosse nato il 23 aprile. La controversa e confusa questione fu risolta dal papa Giulio I nell&#8217;Anno Domini 337. San Giovanni Cristostomo, nel 390, così spiegò quanto il papa aveva deciso: «In questo giorno (25 dicembre) anche la natività di Cristo fu ultimamente fissata in Roma&#8230;». Ancora oggi, tuttavia, alcune chiese cristiane, come la copta, l&#8217;armena e quella ortodossa, celebrano il Natale in un giorno diverso: il 6 gennaio. </p>
<p>I cristiani, tra il III e IV secolo, scelsero il 25 di dicembre come nascita del Salvatore nell&#8217;intento di sovrapporre una festività cristiana alla celebrazione pagana del Sole commemorata quasi dappertutto. Stabilirono, così, la data del Redentore il giorno dopo il solstizio d&#8217;inverno (24 dicembre), giorno durante il quale si festeggia solennemente, presso i romani e non solo, la rinascita del Sole, il Dies Natalis Solis Inviti (&#8220;giorno natale del Sole Invitto&#8221;), che riprendeva il suo cammino sulla volta dei cieli. Il sole del solstizio, infatti, ha raggiunto il punto più meridionale della sua orbita, cosicché alle latitudini dell&#8217;emisfero settentrionale si registra il giorno più corto dell&#8217;anno. Da quel momento l&#8217;astro inizia, lentamente, a riprendere il suo tragitto in direzione delle latitudini settentrionali e le giornate, a poco a poco, si allungano. </p>
<p>Scrive Alfonso Cattabiani che il Sol Invictus era «una divinità solare di Emesa introdotta dall&#8217;imperatore Aureliano (270-275), che aveva costruito anche un tempio in suo onore nel campus Agrippae, l&#8217;attuale piazza San Silvestro». Nel culto del Sol Invictus confluirono la Mastruca celtica e il germanico Yule (ruota), con esplicito riferimento al sole. Nigel Pennick spiega: «Lo stesso termine &#8220;Yule&#8221; (anglo-sassone &#8220;Geola&#8221;) significa Giogo dell&#8217;Anno, vale a dire il punto d&#8217;equilibrio esistente oltre il declino della luce del sole (&#8230;). Il periodo dello Yule inizia quindici giorni prima del solstizio d&#8217;inverno con la festa di San Niccolò, che è associato alla figura sciamanica dello stesso Odino» . La nascita di Cristo, come si è detto, venne sostituita al giorno dedicato al culto solare perché, come scrive Gibbon in Decadenza e caduta dell&#8217;Impero Romano, «i Romani (Cristiani) ignorando&#8230; la data reale della nascita di Cristo, fissarono la festa solenne al 25 Dicembre, il solstizio d&#8217;inverno o Brunale, quando i pagani celebravano, ogni anno, la nascita del Sole». </p>
<p>La Chiesa delle origini sovrappose le celebrazioni cristiane alle vecchie ricorrenze pagane. Per fare pochi esempi: la festa di San Giorgio ha rimpiazzato l&#8217;antichissima festività della Parilia; i festeggiamenti di San Giovanni Battista hanno rimpiazzato la festa dell&#8217;acqua, che era celebrata a mezz&#8217;estate; la festività dell&#8217;Assunzione della Vergine ha preso il posto delle celebrazioni di Diana. Halloween diventò la festa di Ognissanti e via di seguito. </p>
<p>Ritornando al 25 di dicembre, ben pochi sanno che quasi tutti i popoli della terra hanno sempre celebrato, intorno a questa data, la nscita di un dio. In Egitto si festeggiava la nascita del dio Oro, all&#8217;epoca corrispondente al nostro Natale. Il padre di Oro, Osiride, si credeva fosse nato, pure, nello stesso periodo. In Babilonia si celebrava, il 25 di dicembre, il dio Tammuz, &#8220;unico figlio&#8221; della dea Ishtar, rappresentata col figlio divino tra le braccia e con, intorno al capo, un&#8217;aureola di dodici stelle. Sempre al solstizio d&#8217;inverno, in persia, nasceva il dio Mithra, noto anche con l&#8217;appellativo di Salvatore. Le più antiche testimonianze di questo dio sono databili, all&#8217;incirca, al 1600 a. C. e sono contenute nei Rgveda o &#8220;Veda della Lode&#8221;, testi sacri indiani scritti in sanscrito fra il 1600 e il 600 a. C. </p>
<p>A Roma il culto di Mithra fu portato dalle legioni romane e prese caratteristiche proprie, a tal punto che si può, senza tema di errare, parlare di una religione dei Misteri mitriaci romani. Nell&#8217;antico Messico, alla stessa data, era nato il dio Quetzalcoatl. Nello Yucatan veniva celebrata la nascita del dio Bacab, che si credeva messo al mondo da una vergine di nome Chiribirias. Pure al solstizio d&#8217;inverno nasce il dio azteco Huitzilopochtli. Gli scandinavi festeggiavano il dio Freyr, figlio di Odino e di Freya. Sempre un 25 dicembre nascono Bacco in Grecia e Adone in Siria. Williamson, in La legge suprema, scrive: «&#8230;alcuni dei primi Padri della Chiesa Cristiana asseriscono che la grotta di Betlemme, in cui si celebravano i misteri di Adone, fosse quella in cui era nato Gesù». </p>
<p>Il 25 di dicembre, peraltro, fu fin da lontanissimi tempi celebrato come sacro; basti pensare che la nascita del dio semitico Shamash veniva fatta cadere un 25 dicembre di tremila anni prima di Cristo. </p>
<p>C&#8217;è ancora da dire che oltre alla nascita è simile la morte e la resurrezione di dio o uomo divino. Scrive ancora Williamson: «Noi troviamo che Krishna, Osiride, Tammuz, Adone, Mithra, Ati, Bacco, Dionisio, Baldur, Quetzalcoatl e Gesù discendono tutti nella tomba (ed alcuni nelle regioni infernali) e che il periodo tra la morte e la resurrezione è generalmente di tre giorni, mentre la resurrezione avviene di regola all&#8217;equinozio di primavera, o pochi giorni di distanza da esso». </p>
<p>Qualche esempio, Mithra, nato il 25 dicembre, fu pianto nella tomba dai suoi discepoli nel periodo che corrisponde alle festività pasquali. Essi gioendo affermavano: «Rallegratevi, o Iniziati; il vostro dio è risorto dalla morte. Le sue pene e le sue sofferenze saranno la vostra salvezza» (Depuis, Origine di tutti i culti, vol. V). </p>
<p>Il dio Ati, celebrato nell&#8217;antica Frigia con gli appellativi di &#8220;Figlio unigenito&#8221; e di &#8220;Salvatore&#8221;, era simbolizzato con un agnello, Frazer scrive: «Ati era per la Frigia, quello che Adone era per la Siria. Come per Adone, la sua morte e risurrezione erano, ogni anno in primavera, commemorate con una festa (&#8230;). Le cerimonie celebrate alla festa di Atis non sono perfettamente conosciute: sembra che la celebrazione della sua resurrezione seguisse immediatamente quella della sua morte» (Il Ramo d&#8217;oro, vol. I). </p>
<p>In Irlanda, la religione dei Celti celebrava il dio Samhein di cui si racconta che risorse dalla morte dopo tre giorni. Il dio Bacco, ucciso dai Titani, veniva fatto risorgere da Giove dopo tre giorni. Analogamente sotto le altre sue sembianze di Dionisio è detto che «subito dopo la sua sepoltura, risuscitò dalla morte e salì al cielo» (Macrobio, Commentarium in Somnium Scipionis, Origene, Contra Celsum). Infine scrive ancora W. Williamson: «Nel Nord abbiamo Baldur il bello, giusto e benefico, che i missionari cristiani trovarono rassomigliare a Gesù. Egli muore ucciso da una freccia scoccata dal cieco Hoerder, dio delle tenebre. Questa freccia era fatta con legno di vischio. Baldur giace morto per 40 giorni, e alla fine di questo periodo si risveglia e regna (&#8230;). La rozza e superficiale allegoria qui è abbastanza chiara: a 68 gradi di latitudine il sole è morto per 40 giorni, ucciso dalle tenebre dell&#8217;inverno. La freccia di legno di vischio era il primo indizio di una nuova vita proveniente dalla morte stessa (e attraverso la soglia di essa), poichè il vischio era chiamato del pari &#8220;la pianta del freddo e gelido inverno&#8221;, e il &#8220;ramo salutare&#8221;. Baldur era anche chiamato &#8220;Figlio dell&#8217;Uomo&#8221;. Egli risorse, come era stato profetizzato dalla terza Sibilla nel Volospa: &#8220;I campi non seminati daranno il loro prodotto. Tutti i dolori saranno sanati. Baldur ritornerà&#8221;». </p>
<p>Giuseppe Cosco<br />
Tratto da i Misteri anno IV n. 30 1998.</p>
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		<title>L’enigma della Mater Amabilis dalla Veste Lapislazulo</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 18:50:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Romanazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia e Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Esoterismo]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni popolari]]></category>

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		<description><![CDATA[La campagna toscana, ed in particolare il comune di Monterchi sono testimoni di un’intricato enigma, un piccolo Codice da Vinci tutto italiano. Cosa si cela dietro l’affresco dipinto in una piccola e sparuta cappellina cimiteriale da uno dei più grandi geni della pittura italiana, Piero della Francesca? Perché il noto artista decise di realizzarlo proprio [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La campagna toscana, ed in particolare il comune di Monterchi sono testimoni di un’intricato enigma, un piccolo Codice da Vinci tutto italiano. Cosa si cela dietro l’affresco dipinto in una piccola e sparuta cappellina cimiteriale da uno dei più grandi geni della pittura italiana, Piero della Francesca? </p>
<p>Perché il noto artista decise di realizzarlo proprio in una modestissima chiesetta rurale e cosa si nasconde dietro la sua insolita iconografia?</p>
<p>Cerchiamo di squarciare l’antico velo che avvolge questo enigma. <span id="more-453"></span></p>
<p>Piero della Francesca fu uno più grandi artisti del ‘400 italiano, pittore, architetto, matematico, persona di spicco di quel nuovo moto di idee che porterà al Rinascimento.</p>
<p>L’artista lavorò nei più importanti centri culturali dell’epoca, Firenze, Roma, Urbino, anche se però  passò la maggior parte della sua vita in un piccolo borgo toscano chiamato Sansepolcro ove ebbe i natali. Sarà proprio qui vicino che realizzerà lo strano affresco, ma andiamo con ordine. </p>
<p>Prima di giungere così davanti all’immagine della Virgo dobbiamo soffermarci su altri due capolavori dell’artista. Uno di questi è senza dubbio la Resurrezione, imponente opera raffigurante appunto il Cristo che risorge, carica di simbologie e elementi iconografici arcaici.</p>
<p>Se infatti lo sguardo è attratto dalle guardie dormienti e dall’imponente e concreto Cristo, perfettamente frontale, ecco che ponendo attenzione ai particolari troviamo nel quadro la commistione con antiche antiche credenze popolari. Così la Resurrezione sembrerebbe mascherare rituali agresti legati al ciclo stagonale, come sembrerebbe suggerire il Cristo simbolicamente dipinto per metà ancora immerso nella stagione invernale e metà in quella primaverile. </p>
<p>L’intera opera sembra un inno al culto vegetazionale e alla fertilità.</p>
<p>Non meno carico di contenuti ermetici è invece la Maddalena presente nella cattedrale di Arezzo, dall’austero viso e raffigurata con la mistica coppa.</p>
<p>In realtà però, dovremo spostarci nel borgo di Monterchi per poter ammirare il più enigmatico dipinto di Piero della Francesca, La Madonna del Parto, una delle opere della maturità della vita dell’artista. Sotto un bellissimo baldacchino, dietro un arazzo sollevato con mistica simmetria di gesti ed espressioni da due angeli, appare in tutto il suo austero splendore la Vergine e Madre cristiana, la Mater Magna vestita di una veste blu lapislazulo come l’acqua, con il ventre ricolmo di vita. E’ una delle pochissime raffigurazioni della Madre del Cristo rappresentata in stato “interessante”, con un atteggiamento materno ma allo stesso tempo dall’austero volto scuro, con una mano sul ventre in quello che certamente è un gesto apotropaico di difesa della novella vita. </p>
<p>In realtà l’affresco è davvero molto semplice se paragonato ad altri lavori molto più impegnativi di Piero della Francesca, ma allo stesso tempo quasi ipnotico, la Vergine, anche lei insolita nella raffigurazione, vestita con un abito non certo tipico di una società contadina, e che forse suggerisce l’ancor oggi enigmatico mecenate dell’opera, sembra voler rivelare qualcosa.</p>
<p>Il Mistero della Raffigurazione</p>
<p>Tra le varie interpretazioni più comuni del tema iconografico succitato la più comune è quella che vuole la Mater Amabilis come tabernacolo eucaristico vivente, unico centrum di quel regal baldacchino che raffigurerebbe la Chiesa nella sua totalità istituzionale. </p>
<p>Ma se fosse stato davvero così poteva un importante pittore ed artista italiano dipingere una simil metafora in una chiesetta di genti contadine che, presi da affanni e preoccupazioni quotidiane,  difficilmente avrebbero compreso il difficile messaggio teologico?</p>
<p>Ancor più sconcertante sarebbe poi l’enigmatico volto, impassibile e ieratico, come novella Monna Lisa, che contraddistingue la figura, ben differente dai moltissimi volti sorridenti e materni cui il volgo era solito raccomandarsi.</p>
<p>L’intero tema dunque sembrerebbe distaccarsi dal contesto e dal luogo ove è stato raffigurato. Per alcuni studiosi la spiegazione è molto più semplice, l’opera era una dedica del pittore alla madre che aveva avuto i natali proprio a Monterchi. Del resto l’opera sarebbe stata realizzata proprio attorno al 1459, in concomitanza del periodo di passaggio di Piero della Francesca nel vicino borgo di Sansepolcro a causa della morte della sua stessa madre.</p>
<p>La Vergine così altro non sarebbe così che tributo all’espressione del travaglio della donna che lo avrebbe dato alla luce, il ringraziamento di un figlio alla propria nutrice. </p>
<p>Ecco così che sarebbe così svelato l’enigma del volto stesso della Madonna, in realtà raffigurante proprio il di lei ritratto. </p>
<p>Ma le leggende si sprecano, così una tradizione invece narra che passando a trovare una ragazza che abitava a Monterchi, di cui era innamorato, ed imbattendosi in un antico affresco rovinato della Vrgine, Piero della Francesca decise di rifarlo ad immagine e somiglianza della sua amata donzella. </p>
<p>Supposizioni e congetture, storie e narrazioni affascinanti circondano con un alone di mistero questo poco conosciuto affresco.</p>
<p>Forse però dietro a tale raffigurazione vi era qualcosa di più ermetico e segreto di un semplice ritratto, a chiunque esso fosse dedicato: è la Vergine Partoriente, il mistero della creazione umana e divina che un abile artista come Piero della Francesca avrebbe potuto ben rappresentare.</p>
<p>Al di là di questi interrogativi iconografici altri emergono dall’affresco.</p>
<p>Terribilis est locus iste…hic domus dei est et porta coeli</p>
<p>L’opera fu realizzata nella cappella dedicata a Santa Maria a Momentana, che divenne poi la chiesa del cimitero di Monterchi realizzato però solo successivamente nel diciottesimo secolo.</p>
<p>La “stranezza” è proprio il locus, infatti, come già detto, è piuttosto curioso però che un pittore così famoso decidesse di realizzare un’opera in una zona contadina piuttosto decentrata.</p>
<p>In realtà l’area non sarebbe casuale, da sempre è stata ritenuta sacra e legata ad antiche divinità della fertilità e procreazione. Lo stesso nome del borgo, Monterchi, per alcuni deriverebbe dal suo mitico fondatore Ercole, e dunque legato al toponimi Mons Herculis, il semidio tanto simile, anche iconograficamente, a quell’homo selvaticus regnante indiscusso del regno vegetazionale che con la sua verga arborea, il priapos primordiale,  assicura la continuità dei suoi cicli riproduttivi.</p>
<p>Credenze e tradizioni popolari poi parlano di animali e donne che, abbeverandosi o bagnandosi nel vicino torrente Cerfone ottenessero abbondante latte per la loro prole e felici parti in rituali del tutto simili a quelli galattofori legati a sorgenti o a grotte, le famose “pocce lattaie” ben diffuse sul territorio nazionale ed in particolare toscano.</p>
<p>Anche il nome del torrente sembrerebbe richiamarci vetuste divinità, così Cerfone deriverebbe dall’enigmatica Grande Madre toscana Cernia, divinità femminile locale della fertilità e dei campi.</p>
<p>La stessa collina ove oggi sorgerebbe la chiesetta, conosciuta con il toponimo di Montione, rimanderebbe ad antichi culti legati a Cerere e Giunone, da cui  l’etimologia di Monte di Giunone.</p>
<p>Sta di fatto che da tempo immemore, ancora oggi in questo luogo vengono a rivolgersi donne che avevano imparato e conosciuto gli antichi rituali di fertilità delle loro nonne. Erano le veneratrici delle Madonne dal volto bruno, la Virgo Amabilis, per alcuni la Maddalena, sicuramente trasposizione cristiana dell’antica Grande Madre. </p>
<p>Essa è dunque il Graal, termine per alcuni derivante dal termine latino gradalis o coppa, il metaforico luogo da cui proviene la vita, proprio con il materno ventre della Vergine contenitore di quel “sangue del Cristo” che verrà. Esso è però anche Sang Real, forse non una stirpe come affermato da recenti romanzi, ma semplicemente il Sangue del Nostro Salvatore amorevolmente custodito nel ventre della Mater che dolcemente, ma allo stesso modo con la serietà e la preoccupazione di una madre, lo protegge con il gesto apotropaico. </p>
<p>Il Culto della Mater Amabilis</p>
<p>Si torna così prepotentemente all’immagine materna e generatrice di vita, del resto luoghi legati al culto dell’allattante non sono così poi estranei a questi luoghi. Così proprio nelle vicinanze di Sansepolcro, vi sono edicole votive legate al culto della vergine galattofora ove ancora oggi si espletano rituali di fertilità. Donne sterili o semplicemente partorienti alla ricerca di un aiuto divino da sempre si recavano in questi santuari rurali lasciando ancora oggi, come silenti testimoni, abitini, bottiglie di latte od olio, gli ex voto di grazie ricevute. </p>
<p>Un culto così radicato era davvero impossibile da cancellare dalla mentalità contadina, bisognava necessariamente ricorrere a forme sostitutive di venerazione per modificarlo e plasmarlo in nuova ottica. Ecco l’origine del culto della Vergine in quella sperduta chiesetta rurale di Monterchi.</p>
<p>Ma c’è dell’altro. Nella chiesa si narra che fosse conservata una miracolosissima statua lignea raffigurante la Mater con il bimbo, sicuramente raffigurazione di una delle tantissime Vergini brune, la nigra sum sed formosa, diffuse in tutto il territorio nazionale, simboli di antichi culti dediti alla terra mai dimenticati. </p>
<p>La presenza nella cappella della già venerata statua lignea fa così pensare che l’affresco di Piero della Francesca non fosse dunque stato commissionato per venerazione, forse più che altro era un modo per rafforzare il messaggio o, molto più probabilmente, un ex voto commissionato da qualche importante esponente della zona, sicuramente non un contadino, per la grazia ricevuta. </p>
<p>Ma chi sarebbe stato, a questo punto, l’enigmatico mecenate che commissionò l’affresco all’artista. Anche qui le leggende si sprecano, per molti studiosi si tratta dello stesso Piero della Francesca, e però dalla stessa iconografia che possiamo avere qualche informazione in più. La veste color lasislazulo da nobildonna, il principesco modo di raccogliere i capelli della Vergine, l’atteggiamento serioso, quasi di distacco dal popolo che a Lei si prostrava, il gesto quasi regale degli angeli che gentilmente ma allo stesso modo con atteggiamento quasi regale sollevano i drappi, il contesto del tutto estraneo al pauperismo delle locali comunità contadine fa pensare a qualche appartenente ad una classe sociale abbiente.</p>
<p>Intricati misteri e antichi ricordi, grandi artisti e rustici luoghi, Vergini e Madri avvolte in quel mistero dogmatico della nascita, fanno del piccolo borgo toscano di Monterchi un luogo unico ed eccezionale, un piccolo “codice da Vinci” tutto italiano.</p>
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		<title>Gli Hopi e la “Purificazione del Mondo”</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Nov 2011 05:43:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lawrence M.F. Sudbury</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia e Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Fine del Mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Profezie]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni popolari]]></category>
		<category><![CDATA[escatologia]]></category>
		<category><![CDATA[Hopi]]></category>
		<category><![CDATA[Lawrence M.F. Sudbury]]></category>
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		<description><![CDATA[Il tema escatologico è presente non solo nelle religioni considerate “tradizionali” ma anche in tutte quelle esperienze spirituali, spesso frettolosamente definite come “primitive”, riscontrabili in tribù africane o nativo-americane. Tali sistemi, a differenza di quanto a lungo ritenuto da numerosi studiosi, sono, in realtà, tutt’altro che semplicistici, rivelando, al contrario, un profondissimo grado di elaborazione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Il tema escatologico è presente non solo nelle religioni considerate “tradizionali” ma anche in tutte quelle esperienze spirituali, spesso frettolosamente definite come “primitive”, riscontrabili in tribù africane o nativo-americane. Tali sistemi, a differenza di quanto a lungo ritenuto da numerosi studiosi, sono, in realtà, tutt’altro che semplicistici, rivelando, al contrario, un profondissimo grado di elaborazione teorica e di strutturazione formale.<span id="more-565"></span></span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Per quanto riguarda più precisamente la spiritualità degli indiani americani, va subito detto che i loro assetti religioso-spirituali si presentano come di notevole complessità e fortemente variegati, dal momento che ciascuna delle centinaia di tribù presenti nell’area dell’emisfero settentrionale ha sviluppato un suo sistema distinto di credenze e pratiche religiose [1]. </span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">In via di estrema generalizzazione, comunque, possiamo affermare che i nativi americani venerano un ampia gamma di spiriti, per lo più collegati a forze della natura, da cui deriva il minimo comun denominatore di un estremo rispetto per tutte le componenti del quadro naturale (dunque non solo forze divine o esseri umani, ma anche piante, animali, etc.), e che un numero considerevole di tradizioni ritiene fondamentale che ogni individuo cerchi la propria strada per essere il più utile possibile per la comunità [2].</span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">E’ all’interno di questi tratti comuni che possiamo posizionare numerosi elementi della complessa e antichissima religione degli Hopi, le cui caratteristiche globali risultano ancora di difficile decifrazione, variando, come tipico di ogni cultura a trasmissione orale, da comunità a comunità e da villaggio a villaggio, pur mantenendo un substrato significante comune [3] e, con ogni probabilità, rappresentando solo una parte di una dottrina sacra iniziatica tramandata solo all’interno del nucleo etnico e non svelata a chiunque ne sia estraneo, tanto da far affermare all’etnologo Harold Courlander che “<em>esiste una vera e propria reticenza nel trattate dei rituali segreti religiosi con chiunque se ne interessi</em>” [4]. </span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">In aggiunta a ciò, risulta storicamente accertato che da sempre la cultura Hopi ha avuto tratti di marcata capacità osmotica nei confronti delle credenze straniere (ad esempio del cristianesimo, con cui sono entrati in contatto già a partire dal XVI secolo), spesso inglobate nella loro cosmologia se non in contraddizione con alcuni suoi elementi fondamentali, in particolare precedentemente alla rivolta dei Pueblo del 1680 [5].</span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Ciò che, comunque, possiamo conoscere del loro sistema religioso è che la maggioranza dei racconti cosmogonici ruota intorno al “Tawa”, lo Spirito del Sole che formò il “Primo Mondo” e i suoi abitatori dal “Tokpella”, lo “Spazio Infinito” [6], ordinando al suo primogenito “Sotuknang” di plasmare i nove universi che egli aveva pianificato e di dare vita alla “Donna Ragno”, una sorta di messaggera tra dio e gli uomini [7].</span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">All’interno del processo creativo primigenio, Sotuknang diede anche vita ad altre divinità minori, tra le quali spiccano Masauwu, l’Uomo Scheletro, spirito della morte e padrone del “mondo superiore” (o “Quarto Mondo”) in cui fuggirono i buoni per scappare dalla debolezza del “Terzo Mondo” (in seguito si spiegherà il senso di questa “sequenza di mondi”), i “Kachinas”, gli dei Gemelli della Guerra, il Coyote, dio dell’inganno e la “Dea del Grano”, la “Grande Madre” dal cui ventre si svilupparono tutti gli uomini [8], così importante nella cultura Hopi da far pensare ad alcuni studiosi (per lo più del movimento femminista) che, in una società matriarcale originaria fossero lei e la Donna Ragno ad essere le divinità supreme, solo recentemente, a contatto con la “popolazione bianca”, soppiantate dalla divinità maschile Tawa [9] (il che è discutibile, dal momento che, in realtà, tutte le funzioni sacerdotali e rituali sono da sempre riservate agli uomini). </span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Ciò che, all’interno della religione Hopi, più risulta interessante è la cosiddetta “Teoria dei Quattro Mondi”. Secondo essa, la Terra così come la conosciamo sarebbe solo il quarto mondo ad essere abitato dalle creature di Tawa. In ciascuno dei mondi precedenti, la gente, sebbene inizialmente felice, sarebbe divenuta sempre più disobbediente e avrebbe vissuto non secondo i piani del dio supremo, dedicandosi alla promiscuità sessuale, combattendo l’uno contro l’altro e non vivendo in piena armonia. Per questo, i più obbedienti sarebbero stati condotti dalla Donna Ragno nel mondo superiore seguente, con mutamenti fisici che si sviluppavano nel corso del viaggio sia su di loro che sul mondo che stavano per abitare. In alcune versioni (in effetti maggioritarie), è anche presente l’idea di una distruzione del mondo precedente, mentre in altre, semplicemente, esso sopravvive nel caos [10].</span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Sul passaggio degli uomini in questo “Quarto Mondo” in cui ora ci troviamo, esistono almeno due versioni principali. Quella prevalente riporta che la Donna Ragno fece crescere un giunco cavo nel cielo fino al nuovo mondo e che gli esseri umani vi si arrampicarono fino ad emergere in una zona del Grand Canyon, mentre una seconda leggenda narra che Tawa distrusse il “Terzo Mondo” con una grande inondazione e che la Donna Ragno salvò “i giusti” facendoli galleggiare in una grande canna di bambù fino ad una piccola zona asciutta, da cui, su suggerimento sempre della Donna Ragno, partirono verso est su altre imbarcazioni di canna fino a giungere alla zona montuosa del Quarto Mondo.<span style="yes;">  </span>In molti casi, come riporta Harold Courlander, la prima versione è raccontata ai bambini, a cui, in seguito, una volta cresciuti, si svela la seconda versione, relativa alla grande inondazione [11]. </span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Tutte le versioni, in ogni caso, concordano sul fatto che, una volta arrivati nel Quarto Mondo, gli Hopi si divisero in gruppi (che andarono a formare i vari clan) e procedettero ad una serie di grandi migrazioni, stabilendosi occasionalmente in città in seguito abbandonate [12]. A tratti, i clan si univano in conglomerazioni più grandi, che finivano sempre per dividersi di nuovo a causa di dispute, che sono un motivo ricorrente di tutta la mitologia Hopi fin dalla partenza dal Primo Mondo.</span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Durante le loro migrazioni, gli Hopi si sparpagliarono per ogni dove: nell’estremo nord, in cui trovarono una “seconda porta” da cui anche altre popolazioni erano passate nel Quarto Mondo (e, verosimilmente, ciò potrebbe riferirsi al passaggio di<span style="yes;">  </span>popoli dall’Asia all’America attraverso lo stretto di Bering), all’estremo sud (e, non a caso, molti Hopi vedono Aztechi, Maya e altri popoli centroamericani come parte di loro clan perduti, il che troverebbe effettivamente riscontro nelle similarità di alcuni aspetti religiosi, non ultimo il culto dei “kachinas”, spiriti della natura presenti in ogni dove), ma, infine, approdarono tutti all’area nord-orientale dell’Arizona [13].</span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Un elemento di estremo interesse all’interno del mito delle grandi migrazioni riguarda lo sviluppo di una figura molto particolare: il cosiddetto “Fratello Bianco Perduto”. Secondo il racconto relativo all’entrata nel “Quarto Mondo”, proprio durante questo passaggio un misterioso “Pahana” (“Fratello Maggiore”) avrebbe lasciato gli Hopi per partire verso est. Un giorno egli ritornerà e tutto ciò che è malvagio sarà distrutto, mentre una nuova epoca di pace inizierà per tutto il mondo [14] (il che sembra essere intimamente connesso con la storia azteca di Quetzalcoatl e altre leggende centro-americane). All’inizio del XVI secolo, appare verosimile che gli Hopi abbiano creduto che l’arrivo dei conquistadores fosse, in realtà, legata al ritorno del “profeta bianco” ma, sembra provato che già al primo contatto con gli spagnoli, si siano resi conto dell’errore [15].</span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Rimane, comunque, il fatto che numerosi leader tribali Hopi abbiano da sempre profetizzato che la venuta dell’uomo bianco avrebbe indicato la fine del Quarto mondo, sebbene non sia mai stato chiarito se tale fine debba essere ritenuta definitiva o solo un passaggio ad un “Quinto Mondo”. </span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Un altro segno comunemente ritenuto presagio dell’eschaton fin dal XVI secolo, è l’attraversamento della terra da parte di “serpenti di ferro” e “fiumi di roccia”. Sulla terra, inoltre, sarà intrecciata una specie di gigantesca tela di ragno ed i fiumi diventeranno neri [16].<span style="yes;">  </span>Secondo una interpretazione <span style="yes;"> </span>speculativa molto comune e particolarmente inquietante, i “serpenti di ferro” sarebbero le ferrovie, i “fiumi di roccia” le autostrade e la gigantesca tela di ragno le linee elettriche e telefoniche o addirittura al world wide web, ma tale interpretazione risulta quantomeno discutibile per la sua chiara costruzione “a posteriori” [17].</span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">In ogni caso, tutte le profezie concordano sul fatto che tutta la volta celeste cadrà “in un grande luogo di sprofondamento” e che nei cieli si avrà un grande collasso o impatto che porterà all’apparizione di una “stella blu”, mentre la Terra diventerà una fredda landa deserta di sabbia, roccia ed acqua gelida. Allora “<em>gli uomini bianchi combatteranno contro altre persone nelle loro terre, in particolare con quelli da cui è derivata tutta la saggezza, e ci sarà fumo nei deserti, e segni che la grande distruzione si avvicina</em>” [18]. </span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Molti allora moriranno, ma quelli che capiranno le profezie potranno intraprendere atti necessari ad aumentare le proprie possibilità di sopravvivenza, ad esempio andando a vivere nei luoghi della gente Hopi e così saranno al sicuro. </span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">E’ a questo punto che il Pahana tornerà a piantare i semi della saggezza nei cuori delle persone, e così potrà aprire la soglia dell&#8217;alba dell&#8217;era del Quinto Mondo (a cui, secondo alcune versioni, ne seguiranno altri tre [19]).</span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">Non è difficile notare che, anche all’interno di una cultura così lontana da quelle che sono comunemente ritenute le culle del pensiero occidentale e orientale, ritroviamo alcuni elementi ricorrenti di tutti i sistemi escatologico-religiosi:<span style="yes;">  </span>il “soliti” ritorno edenico (come volontà atavica di purificazione globale) e “mundus senescit” (come giustificazione “degenerativa” della presenza del male nel mondo), il tema del giudizio “riordinativo” finale (come meccanismo retributivo dei giusti e di appianamento delle contraddizioni morali) , quello dell’elemento messianico, in questo caso punto di svolta e<span style="yes;">  </span>agente ristabilimento del corretto ordine naturale, una temporalità “para-ciclica” (o completamente ciclica nella versione in cui i mondi si susseguono) con il passaggio da un’era all’altra. </span></span></p>
<p class="StandardLibro" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="&quot;Times New Roman&quot;,&quot;serif&quot;;"><span style="small;">L’unico elemento di novità è rappresentato dalla identificazione del sistema edenico con la modalità di vita del popolo Hopi, ma si tratta di un elemento facilmente spiegabile ancora una volta in termini politico-psicologici se, allontanandoci da interpretazioni sensazionalistiche che tendono a vedere nelle profezie indiane segni di un futuro grande conflitto tra mondo occidentale (i bianchi che, si badi bene, erano già conosciuti dagli Hopi al momento della formulazione finale della profezia stessa e della sua stesura in forma scritta) e mondo orientale (da cui è scaturita la prima forma di civilizzazione) [20], pensiamo piuttosto che l’orgoglio etnico scaturisce inevitabilmente da una situazione di perenne contrasto inter-tribale per la conquista di pascoli e territori di caccia, portando ad una esaltazione nazionale, probabilmente poi intensificatasi proprio con il contatto con conquistatori europei fino a quel momento estranei al quadro bellicoso precedente.</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="12.0pt;"><span style="Times New Roman;"> </span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="EN-US;" lang="EN-US"><span style="small;"><span style="Times New Roman;">Note:</span></span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">1]K. Nerburn, <em>The Wisdom of the Native Americans</em>, New World Library 1999, p. 8</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">2] <em>Ivi</em>, passim</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">3] C.Vecsey, <em>The Emergence of the Hopi People</em>, in “American Indian Quarterly”, vol. 7, no. 3, 1983, pp.70 ss.</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">4] H.Courlander, <em>The Fourth World of the Hopis: The Epic Story of the Hopi Indians as Preserved in their Legends and Traditions</em>, University of New Mexico Press 1987, p.201</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">5] J. e S.Page, <em>Hopi</em>, Rio Nuevo Publishers 2009, p.21</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">6] H.Courlander, <em>Citato</em>, p.17</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">7] F. Waters, <em>The Book of the Hopi</em>, Penguin Books 1963, p.30.</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">8] D. Wall, V.Masayesva, <em>People of the Corn: Teachings in Hopi Traditional Agriculture, Spirituality, and Sustainability</em>, “American Indian Quarterly” vol. 28, no. 3, 2004, pp. 435-453</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">9] Così, ad esempio, in P.Gunn Allen, <em>The Sacred Hoop</em>, Beacon Press 1992, p.19</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">10] J.D. Loftin, <em>Religion and Hopi Life</em>, Indiana University Press 2003, pp. 88-91</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="IT;">[</span></span><span style="IT;">11] H.Courlander, <em>Citato</em>, p.205</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="IT;">[</span></span><span style="IT;">12] <em>Ivi</em>, p.35</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="IT;">[</span></span><span style="IT;">13] J.D. Loftin, <em>Citato</em>, pp. 93 ss.</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">14] H.Courlander, <em>Citato</em>, p.31</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">15] R.Friday Locke, <em>The Book of the Navajo</em>, Hollaway House 2001, pp.139-140.</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="IT;">[</span></span><span style="IT;">16] J.D. Loftin, <em>Citato</em>, pp. 98-99</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">17] <em>Ivi</em>, p. 103</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">18] A.W. Geertz, <em>The Invention of Prophecy: Continuity and Meaning in Hopi Indian Religion</em>, University of California Press 1994, p. 114</span></span></p>
<p class="MsoFootnoteText" style="justify;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="baseline;" lang="EN-US">[</span></span><span style="12pt;" lang="EN-US">19]</span><span style="IT;" lang="EN-US"> </span><em><span style="IT;">Ivi</span></em><span style="IT;">, pp.11-12</span></span></p>
<p class="MsoNormal" style="0cm 0cm 0pt;"><span style="small;"><span style="Times New Roman;"><span class="MsoFootnoteReference"><span style="12.0pt;">[</span></span><span style="12.0pt;">20] Ad esempio in K.Kaltreider, <em>American Indian Prophecies</em>, Hay House 1997, pp. 79-91</span></span></span></p>
<p><map name='google_ad_map_565_05458d914eeef760'>
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		<title>I prodigi del Monacello</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Nov 2011 17:24:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>anonimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Esoterismo]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni popolari]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel Napoletano, terra assai magica da lunga data, la credenza nel folletto, chiamalo «Munaciello», è tuttora ben radicata ed assume le forme più varie e curiose: T.C. Dalbono, nella sua opera «Le Tradizioni Popolari», del 1845, osservava che ben poche tradizioni possono vantare una diffusione e una popolarità pari a quella del Munaciello. «A quale [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Nel Napoletano, terra assai magica da lunga data, la credenza nel folletto, chiamalo «Munaciello», è tuttora ben radicata ed assume le forme più varie e curiose: T.C. Dalbono, nella sua opera «Le Tradizioni Popolari», del 1845, osservava che ben poche tradizioni possono vantare una diffusione e una popolarità pari a quella del Munaciello. <span id="more-142"></span>«A quale vecchietto o vecchietta del nostro volgo potreste nominare il &#8216;monacello&#8217; senza udirne contare prodigi? Qui s&#8217;incontra neppure la consueta difformità di pareri, e a quanti farete inchiesta di questo spiritello, tutti vi diranno che è il folletto abitatore delle case remote, che si annunzia col far mille dispetti e si diletta a fracassar le porcellane racchiuse negli armadi e rovesciare a terra quanti piatti sono su per le scansie della cucina. Tra i caratteri distintivi del monacello c&#8217;è quello di tirare sassi, e mostrarsi la notte fonda, penetrando a porte chiuse in casa. Questo spirito, a forma di gnomo, si posava sul petto della persona addormentata, quasi sempre donna, e il suo peso (non si è mai capito che peso poteva avere uno spirito) ma non gli consentiva la respirazione regolare e ritmica.</p>
<p> Questo malessere era il segno della presenza del monacello, si diceva anche che avesse un carattere molto scherzoso a volte, divertendosi a fare il solletico nei piedi.. mentre i suoi occhi spargono una luce rossiccia ed è celerissimo nella fuga. Dell&#8217;esistenza del monacello erano convintissimi i pastori ed i guardiani che dormivano nelle masserie. Raccontavano, senza saperlo spiegare, che molte volte al mattino nelle stalle trovavano le code delle giumente annodate a forma di treccia. Lo stesso grande ermetista napoletano G. Kremmerz, si è interessato a questo spiritello di stampo partenopeo, riguardo al quale, sulla sua importante rivista « II Mondo Secreto », ebbe a scrivere in questi termini: «&#8230;sotto il nome di &#8216;Monaciello&#8217;, l&#8217;ignoranza della buona gente confonde molte manifestazioni occulte attribuibili a differenti cause che, una per una, nei singoli casi, meriterebbe un esame speciale. Perciò il voler caratterizzare con uno studio speciale tutti i fenomeni straordinari legati a questi esseri, come i più creduli insistono, è indegno della gente che studia serenamente il Mondo occulto. </p>
<p>Però la questione importante ed in tesi generale da porsi è questa: la scienza dei maghi crede possibile la manifestazione di esseri benefici o malefici che non siano spiriti di defunti, a persone o famiglie intere? Esistono nell&#8217;Invisibile esseri vivi e non mai vissuti come uomini e capaci di rendere servizio agli uomini? La nostra scienza risponde si alle due domande. Oltrechè le tradizioni di tutti i popoli, la conferma è data da coloro che veramente hanno avuto occasione di entrare in relazione con esseri di questa specie non vi è veggente che non confermi questa curiosa ed impressionante tradizione popolare. Ma, ripeto, non tutti i casi che passano come attribuibili a questi spiriti elementari sono veramente devoluti ad essi. Questi esseri hanno passioni come gli uomini; amano, odiano, sono benefici e possono diventar malefici. Una volta che cominciano a manifestarsi ad una persona o ad una famiglia l&#8217;odio o la simpatia loro si manifesta immediatamente&#8230; </p>
<p>Questo però universalmente nel mondo degli uomini e non solamente in Italia o a Napoli, dove prendono il nome di Monaciello dalla costante o quasi costante loro apparizione in forma di frati. I Chabblers del nord Europa non sono che questi stessi esseri che nel sud d&#8217;Italia pigliano tal nome. Il Christian, degli Chabbiers racconta che secondo la tradizione del paese di Galìes ogni buona donna deve assolutamente guardarsi dal maledire uno di questi spiriti o di fare il segno della croce secondo i cattolici perché l&#8217;incantesimo sarebbe rotto e lo spirito fugato; mentre il segno della croce, i requiem, le avemarie, non fanno scappare i monacielli di questi paesi, ciò che significa che gli esseri del mondo plastico invisibile prendono anche la religione del paese in cui scorrazzano, ma benefici sempre per coloro che sono discreti&#8230; </p>
<p>Questi monacielli sono, in proporzioni diverse, tal quale si immaginano le fate dai contemporanei, tal quale sono le fate per chi le ha viste. Donano o distruggono. Sembrano raccontini per i fanciulli tutti questi eppur non sono che storie reali e più frequenti di quanto ordinariamente non si creda. Qualche volta &#8216;amano&#8217; nel senso più largo e più concreto della parola&#8230; I succubi e gli incubi di cui un&#8217; intera letteratura antica e moderna, religiosa o non, si potrebbe mettere insieme, non formano che un lato solo del problema di questi amori&#8230;». Il nome «Munaciello», deriva in effetti dal tipico aspetto di questo folletto, che appare appunto «come un nanetto vestito da frate, con fibbie d&#8217;argento ai sandali e lo zucchetto rosso (detto «scazzetella») in capo». </p>
<p>Si ritiene che chi riesce ad impossessarsi di questo caratteristico copricapo, sia molto fortunato; un po&#8217; come chi riuscisse a trovare la fine dell&#8217;arcobaleno, dove secondo una poetica leggenda popolare dovrebbe essere nascosta una bella pentola di monete d&#8217;oro! Tuttavia l&#8217;impresa non è affatto facile, sia perché lo spiritello appare assai raramente, sia perché, se il colpo dovesse fallire, il Monaciello si vendicherebbe inesorabilmente dell&#8217;incauto, sacrilego ladruncolo. In ogni modo, a quel che si dice nella penisola sorrentina, chi fosse in grado di rubargli il berretto, potrebbe facilmente vedersi offrire quale riscatto, «molto denaro o addirittura un tesoro».</p>
<p>Sempre sui monacelli, questo è un brano di Carlo Levi che ne fa una dettagliata descrizione:</p>
<p>I monachicchi sono degli esseri piccolissimi e allegri, corrono veloci qua e là, e il loro maggiore piacere è di fare ai cristiani ogni sorta di dispetti. Fanno il solletico sotto i piedi agli uomini addormentati, tirano via le lenzuola dai letti, buttano sabbia negli occhi, rovesciano bicchieri pieni di vino, si nascondono nelle correnti d&#8217;aria e fanno volare le carte, e cadere i panni stesi in modo che si insudiciano, tolgono la sedia di sotto alle donne sedute, nascondono gli oggetti nei luoghi piu&#8217; impensati, fanno cagliare il latte, danno pizzicotti, tirano i capelli, pungono e fischiano come zanzare. Ma sono innocenti.. i loro malanni non sono mai seri, hanno sempre l&#8217;aspetto di un gioco, e per quanto fastidiosi, non ne nasce mai nulla di grave.</p>
<p>Il loro carattere e&#8217; una saltellante e giocosa bizzarria, e sono quasi inafferabili.</p>
<p>Portano in capo un cappuccio rosso, più grande di loro, e guai se lo perdono, tutta la loro allegria sparisce ed essi non cessano di piangere e di desolarsi finchè non l&#8217;abbiano ritrovato. Il solo modo di difendersi dai loro scherzi e&#8217; appunto di cercare di afferrarli per il cappuccio.. se tu riesci a prenderglielo, il povero monachicchio scappucciato ti si butterà ai piedi, in lacrime, scongiurandoti di restituirglielo. Ora, i monachicchi sotto i loro estri e la loro giocondità infantile, nascondono una grande sapienza, essi conoscono tutto cio&#8217;che c&#8217;è sotto terra, sanno il luogo nascosto dei tesori.</p>
<p>Per riavere il suo cappuccio rosso, senza cui non può vivere, il monachicchio, ti prometterà di svelarti il nascondiglio di un tesoro. Ma tu non devi accontentarlo fino a che non ti abbia accompagnato.. finchè il cappuccio è nelle tue mani, il monachicchio ti servirà, ma appena riavrà il suo prezioso copricapo, fuggirà con un gran balzo, facendo sberleffi e folli salti di gioia, e non manterrà la sua promessa. Questa specie di gnomi o di folletti si vedono frequentemente, ma acchiapparli è difficilissimo..</p>
<p>LA NOTTE DEL MONACELLO</p>
<p>In una masseria accadevano cose strane. In piena notte si udivano i cavalli, rinchiusi nella stalla, nitrire e battere gli zoccoli sul pavimento. Una notte, Filippo, il massaro, decise di nascondersi nella stalla e spiare tutto ciò che succedeva all&#8217;interno di essa. Ben presto si addormentò per la stanchezza ma fu subito svegliato dalle bestie che iniziarono ad agitarsi. Tentò di sollevarsi ma un forte peso allo stomaco gli impedì di mettersi in piedi. Cercò in tutti i modi di alzarsi ma non ci riuscì. Dopo tanta agitazione riuscì a calmarsi e si ricordò di una storia narratagli dalla nonna di una vicenda molto simile causata da un &#8220;monacello&#8221;. Doveva a tutti i costi prendergli il cappuccio rosso per averlo in suo possesso!Appena sentì quel forte peso sullo stomaco, come un fulmine, afferrò un pezzo di stoffa al livello dello stomaco ma, alla luce della lampada, si accorse che era solo un pezzo della sua camicia. Filippo, comunque, si sentiva liberato da quella morsa e andò a dare una occhiata ai cavalli e… cosa molto strana, tutti avevano delle treccine alla coda! Erano così perfette che solo il monacello sarebbe stato in grado di poterle fare! </p>
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		<title>Di Segni e di Simboli</title>
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		<comments>http://www.unknown.it/storia/di-segni-e-di-simboli/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 22:05:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Maria Antonietta Pirrigheddu</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia e Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Esoterismo]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni popolari]]></category>

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		<description><![CDATA[Sembra fatto apposta: per confonderci, lasciarci perplessi, insospettirci. Chi osserva un talismano – antico o moderno poco importa – si trova di fronte segni astrusi, lettere indecifrabili. Da che parte si legge? Da destra a sinistra? Dall’alto in basso? Ma soprattutto, che c’è scritto? «Mah, questi nomi non mi convincono. Saranno mica spiriti maligni? Adonay, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sembra fatto apposta: per confonderci, lasciarci perplessi, insospettirci. Chi osserva un talismano – antico o moderno poco importa – si trova di fronte segni astrusi, lettere indecifrabili. Da che parte si legge? Da destra a sinistra? Dall’alto in basso? Ma soprattutto, che c’è scritto?<span id="more-877"></span><br />
«Mah, questi nomi non mi convincono. Saranno mica spiriti maligni? Adonay, Tetragrammaton, Mehiel… Magari sono dèmoni, addirittura. No no, meglio starne alla larga». È la nostra strategia di difesa: bandire ciò che non si conosce. E se si perde qualcosa, pazienza.<br />
La scienza dei simboli e dei sigilli è invece una delle materie più interessanti che l’antichità ci abbia tramandato. In pochi tratti è spesso racchiuso un intero universo, ed è affascinante scoprirlo strato per strato.<br />
Un esempio fra tutti: la stella a sei punte.</p>
<p><center><img src="http://www.angolohermes.com/Simboli/Esagramma/Immagini/esagramma.gif" border="0" /></center></p>
<p>Detta anche “Sigillo di Salomone”, per noi è solo il segno che identifica il popolo ebraico. Ma da qualche parte gli ebrei l’avranno pur presa&#8230;<br />
Impossibile risalire alle sue origini.<br />
A guardarla bene ci si accorge che è composta da due triangoli intersecati. Il triangolo con la punta rivolta in alto rappresenta lo spirito; quello con la punta in basso simboleggia la materia. Oppure, se preferiamo, l’anima e il corpo. Due componenti fondamentali della vita e dell’essere, intrecciati e perfettamente equilibrati: a ricordare all’uomo la necessità di valorizzare in sé sia gli elementi spirituali che quelli più concreti. Se manca l’equilibrio, infatti, si diventa materialisti oppure persone incapaci di vivere davvero sulla terra.<br />
Nella stella non prevale né l’uno né l’altro aspetto. Un insegnamento sicuramente diverso da quello trasmesso dalla religione, che di solito esalta lo spirito e disprezza il corpo, la terra, annessi e connessi.<br />
Questo, in sintesi, uno dei significati nascosti nell’esagramma. Ce n’è ancora un altro: i due triangoli rappresentano rispettivamente il principio maschile (attivo) e quello femminile (ricettivo). Così trapela dall’intreccio un’altra indicazione: è bene che l’essere umano scopra entrambe le polarità della propria anima, del proprio sé, e impari a svilupparle armoniosamente. Perché ogni uomo cela una parte femminile, e ogni donna porta in sé un pezzetto maschile.<br />
L’attuale cultura spinge gli uomini a sopprimere, nella loro personalità, certe caratteristiche considerate – a torto – troppo femminili: la sensibilità, la delicatezza, l’emotività&#8230; Ed educa le donne alla remissività e alla dipendenza, facendo credere che qualità come il coraggio, l’intraprendenza, la determinazione possano renderle quasi delle virago, e quindi poco desiderabili. Ma come sarebbe più facile vivere l’uno accanto all’altro se fossimo capaci di svilupparci in pienezza! Senza perdere la nostra natura, certo, ma accettando quel gioco degli opposti che ci fa vibrare l’anima.<br />
Il significato profondo dell’esagramma sta proprio nel rimando alla Legge degli opposti, su cui si fonda il nostro universo. Nulla esiste senza la sua controparte: la luce e l’ombra, il freddo e il caldo, la notte e il giorno, il movimento e la quiete, il bene e il male. Ogni cosa è necessaria all’altra, e insieme all’altra costituisce un frammento del Tutto: ossia di Dio. La perfezione divina, infatti, consiste nella completezza e totalità. Nel sigillo di Salomone ogni elemento si integra armoniosamente col proprio opposto, contribuendo all’equilibrio della Creazione.<br />
Forse, coi secoli, riusciremo a raggiungere la comprensione che un semplice simbolo di sei linee esprime già da millenni.<br />
&#8230;<br />
Tutte le figure geometriche parlano un linguaggio speciale; e avrebbero davvero molto da dirci, se noi avessimo&#8230; orecchie. Lo stesso vale per alcuni segni, lettere, parole.<br />
Nell’«arte talismanica» (già, così si chiama) vengono spesso usati i caratteri dell’alfabeto ebraico, considerato forse il più sacro. «Le lettere di questo alfabeto», scriveva Cornelio Agrippa, «sono costituite sulla base delle figure delle stelle, e perciò sono piene di celesti misteri, sia per quanto concerne la forma, la figura e il significato, sia per quel che riguarda i numeri in esse contenuti».<br />
 Il sacro Nome di Dio, il &#8220;Nome che fonda l&#8217;esistenza&#8221;, è formato da quattro di queste lettere: Iod, He, Vau, He. E&#8217; per questo che lo definiamo Tetragrammaton (= quattro segni).<br />
Questo Nome, che noi abbiamo traslitterato in Yhwh, non doveva mai essere pronunciato. Era permesso farlo solo al Gran Sacerdote del Tempio di Gerusalemme, una volta l&#8217;anno, nel segreto del Sancta Sanctorum. Oggi la sua corretta pronuncia si dice dimenticata.</p>
<p><center><img src="http://www.lunadivetro.it/scoperte/segniesimboli/YHWH.jpg" border="0" /></center></p>
<p>Ognuna delle quattro lettere che lo compongono rappresenta un&#8217;energia attiva nella Creazione e nella vita.<br />
Partendo da destra, la prima lettera è il seme, la potenzialità, l&#8217;impulso fondamentale, l&#8217;aspetto divino di Padre.<br />
La seconda è la Terra nella quale il seme si manifesta, la fecondità, l&#8217;aspetto divino di Madre (quello che le religioni patriarcali hanno cancellato, purtroppo).<br />
La terza lettera è il frutto, l&#8217;aspetto divino di Figlio che raccoglie la potenzialità e la trasforma in atti.<br />
La quarta, infine, è il risultato finale di questa attività, l&#8217;azione del Figlio che dà inizio ad un nuovo ciclo di quattro lettere, il quale si svilupperà ad un livello lievemente inferiore, portando i semi di nuove realizzazioni.<br />
  Possiamo vedere il Tetragrammaton anche da un altro punto di vista.<br />
La lettera Yod è il Principio maschile, attivo, la Scintilla iniziale (Fuoco). La prima He è il Principio femminile, ricettivo: la Matrice, la Grande Madre Cosmica (Acqua).<br />
La Vau è il &#8220;Figlio&#8221;, ossia il risultato dell&#8217;unione delle prime due lettere, dell&#8217;amore tra Principio maschile e Principio femminile: è il Verbo, ossia l&#8217;azione creatrice (Aria).<br />
L&#8217;ultima lettera, la seconda He, è la &#8220;Figlia&#8221;, replica della Madre ma ad un livello diverso. E&#8217; la Natura nella quale siamo immersi, l&#8217;unica accessibile ai nostri sensi (Terra). Attraverso la sua comprensione possiamo scorgere qualcosa della Grande Madre Cosmica, l&#8217;Iside Velata alla quale i saggi di ogni tempo hanno tentato di sollevare i veli.<br />
Le lettere del Tetragrammaton hanno una caratteristica: disposte in modo diverso formano le parole </p>
<p><center><img src="http://www.lunadivetro.it/scoperte/segniesimboli/nome_nel_tempo.jpg" border="0" /></center></p>
<p>Come dire: passato, presente, futuro. Ogni tempo è in Dio. E il Nome di Dio è dentro ogni tempo, perciò oltre e al di sopra del tempo.<br />
Quattro segni per esprimere un’infinità di concetti, che qui è possibile solo sfiorare, ma che nella loro interezza abbracciano il cosmo intero. Tetragrammaton. L’universo dentro un impronunciabile nome. E magari quando ci imbattiamo in esso ci vengono in mente le sette, gli idoli, le eresie&#8230;<br />
Ci accade anche con Adonay, che pure significa semplicemente “mio Signore”, e con tutti quegli appellativi un po’ sospetti che pensiamo appartengano a divinità pagane o demoniache. Mentre non sono altro che attributi di un unico Dio: il nostro stesso Dio, per chi ci crede.<br />
Vi sono invece dei nomi che cominciano a divenirci più familiari, grazie ad alcune pubblicazioni recenti. Sono quelli degli angeli dell’Albero della Vita, i settantadue Geni del Libro della Luce appartenenti alla tradizione cabalistica. Non sono veri e propri angeli, anche se vengono definiti “custodi”, ma piuttosto grandi Esseri che riflettono settantadue sfaccettature o volti divini. Si chiamano Caliel, Hekamiah, Habuhiah, Yeialel, Iah-hel&#8230; Ovvero Giustizia, Lealtà, Guarigione, Forza mentale, Desiderio di sapere&#8230;<br />
Sono i grandi ispiratori degli uomini, loro guide e protettori; e ciascuno di essi dà un dono, che varia a seconda del giorno di nascita. Perché come in maggio maturano le fragole e poi in giugno le ciliegie, a luglio le angurie e così via, anche gli esseri umani hanno le loro stagioni; e chi nasce nei primi di giugno, ad esempio, riceve in dono creatività e chiarezza; chi viene al mondo a fine anno avrà modestia e capacità di farsi apprezzare per i propri talenti. Sempre che abbia voglia di coltivarli, naturalmente.<br />
Il dono, l’essenza di ciascun angelo è racchiusa nel suo nome, ma soprattutto nel suo sigillo: un segno in apparenza bizzarro, costruito invece secondo regole ben precise. Per gli antichi il sigillo era un nodo di energia sottile, il respiro di un Essere. Scrivere quel sigillo significava invitarlo, richiamarlo.<br />
Stiamo parlando di angeli, in questo caso. E di talismani, di alfabeti sacri, di figure simboliche&#8230; Ma anche di quella sconosciuta magia che è la volontà dell’uomo, capace di compiere cose in cui non osa più credere.</p>
<p>Maria Antonietta Pirrigheddu<br />
www.lunadivetro.it</p>
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		<title>Il Culto delle Acque e la Dea acquatica nell&#8217;Italia Meridionale</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Nov 2011 18:49:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Romanazzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archeologia e Storia]]></category>
		<category><![CDATA[Esoterismo]]></category>
		<category><![CDATA[tradizioni popolari]]></category>

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		<description><![CDATA[Il folklore italiano presenta spesso, nelle sue molteplici tradizioni e leggende, antichi retaggi culturali e rituali pagani assorbiti dalle usanze popolari, che però si ripresentano con forza nel tessuto popolare che ci circonda e che fanno capo alla dea dal volto bruno, la Mater che dona la vita e la morte. Molteplici sono gli aspetti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il folklore italiano presenta spesso, nelle sue molteplici tradizioni e leggende, antichi retaggi culturali e rituali pagani assorbiti dalle usanze popolari, che però si ripresentano con forza nel tessuto popolare che ci circonda e che fanno capo alla dea dal volto bruno, la Mater che dona la vita e la morte. <span id="more-400"></span></p>
<p>Molteplici sono gli aspetti legati alla figura ctonia della dea della fecondità e tra questi di particolare rilievo appaiono quelli legati agli antri e al culto delle acque. Già dal VII sec. a.C. in moltissime grotte europee sono presenti i segni del culto delle pozze carsiche e delle sacre stalattiti o stalagmiti spesso ornate dai simboli della dea. Se l’antro rappresenta il metaforico ventre della divinità, la stalattite diventa l’elemento priapico, l’immagine “acheropita” del dio generato dalla stessa mater. L’acqua accumulandosi in piccole cavità lascia il suo contenuto di carbonato di calcio e genera quelle concrezioni calcaree che sembrerebbero materializzarsi nel ventre della sua sposa.</p>
<p>Elemento importantissimo del culto diventa così l’acqua e le sorgenti, il mistico liquido che microcosmicamente ricorda la misteriosa umidità del “sesso” femminile e i liquidi naturali secreti dalla donna, che avvolgono l’infante nel momento della sua nascita.</p>
<p>Sarà questa acqua carbonatica che, a causa del suo colore lattescente, assume nell’immaginario popolare le sembianze del latte della Mater e dà vita alla tradizione tutta italiana delle “pocce lattaie” o “latte di grotta”.</p>
<p>Ancora oggi, secondo le tradizioni contadine, l’acqua delle sorgenti o quella raccolta in piccole pozze carsiche ha notevoli poteri curativi il cui ricordo rimane ben saldo nelle culture contadine successive ove alla sacra “coppella” è sostituito il pozzo, simbolo religioso ma anche materiale dato che l’acqua in esso accumulata può garantire la sopravvivenza di una famiglia o del raccolto. Il culto del pozzo come luogo sacro è già testimoniato da ritrovamenti di ceramiche votive dell’Eneolitico e proseguirà successivamente,, infatti sarà da questi atavici ricordi che nasce nel Medioevo la valenza magica di questi luoghi tramandata ancora oggi nelle leggende popolari che narrano di “pozzi dei desideri” ove basterebbe lanciare una moneta per realizzare quello a cui si aspira fortemente.</p>
<p>Successivamente con l’avvento della religione cristiana questi antichi luoghi di culto vengono demonizzati, e quindi il pozzo diventa la via per accedere agli inferi o spesso legati a santi, alla Vergine,a Santa Verena o a Santa Brigida.</p>
<p>Un interessante esempio potrebbe essere la il St. Brigid&#8217;s Well a Liscannor, la leggenda narra che la Santa giunse in questo luogo e raccogliendo a se tutti i pagani li battezzò con l’acqua della fonte ivi presente e ancora oggi il 1 Febbraio, data non casuale ma coincidente proprio con l’antica festa del fuoco di Imbolc. Si narra che l&#8217;acqua del pozzo abbia notevoli poteri taumaturgici e così si usa bagnare un pezzo di stoffa nella fonte e passarlo poi sul volto per guarire malattie agli occhi e successivamente appeso su di un albero, rituale che ricorda i culti arborei da sempre legati alla dea.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-402" src="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/romanazimmagine20029.jpg" alt="" width="500" height="666" /></p>
<p>Altro luogo dedicato alla Madonna e alle miracolose acque è Chatres in Francia, sito sacro alle popolazioni celtiche e galliche che veneravano la dea madre all’interno di una grotta nelle vicinanze e utilizzavano le sacre acque ivi presenti per i loro rituali di fertilità.</p>
<p>Tradizioni legate al culto delle acque e della dea le troviamo diffuse in particolare nel sud Italia ove la tradizione della dea si è conservata per millenni nelle figure delle “masciare” le streghe-guaritrici che ancora fino ai primi del ‘900 operavano nelle campagne.</p>
<p>In Basilicata ancora oggi possiamo ritrovare nella toponomastica dei luoghi le tracce di un antico culto mai del tutto dimenticato, pensiamo a Melfi o al termine “Mofeta”, che riecheggiano il nome dell’antica divinità autoctona Meftis, dea della fertilità e prosperità e alla quale si raccomandavano le giovani spose partorienti, per arrivare al fiume Bradano, il cui nome nasconde nel “dan” il ricordo degli antichi popoli legati alla dea Dana, divinità che abbiamo incontrato anche nelle culture nordiche e che lega indissolubilmente popoli anche lontani tra loro come i Danai, i Dauni, gli Shardana, i Tuatha de Danann, i popoli autoctoni di quella zona dell’Europa dell’Est oggi vicina al Danubio e molti altri ancora.</p>
<p>Molto interessante è poi Matera, la “Mater Dea” che nasconde nel suo grembo di cunicoli, antri e anfratti i ricordi della dea e dove ancora oggi o ancora si venera il culto della Vergine Bruna, la venere “nigra sum sed formosa” che, sotto le sembianze della Madonna, nasconde atavici ricordi di un culto mai scomparso.</p>
<p>Un interessante centro è “Labrum” o meglio nota oggi come Lavello, “l’Abbeveratoio”, ove è stata portata alla luce una enorme acropoli nei pressi del cimitero cittadino e un tempio dedicato proprio a Mefite.</p>
<p>Moltissimi poi sono i ritrovamenti legati a questa antica divinità, in località Murgia Timone ad esempio, nei pressi di Matera sono presenti monumenti enigmatici non molto facili da spiegare se non nell’ottica del culto delle acque. Questi sono costituiti spesso da un doppio cerchio di pietre con al centro un foro che conduce nell’ipogeo, il ventre della dea segnato dal circolo femmineo esterno che indica la sacralità del luogo. Spesso questa entrata era ricoperta da cumuli di pietre e alcuni sono ancora visibili con una funzione che spesso è considerata oscura e che troppo facilmente si è definita sepolcrale. In realtà questi cumuli lapidei, spesso definiti “specchie”, avevano un ruolo importantissimo nel culto della dea delle acque, infatti per un semplice fenomeno di condensa la brina che si accumulava durante la notte tra le pietre condensava di giorno cadendo così nella camera sottostante, per il primitivo erano proprio questi massi a creare il liquido vitale, la dea che con il suo fresco umore garantisce la vita e la fertilità e dunque luoghi ove sicuramente si raccoglieva l’acqua per abluzione rituali e per garantire prosperità alle donne. Moltissime poi sono le cisterne e le coppelle sacre presenti nelle rocce e che servivano per la raccolta delle acque.<br />
<!--more--><br />
Nei pressi Vaglio e Macchia Rossano, scavi archeologici hanno portato alla luce templi costituiti da grossi massi sui quali erano intagliati dei canali che portavano in loco l’acqua delle sacre fonti presenti nella zona. Anche in questo caso le numerose iscrizioni ritrovate hanno permesso di attribuire il luogo al culto della dea Mefite, e successivamente a quello di Venere e della ninfa Oina, il cui ricordo ancora oggi si cela tra i ricordi di una festa patronale dedicata alla Madonna e ad una sorgente che si trova nelle vicinanze. Sicuramente questo luogo era dedito, oltre che al culto acquatico, alla pratica della prostituzione sacra tipica dei rituali della dea come testimoniato da alcune dediche a Venus Ercynia il cui rituale era legato alle sacre meretrici.</p>
<p>La stessa idea la ritroveremo poi in due dei centri più antichi dell’area di culto in Lucania, datati VI sec. a.C., Garaguso e Armento ove la presenza di antiche canalizzazioni riportano prepotentemente ai rituali acquatici e delle fonti.</p>
<p>Per quanto riguarda il primo, presso alcune sorgenti del paese sono stati trovati diversi depositi votivi, uno in contrada Fontanelle, il cui nome appunto ci rammenta il legame con i culti acquatici, e un secondo, scoperto nel 1922, in località Filera.</p>
<p>Molto interessanti sono stati i rinvenimenti, statuette di divinità femminili in piedi o sedute, portatrici di frutta e fiori, la statuetta della dea accompagnata da un porcellino o meglio un cinghiale, animale totemico dei culti arborei e una focaccia su di un piccolo vassoio, offerte votive per chiedere fertilità alla dea. Altro interessante sito piuttosto simile a quello di studio è quello che si trova nel bosco di cupolicchio ad Albano di Lucania, qui sarebbero presenti massi erratici e rudimentali vasche ricche di pittogrammi e graffiti.</p>
<p><img src="http://www.unknown.it/wp-content/uploads/romanazimmagine20067.jpg" alt="" title="" width="500" height="375" class="aligncenter size-full wp-image-404" /></p>
<p>La tradizione dei santuari dell’acqua è presente anche in Calabria, testimoniata da antiche tradizioni ancora oggi celate nel folklore locale, e così che per conoscere e entrare nel mistico “circolo femmineo” dovremo seguire le orme della dea che ancora oggi riecheggia nella regione tra cupe rocce megalitiche e volti di brune vergini.</p>
<p>Una interessante scoperta che collega prepotentemente queste aree al culto delle acque e della mater è quella recentemente effettuata nelle campagne di Nardodipace in località Sambuco e successivamente nelle aree limitrofe dei territori comunali si Serra S.Bruno e Stilo. Qui sono state individuate strutture megalitiche datate V-III millennio a.C. sicuramente collegate al culto delle acque. In quelli che sono stati definiti dagli studiosi i siti “A” e “B” sono presenti strane strutture megalitiche e diverse coppelle rituali, anche di enormi dimensioni tanto da poterle assimilare a vasche che ci riportano ai culti precedentemente descritti.</p>
<p>Non si conosce ancora la reale funzione di questi templi megalitici ma sicuramente essi sono legati al culto della fertilità e alla “mater aqua” che fa se stessa immanente nella grotta, alla guardia di quel mistico liquido che assicura la vita.</p>
<p>Del resto il culto della dea Madre non è estraneo a queste terre come testimoniato dai templi dedicati a Persefone e Demetra presenti a Vibo Valentia e dove son state ritrovate moltissime sono le statuette votive raffiguranti la dea e il toro, i suo animale totemico.</p>
<p>Ma forse ancora più importanti sono le testimonianze lasciate nelle famose lamine d’oro ritrovate a Vibo che ci descrivono il culto di Demetra e delle sacre acque riecheggiando atavici ricordi mai del tutto scomparsi.</p>
<p><em>“…troverai a sinistra delle case di Ade una fonte ed accanto ad essa un bianco cipresso:<br />
a questa fonte non avvicinarti neppure.<br />
Ma ne troverai un’altra, fredda acqua che scorre dal lago Mnenosyne:<br />
vi stanno innanzi custodi.<br />
Dì “son figlia della terra e del cielo stellato, Urania è la mia stirpe e ciò sapete anche voi.<br />
Di sete son arsa e vengo meno:<br />
ma datemi presto la fredda acqua<br />
che scorre dal lago Mnenosyne”.<br />
Ed essi ti daranno da bere dalla fonte divina<br />
E dopo d’allora con i sacri dei eroi sarai sovrana.<br />
A Mnenosyne è sacro questo (testo):<br />
per il mystes a quando sia sul punto di morire… </em></p>
<p><strong>Bibliografia </strong><br />
AA.VV. Popoli Anellinici in Basilicata Napoli 1971<br />
AA.VV. Il sacro e l’acqua. Culti indigeni in Basilicata, Roma 1998<br />
J.Frazer: “Il Ramo d’Oro” Bolati-Boringhieri<br />
.Romanazzi: “Guida alla Dea madre in Italia&#8221; Venexia Editrice, Roma, 2005</p>
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